﻿JOHN UPDIKE.
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SEI RICCO, CONIGLIO.
Parte 3.
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Titolo originale: Rabbit is Rich. 1981.
Traduzione di: Stefania Bertola.
2014. Casa Editrice Einaudi, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Capitolo 4.
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Hanno preso gli ostaggi. Nelson lavora alla Springer Motors da cinque settimane. Teresa è incinta di sette mesi e grossa come una casa, una casa dentro la casa dove ciondola avvilita dietro a bismamma, coi suoi pantaloni allargabili da gravidanza e certe vecchie camicie di papà. Quando esce dal bagno e attraversa il pianerottolo copre interamente lo specchio della luce, e quando cerca di aiutare in cucina fa cadere i piatti. Adesso che sono in cinque devono usare il servizio buono di porcellana che bismamma teneva nella vetrinetta e il piatto rotto da Pru era uno di quelli. Bismamma non ha detto granché ma le è venuta la gola a chiazze e si è capito benissimo che per lei era un affare di stato, queste sono cose importanti per le vecchie signore, sta sempre a dire che quei piatti li avevano comprati insieme lei e Fred cinquant’anni fa da Kroll, quando da Weiser passava un tram ogni sette minuti e Brewer era proprio un posto fighissimo.
Una cosa Nelson non sopporta, che Pru scoreggi. E siccome deve dormire sulla schiena per via della pancia, russa. Un rumorino ritmico, lieve ma stridulo, che lui non riesce a ignorare, lí nella camera sul davanti con le luci della strada che filtrano attraverso le tapparelle e il rumore delle macchine che passano, libere. Gli manca la sua vecchia stanza sul retro. Si chiede se Pru abbia per caso una deviazione del setto. Prima di sposarsi non si era mai accorto che le sue narici non sono esattamente grandi uguali: una ha piú una forma a lacrima, come se qualcuno avesse dato un pizzicotto al suo nasino puntuto e lentigginoso quando era ancora tenero, giú ad Akron. E poi vuole sempre andare a letto presto, proprio all’ora in cui il traffico là fuori si fa piú intenso e lui muore dalla voglia di uscire, un salto al Laid-Back per una birra o due o anche solo fino al Superette sulla statale 422 per vedere qualche faccia nuova dopo la claustrofobia di una giornata in negozio ben attento a girare alla larga da papà, e poi a casa bisogna stargli alla larga un altro po’, con quella sua testona che sfiora il soffitto e la voce pigra e sciocca che detta legge su tutto e tutti, se solo stai a sentire, sempre a umiliare Nelson, lo guarda nervoso e fa quella risatina a occhi tristi, Sono stato io a dirlo? quando pensa di aver detto una gran spiritosaggine. Il guaio con papà è che ha vissuto per troppo tempo in un harem, mamma e bismamma l’hanno sempre servito di tutto punto. Se ha intorno un altro uomo qualsiasi tranne Charlie che gli stava morendo davanti agli occhi e quei babbei con cui gioca a golf, diventa antipatico. Sembra che soltanto Nelson al mondo abbia capito quant’è antipatico Harry C. Angstrom e il peso della cosa ogni tanto gli fa venire voglia di urlare, suo padre entra in una stanza tutto grande e grosso e lanuginoso e sornione e invece è un assassino, ne ha già due sulla coscienza e il prossimo sarebbe suo figlio se riuscisse a trovare il modo di farlo senza sembrare cattivo. A papà non piace piú sembrare cattivo, una volta almeno questo potevi ammirare in lui, che non gliene importava niente di fare brutta impressione, ad esempio di quello che pensavano i vicini quando si era preso in casa Skeeter, aveva questa pazzesca fiammella di fiducia in sé stesso, rimasta dalla pallacanestro o da un’infanzia coccolata o da chissà cosa grazie a cui ogni tanto poteva mandare in culo la gente. La scintilla si è spenta, ed è rimasto il cadavere di un omone sul petto di Nelson. Cerca di spiegarlo a Pru e lei sta a sentire ma non capisce.
A Kent era sottile e dritta e di passo svelto, quei fantastici capelli carota raccolti in un torciglione lucente oppure che scendevano sulla schiena dritti come se fossero stirati. Quando andava a prenderla in ufficio verso le cinque, uno studente fuor d’acqua, si sentiva tutto tronfio all’idea di portar via dalla macchina da scrivere e dagli schedari e dalla gelida luce fredda questa lavoratrice che aveva un anno piú di lui: gli uffici amministrativi dell’università sembravano un pezzo di quel cielo di realtà concreta che aleggiava sopra i tunnel di aule in cui lui strisciava come un verme ogni giorno. Pru non aveva quella falsa cultura, non sapeva i nomi giusti da citare, morti assortiti di tutti i gusti, era in grado di parlare solo di cose vive, film e dischi e programmi Tv e gli scandali dell’ufficio, chi era scoppiata in lacrime e chi si era sentita fare delle proposte da un preside di facoltà. Una delle altre segretarie scopava col suo capo senza che il tizio le piacesse granché ma solo per una specie di frivola indifferenza nei confronti della propria vita e del proprio corpo e Nelson trovava eccitante l’idea che avrebbe potuto farlo anche Pru, la vita in Pennsylvania aveva una fermezza stretta che lí si scioglieva e permetteva di andare alla deriva. Lo eccitava la casuale durezza di Pru, quel suo modo menefreghista di camminargli accanto, tutta profumata e con un piú segreto aroma nascosto fra i vestiti, sotto gli alberi di cui Kent si vanta sempre, di quelli e di tutte le palestre al Centro Studenti e della rete di autobus nel campus, la piú estesa del mondo, tante cazzate messe l’una sull’altra sperando di far dimenticare alla gente l’unica reale rivendicazione alla celebrità dell’Università di Kent, cioè il 4 maggio 1970, quando la polizia aveva sparato sugli studenti. Per quel che riguarda Nelson, avrebbero potuto benissimo ammazzarli tutti, quegli stronzi. Durante il casino riguardo a Tent City del ’77 Nelson se ne era rimasto chiuso in dormitorio. All’epoca non conosceva ancora Pru. In uno dei bar lungo Water Street, al terzo cocktail lei cominciava coi racconti dell’orrore sulla sua infanzia, botte e sfuriate e lunghe misteriose assenze del padre e poi le ingarbugliate imprese delle sue sorelle man mano che maturavano sessualmente e cominciavano a tirar giú la casa. Le vicende di Nelson al confronto sbiadivano. Pru lo riconciliava con il fatto di essere sé stesso. Con gli altri studenti, Melanie compresa, si sentiva spesso preso in giro, messo nel sacco in un gioco a cui non voleva partecipare, ma con Pru Lubell, questa segretaria, non si sentiva messo in ridicolo. Erano d’accordo su cose basilari. Sapevano che il mondo in fondo era brutale, niente padre a proteggerti, si restava soli in un modo che non piace a questi ragazzini che scorrazzano facendo giochi violenti o atteggiandosi a radicali o dandosi alla goliardia o alla loro personale mania. Nelson ammettendo che erano tutte cazzate si era conquistato una patente di serietà agli occhi di Pru. Appoggiato al piano di compensato di un tavolino nel bar per operai di Akron dove andavano in macchina, la macchina di Pru, una vecchia Plymouth Valiant corrosa dal sale, col parafango anteriore che sbatacchiava come una bandiera, era un’altra cosa che gli piaceva in lei, che fosse disposta a guidare un vecchio scassone come quello, e che se lo fosse comprato coi soldi del suo lavoro, si rendeva conto di fare un’ottima figura. Nella scala dei valori sociali, lui per lei rappresentava un passo avanti. E lo stesso lei per lui, nella scala dei valori ambientali, secondo la geografia locale. Non solo aveva una macchina ma anche un appartamento, piccolo ma suo, con un fornello sui cui si cucinava quello che voleva, e liquori che gli offriva dopo aver messo un disco. Fin dal loro primo appuntamento, non contando le volte in cui erano andati a far casino in giro con Melanie e i suoi amici fricchettoni democratici, Pru l’aveva portato nel suo appartamento, presupponendo senza farla tanto lunga che a entrambi interessasse scopare. Lei veniva con piccole contrazioni salde e veloci che lo portavano in una stretta rassicurante a venire anche lui. Aveva scopato altre ragazze, ma senza essere mai del tutto sicuro che fossero venute. Con Pru era sicuro. Gridava forte e si dibatteva un po’, come un pesce che guizza alla superficie di un lago oscuro. E dopo cucinava qualcosa per lui aggirandosi nuda, coi capelli giú per la schiena fino alla sesta vertebra della spina dorsale, anche se chiunque avrebbe potuto vederla dalle finestre sul cortile. Che importa? Anzi, le piaceva essere guardata nelle discoteche dove andavano ogni tanto, o in privato lasciava che lui la esaminasse per dritto e per traverso, quel gran corpo liscio come quello di una bambola che tiene braccia e gambe e testa dove gliele metti. La sua profonda gratitudine per qualcosa che altri avrebbero accettato senza badarci troppo aveva ulteriormente aumentato il suo valore agli occhi di Pru, finché l’aveva catturato, troppo prezioso per lasciarlo andare, mai piú.
Adesso passa i pomeriggi guardando gli sceneggiati alla Tv con bismamma e certe volte mamma, Aspettando il domani sul canale 10 poi I giorni della nostra vita sul 3 e poi di nuovo sul 10 per Il mondo non si ferma e poi il 6 per Una vita da vivere e ancora il 10 per La luce che ti guida, Nelson ha imparato la routine nelle lunghe giornate prima che lo lasciassero lavorare alla concessionaria. Adesso Pru scoreggia perché il bambino la scombussola tutta là dentro, e gli oggetti le cadono, e dice che lei ritiene suo padre davvero una brava persona.
Nelson le ha raccontato di Becky, raccontato di Jill. La risposta di Pru è: Ma è stato tanto tempo fa.
Non per me. Per lui sí. Ha dimenticato, quello stronzo imbecille, basta guardarlo per capire che ha dimenticato. Ha dimenticato tutto quello che ci ha fatto. Come si è comportato con mamma, roba da non credersi, e probabilmente non ne so neanche la metà. È talmente compiaciuto e soddisfatto, è questo che mi fa impazzire. Se riuscissi anche solo una volta a dimostrargli che merda è, magari poi potrei fregarmene.
E a che servirebbe, Nelson? Certo, tuo padre non è perfetto, ma chi lo è? Perlomeno lui la sera sta a casa, ed è piú di quello che abbia mai fatto il mio.
Non ha un briciolo di fegato, ecco perché. Non credi che gli piacerebbe uscire a caccia di figa tutte le sere? Sapessi come guardava Melanie. Non è certo un grande amore per mamma che glielo impedisce, te lo dico io. È la concessionaria. Mamma ha il coltello dalla parte del manico, e non certo per merito suo.
Be’, tesoro, per quel che posso vedere direi che i tuoi genitori si vogliono molto bene. Quando una coppia sta insieme tutti quegli anni, dev’esserci qualcosa.
L’idea di riflettere su questa ipotesi disgusta Nelson. La tappezzeria, col suo complicato disegno di cose che entrano ed escono da altre cose, ha l’aria diabolica. Da bambino aveva paura di questa stanza sul davanti, che l’intero pianerottolo separa dal borbottio della televisione di bismamma. Le macchine che passano in Joseph Street, sotto i rami spogli dell’acero, fanno roteare forme adunche sui muri, forme che mutano bruscamente come in quei videogame che ormai sono dappertutto. Quando una macchina frena all’angolo una macchia di rosso freme attraverso la tappezzeria e la pallida stampa incorniciata di un contadino con la barbetta a punta che attinge acqua da un pozzo: una stampa sbiadita che è stata sempre qui. Ai suoi occhi di bambino anche il contadino aveva un’aria diabolica, un demone sfrontato. Adesso Nelson la vede come una sciocca immagine nostalgica. Eppure resta un tocco di malevolenza, catturato nella trasparenza del vetro. Il rosso freme e palpita via; un motore scoppietta e degli pneumatici partono a razzo. Vai: la furia di questa macchina invisibile, che fugge, diventando soltanto un ronzio in lontananza, è per Nelson una gratificazione riflessa.
Lui e Pru dormono nello stesso letto infossato che divideva con Melanie. Pensa a Melanie, non incinta, libera, che va alle feste di Kent, prende gli autobus, segue corsi sulle religioni orientali. Pru dorme della grossa, ha una vecchia camicia di papà abbottonata sul seno e sbottonata sulla pancia. Nelson le ha offerto qualche sua camicia, adesso che lavora deve comprarsene molte, e lei ha detto che sono troppo piccole e strette. La stanza è caldissima. È subito sopra la caldaia e il calore sale, non c’è niente da fare, siamo a metà novembre e dormono senza coperte. Lui è perfettamente sveglio e lo sarà ancora per ore, innervosito dalla giornata trascorsa. Gli amici di Billy lo tampinano perché compri delle altre spider e anche se hanno venduto la Olds Royale per 3600 dollari a quel dottore, papà dice e Manny gli dà ragione che calcolando le trattenute per l’assicurazione e i costi di giacenza il guadagno è stato praticamente nullo.
Adesso hanno la Mercury in officina, anche se l’uomo delle assicurazioni voleva dichiararla distrutta, diceva che sarebbe stata la cosa migliore con una macchina cosí che praticamente è antiquariato, coi pezzi di ricambio a prezzi folli e la parte anteriore strizzata come se qualcuno l’avesse fatto apposta. Manny calcola che il costo della riparazione supererà di quattro o cinquecento dollari l’assegno concordato con l’assicurazione, non possono dar di piú del prezzo sul bollettino dell’usato, e quando aveva chiesto a Manny se poteva ripararla qualcuno dei meccanici nel tempo libero, lui aveva risposto, con aria solenne, la fronte corrugata e i punti neri sul naso pronti a saltarti addosso: «Ragazzo, niente tempo libero, questa è gente che lavora per il pane quotidiano», implicando che invece lui no, figlio di ricchi. Non che papà lo spalleggi minimamente, la considera una buona lezione impartita al figlio, e se la gode. L’unica lezione impartita a Nelson è che tutti si dànno da fare per il loro mucchietto di dollari, senza alzare mai lo sguardo per vedere le cose. Gli farà vedere lui quando venderà la Mercury per quattromilacinque o giú di lí, ci sono un sacco di tipi al Laid-Back per cui una somma del genere è niente. Questa faccenda in Iran farà salire ancora il prezzo della benzina ma passerà presto, non oseranno tenerli troppo a lungo, gli ostaggi. Papà continua a dirgli che una macchina in giacenza costa da tre a cinque dollari al giorno ma lui non riesce a capire perché, se ne sta lí in un parcheggio che è già tuo, la ditta si paga addirittura l’affitto per truffare il governo.
Pru comincia a russare lí accanto, la testa puntellata da due cuscini, la pancia lucente come quelle vescie di lupo che si trovano ogni tanto sugli alberi marci nel bosco. Sotto, papà e mamma stanno ridendo per qualcosa, ultimamente sono terribilmente su di giri, escono un sacco con quel loro gruppo di sfigati, perlomeno i ragazzini hanno la scusa che non c’è altro da fare. Pensa a quegli ostaggi a Teheran, è come avere una pillola in gola, una di quelle grosse vitamine asciutte che gli rifilava sempre Melanie, che non scende e non torna su. Andate laggiú con un unico enorme elicottero nero in una notte senza luna, dei commandos con la faccia annerita, una corda da pianoforte attorno alla gola di quei fricchettoni radicali arabi, ugh, arg, e poi un bisbiglio, prima le donne e i bambini, e via tutti in volo. Fate cadere una bombetta tattica su un minareto come biglietto da visita. Oppure anche una galleria o una di quelle noiose macchine alla James Bond. C’è quella scena fantastica in Moonraker quando lo buttano giú da un aereo senza paracadute e lui piomba su uno dei cattivi e gli frega il suo, non dev’essere molto peggio del deltaplano. Al chiaro di luna l’ombelico di Pru ha una minuscola ombra, sporge all’infuori adesso, non aveva mai visto una donna incinta nuda prima, non aveva idea che fossero cosí orribili. Come una palla di cannone che ti colpisce alla nuca e ti stende secco.
Una volta ogni tanto escono. Hanno qualche amico. Billy Fosnacht è tornato a Tufts ma gli altri si riuniscono ancora al Laid-Back, un po’ di ragazzi e gli sfaccendati di Brewer, gente che lavora nelle nuove industrie elettroniche o sta a far niente in qualche ufficio governativo o nei pochi negozi sopravvissuti in centro; se entri da Kroll in questo periodo, dove si sono incontrati papà e mamma in epoca preistorica, ci arrivi attraversando quella foresta che una volta era Weiser Square e sembra di essere sul ponte di una nave da guerra subito dopo Pearl Harbor, poche commesse impaurite spuntano dalla vita in su dietro i banchi delle offerte speciali. Mamma lavorava nel reparto dolciumi e noccioline ma adesso il reparto non c’è piú, probabilmente dopo trentasei anni che la gente moriva di vermi hanno capito che non era igienico. Eppure se non ci fosse stato quel banco delle noccioline Nelson non esisterebbe, o sarebbe qualcun altro, il che è assurdo. Lui e Pru non sanno come si chiamano tutti i loro amici, hanno nomi tipo Cayce e Pam e Jason e Scott e Dody e Lyle e Derek e Slim, e se ti fai vedere abbastanza spesso al Laid-Back finisci invitato a qualche loro festa. Vivono in posti tipo quei nuovi condomini con le mura intonacate grezze e tetti a punta come quella fila di casette di montagna che hanno costruito sul monte Pemaquid vicino al Flying Eagle, o in palazzi di mattoni e ardesia con un sacco di ferro battuto e comignoli, costruiti coi soldi delle vecchie fabbriche sul lato nord, adesso li hanno divisi in appartamenti, oppure sono stati trasformati in case di cura o uffici per piccole vezzose imprese tipo artigianato del cuoio, bricolage, giovani architetti specializzati in pannelli solari e risparmio energetico e giovani avvocati coi capelli vaporosi e baffi banditeschi nonostante completi impeccabili, che addebitano ai loro giovani clienti una parcella base di trecento dollari si tratti di un divorzio o di sistemare una faccenda di droga. In queste zone proliferano i negozi di cibi naturali, e ristorantini lunghi dove servono una cucina vegetariana o macrobiotica o israeliana, e librerie che si chiamano tipo Karma Paperbacks, e negozietti che ci dànno dentro con pizzi e batik e camicie messicane e sete indiane e quei berretti da pescatore che fanno sembrare tutti privi della parte superiore della testa, quella che contiene il cervello. Vecchi negozi di ferramenta con le pareti di scorie pressate adesso vendono mobili di legno grezzo che ognuno si monta come vuole in quegli appartamenti dove si vive in gruppo.
L’appartamento che Slim divide con Jason e Pam è al secondo piano di una vecchia casa alta all’inizio di Locust Boulevard, poco oltre il liceo. Tre finestre a bovindo dominano il cuore intorpidito della città: dove una volta i profili al neon di uno stivale, una nocciolina, un cappello a cilindro, e un grosso girasole costituivano una ghirlanda di insegne sopra Weiser Square restano solo i faretti del Brewer Trust puntati sulla facciata di granito della banca, quattro colonne come quattro dita bianche piantate in una grossa focaccia nera, la macchia scura formata dagli alberi nel cosiddetto centro commerciale. Le lampade gialle al sodio delle vie cittadine si diramano dal centro in tutte le direzioni, una ragnatela rettilinea che si ritrae verso l’ansa del fiume e avanza in direzione dei sobborghi le cui tenui luci si appiattiscono in un orizzonte inghiottito da colline che si fondono con le nubi della notte. I bovindi di Slim hanno nella parte superiore lunette di vetro colorato, quei fiori stilizzati porpora, ambra e verde acqua, che insieme ai biscotti pretzel sono il vanto di Brewer. Ma il vecchio parquet del pavimento è stato nascosto sotto un’ispida moquette da poco prezzo screziata come pimento, e le generose stanze originali sono state divise con frettolosi tramezzi di gesso e cartone. I soffitti sono stati abbassati per risparmiare sul riscaldamento, e ricostituiti con pannelli bianchi bucherellati. Nelson è seduto per terra, la testa all’indietro, una lattina di birra fredda fra le caviglie; ha fumato due spinelli insieme a Pru e i piccoli fori nel soffitto stanno cercando di dirgli qualcosa, un’area lassú sembra acuta, vivida e aggressiva, come i punti neri sul naso di Manny l’altro giorno, poi perde queste caratteristiche che si trasferiscono in un altro punto, come se una trasparente medusa urticante si spostasse lungo il soffitto. Dietro di lui c’è un grosso manifesto ghignante di Ilie Nastase. Slim è socio di un circolo di tennis a Hemmingtown e ama molto Nastase. Nastase è imperlato di sudore, le gambe come due pali. Pali nodosi e pelosi. Sullo stereo c’è Donna Summer, canta qualcosa su un telefono, molto forte. In mezzo alla stanza fra Nelson e delle felci e altre piante a foglia larga come quelle che una volta bismamma teneva nella stanzetta accanto al soggiorno (ricorda sé stesso seduto a guardarle insieme a suo padre un giorno in cui era successa una cosa orribile, un’enorme cosa vuota sotto di loro mentre le foglie delle piante bevevano la luce del sole come sicuramente fanno anche queste piú grosse quando il sole entra obliquo dalle finestre a bovindo) c’è uno spazio libero e in questo spazio c’è Slim che balla come un serpente equilibrista insieme a un altro ragazzo magrino coi capelli corti che si chiama Lyle. Lyle ha un cranio stretto e incavato sulla nuca e porta jeans stretti e una maglietta a maniche lunghe come quelle dei calciatori con una larga striscia verde a metà. Slim è finocchio e anche se a Nelson non dovrebbe importare gliene importa. E gli dànno noia anche due neri lustri che se la tirano e una ragazzina bianca con la tipica faccia polacca grigiastra e col naso a punta, che si è tolta la camicia ballando anche se non ha praticamente tette e adesso è in cucina sempre a tette nude che si riempie fino a star male di whisky e Pepsi. A queste feste il bagno è sempre occupato da qualcuno che vomita o sta facendosi un buco o una sniffata e anche questo dà noia a Nelson. Niente di tutto ciò lo annoia in modo particolare, è solo stanco di essere giovane. Comporta un tale spreco di energia. Guardando il soffitto vede che la medusa urticante che fluttua sui buchetti è come l’energia che attraversa i bit binari del computer ma non riesce ad andare oltre. A Kent gli interessava studiare i computer ma già il corso introduttivo Math 10061 a Merrill Hall era troppo difficile per lui, tutti quei ragazzini ebrei e i coreani con facce piatte come dischi se la bevevano neanche fosse stato tutto chiaro come il giorno, le funzioni, a quanto pare non sono una cosa che si può toccare con mano, una specie di idea generale dell’equazione, un’altra medusa, ma come si fa a estrarla? Troppo per lui. Perciò aveva calcolato che tanto valeva tornare a casa e godersi un po’ di ricchezza. Quel giorno era in braccio a suo padre, la sensazione di un gran corpo tiepido e profumato di tristezza tutto intorno e sotto al suo era rimasta dentro di lui insieme al ricordo di un raggio di sole che lambiva la mezzaluna lanuginosa di una foglia su quel tavolo di ferro coperto di piante, doveva essere successo all’epoca della morte di Becky. Bismamma non potrà vivere in eterno e quando tirerà le cuoia la concessionaria sarà sua e di mamma. Con papà in vetrina come quelle silhouette di cartone a grandezza naturale che si tenevano nell’autosalone finché il cartone non è diventato troppo caro. Quei neri che si aggirano con aria superiore, hanno un modo talmente condiscendente di dirti ciao, ti sfidano a fargli abbassare lo sguardo, però loro non si prendono la responsabilità di niente, gli viene addosso una furia tale, eppure ormai gli spinelli dovrebbero averlo ammorbidito. Forse ci vuole un’altra birra. Poi si ricorda la birra che ha fra le caviglie, è fredda e pesante perché è piena e arriva dritta dal frigo di Slim, e beve un sorso. Nelson si esamina attentamente le mani perché gli sembra di tenere la lattina attraverso delle muffole.
Perché papà non muore e basta? A quell’età la gente si ammala. Cosí resterebbero lui e mamma. E lui sa come sbrogliarsela con mamma.
Non è piú un ragazzino, ha compiuto ventitre anni, e quello che lo fa sentire scemo in mezzo a questa gente è l’essere sposato. Nessun altro qui ha l’aria sposata. E sicuramente non c’è nessun’altra incinta, almeno visibilmente. Si sente messo in mostra, additato come quello che si è fatto fregare. Per essere giusti con lei, Pru non voleva venire, aveva voglia di restarsene seduta come una di quelle grosse piante verdi e crogiolarsi alla luce della Tv, guardando Love Boat o L’isola fantastica con la povera vecchia bismamma, ultimamente è andata molto giú, una volta papà e mamma stavano a casa con lei ma adesso escono e anche stasera sono fuori con quel gruppo del club, è incredibile come diventano irresponsabili i cosiddetti adulti quando pensano di avere un asso nella manica, mamma gli ha detto tutto di quel loro assurdo oro, forse avrebbe dovuto offrirsi di restare in casa, lui e Pru con bismamma, dopo tutto lei ha le carte buone, ma a quel punto Pru si era già messa tutta in ghingheri pensando che Nelson avesse diritto a un po’ di vita sociale dopo aver lavorato tutto il giorno, invece di essere sempre confinato in casa con lei; la famiglia, ci si sente obbligati a fare questo e quello gli uni per gli altri e invece ci si dà solo fastidio, che pasticcio. Poi una volta che Pru è arrivata e si è un po’ fatta è subentrata in lei la folle di Akron e ha deciso di recitare fino in fondo il ruolo di donna incinta, sbatte il suo peso qua e là, balla con delle scarpe che in realtà non dovrebbe usare neanche per camminare, zatteroni con la zeppa trattenuti da laccetti di plastica verdi come quelli con cui intrecciavano cordoncini per il fischietto al doposcuola, c’era anche un modo speciale di intrecciarli che si chiamava scoubidou e serviva per fare dei portachiavi, ma tanto i bambini non avevano chiavi da portare. Forse Pru fa cosí per dispetto. Ma anche lui sta vivendo una specie di abbandono totale e si diverte a guardarla da quella particolare distanza, attraverso il fumo. Ha una sua scintilla, Pru, scintilla e luccichio con quel vestito sciolto verde elettrico che si è comprata in un nuovo negozio in cima a Locust, dove i vecchi in pensione stanno facendosi sbattere fuori dai borghesi che tornano a vivere in città. Maniche ampie come ali salgono mentre lei rotea e quella palla di cannone di uno stomaco sporge tirando il vestito e mettendo in mostra un bel po’ le calze elastiche arancioni che le ha ordinato il dottore per salvare le sue giovani vene. Gli zatteroni lucenti non riescono quasi a scivolare sull’ispido tappeto ma lei non se li toglie, vuol far vedere che può, un’altra ripicca diretta a lui; il corpo si contorce a ritmo come se uno spiedo lo infilzasse fra le scapole mentre le braccia sollevano un gran verde e i fantastici lunghi capelli ondeggiano a scatti, ripetutamente.
Nelson non sa ballare, cioè non vuole, dato che ormai ballare significa stare in piedi e lasciarsi penetrare dal demone della musica, ma ci vuole piú fede di quanta ne ha lui. Non vuole avere l’aria idiota. Papà sí, papà se ci fosse lo farebbe, proprio come quando c’era Jill e lui si era abbandonato a Skeeter senza guardarsi piú indietro nemmeno quando era successo il peggio, è talmente sciocco che crede davvero in un Dio di cui lui sarebbe il prediletto. Le macchioline sul soffitto impediscono allo sguardo di Nelson di elevarsi ulteriormente e cosí lo riporta su Pru, dolorosamente brillante in quell’abbacinante vestito, fluente come una pietra preziosa divenuta liquida, il viso addormentato sopra la pancia, che è solida e non appartiene solo a lei ma anche a lui, perciò balla anche lui. Per un secondo odia quella parte di sé che non può ballare, proprio come non poteva partecipare al guizzante gioco cerebrale della scienza elettronica né piú in generale alla vita universitaria e non aveva potuto diventare un atleta spontaneo e fluido come suo padre. L’attimo di cupezza passa, dissolto dalla certezza che un giorno o l’altro si prenderà la rivincita su tutti quanti.
Per un po’ il partner di Pru è stato uno di quei neri impertinenti, quello piú grosso, in tuta e stivali da cow-boy, poi Slim emerge da un turbinio con Lyle ed entra oscillando nell’orbita di Pru, che continua per conto suo anche se non c’è nessun altro, su e giú, mani che frullano, testa scagliata indietro. Ha proprio la faccia addormentata. Quel suo naso adunco di profilo è ben aspro. La gente continua a toccarle la pancia, come se portasse fortuna: girando e facendo schioccare le dita le strisciano lungo quel sacro gonfiore in cui dimora qualcosa che è anche suo. Ma come scansare il loro tocco, come proteggerla e mantenerla pulita? È troppo grossa, lui farebbe la figura dello scemo, lo sporco a lei piace, è da lí che viene. Una volta erano passati in macchina davanti alla sua casa ad Akron, ma non l’aveva mai fatto entrare, che posto deprimente, casette con la veranda di legno e vecchi frigoriferi sotto il porticato. Sarebbe andata meglio Melanie, suo fratello gioca a polo. Pru dovrebbe almeno togliersi le scarpe. Vede sé stesso alzarsi e andare a dirglielo ma per la verità è troppo fatto per muoversi, è obbligato a restare lí disfacendosi sempre piú fra i vermi pelosi del tappeto e i buchi di verme su nel soffitto. La musica è piena di bollicine frizzanti, scoppietta negli altoparlanti, e la voce da zombie di Donna Summer scivola dentro e fuori da sé stessa, si raddoppia, si moltiplica. Stuck on you, stuck like glue. Il finocchio che prima danzava con Slim offre un tiro a Pru e lei succhia l’estremità umida dello spinello e inala profondamente senza perdere il ritmo, pancia e piedi continuano a contrarsi. Nelson intuisce che per una ragazza venuta dai bassifondi di Akron Brewer è una città di provinciali e vuol fargliela vedere lei.
Una ragazza, che aveva già notato, è arrivata con uno zoticone rosso in faccia venuto a una festa sbracata come questa niente meno che in giacca e cravatta, si siede per terra vicino a lui sotto Ilie Nastase e beve un sorso della birra fra le caviglie di Nelson. Il suo pallido faccino tondo ha l’aria un po’ spersa, ma ansiosa di piacere. E tu dove vivi? chiede, come se riprendesse con lui una conversazione iniziata con qualcun altro.
A Mt Judge, la risposta dev’essere questa.
In un appartamento?
Coi miei e mia nonna.
E come mai? Il suo viso è amichevolmente lucido per il sudore. Ha bevuto anche lei. Ma Nelson accoglie con gratitudine la calma che trasuda. Ha le gambe distese accanto alle sue, in pantaloni bianchi che diventano luminosi quando la medusa urticante li attraversa.
Costa meno, ammorbidisce la risposta, abbiamo pensato che era inutile cercarci un altro posto finché non nasce il bambino.
Sei sposato?
Con lei –. Indica Pru.
La ragazza la assimila. È strepitosa.
Già. Puoi dirlo.
Cosa significa quel tono di voce?
Significa che mi sta facendo girare le palle.
Le farà bene saltellare cosí? Per il bambino.
Dicono di fare esercizio. E tu dove vivi?
Poco lontano. A Youngquist. Il nostro appartamento è molto piú piccolo di questo, siamo al primo piano sul retro, diamo su un cortiletto che è sempre pieno di gatti. Dicono che forse l’edificio diventerà un condominio.
Ed è un bene o un male?
Bene se hai i soldi, male se non li hai, immagino. Noi abbiamo appena cominciato a lavorare in città e il mio… il mio uomo vorrebbe andare al college appena abbiamo messo da parte qualcosa.
Digli di scordarselo. Io sono stato al college ed è una gran cagata –. La ragazza ha il labbro superiore gradevolmente gonfio e a Nelson spiace vedere, da come lei tiene la bocca, che non le ha lasciato niente da dire. Tu dove lavori?
Sono aiuto infermiera in una casa di riposo per vecchi. Non credo che tu la conosca, la Sunnyside giú verso dove una volta c’era il luna park.
Non è deprimente?
Lo dicono tutti, ma a me non importa. Parlano con me, in realtà hanno bisogno soprattutto di quello, di un po’ di compagnia.
Tu e quest’uomo siete sposati?
Non ancora. Vuole prima concludere qualcosa nella vita. Per me va bene. Potremmo sempre cambiare idea.
Giusto. Quella pollastra in verde c’è rimasta e cosí non ho avuto scelta –. Neanche a questo si può rispondere granché. Eppure la ragazza non sembra scocciata, a differenza della gente che parla con lui di solito. Sul lavoro osserva sempre Jake e Rudy che cianciano tutto il tempo e invidia la loro capacità di farlo senza sentirsi idioti. Questo strano viso di fronte al suo è quieto, blandamente attento, gli occhi azzurri chiari come se ne vedono pochi e la pelle lattea e il naso lievemente all’insú e i capelli rossi raccolti morbidamente sulla nuca. Si vedono le orecchie, bucate ma disadorne. Strafatto com’è le spire bianche delle orecchie gli sembrano molto vivide. Hai detto che stai da poco in città, dice Nelson, dove vivevi prima?
Vicino a Galilee. Sai dov’è?
Piú o meno. Quand’ero piccolo ci siamo andati un paio di volte a vedere le corse dei dragster.
Da casa mia nelle notti tranquille si sente il rumore dei motori. La mia camera è su un lato e io le sentivo sempre.
Dove stiamo noi c’è un sacco di traffico. Una volta la mia camera era sul retro ma adesso è sul davanti –. Che orecchiette carine, piccole come le sue, anche se in lei non c’è nient’altro di particolarmente piccolo. Le cosce li riempiono proprio, quei pantaloni bianchi. Cosa fa tuo padre, è un contadino?
È morto.
Oh, mi spiace.
No, è stata dura, ma stava molto male. Era un contadino, hai indovinato, e gestiva gli scuolabus della città.
Comunque è una cosa terribile.
Però ho una madre fantastica.
Cos’ha di fantastico?
È cosí stupido da avere un tono combattivo. Ma lei non ci fa caso. Oh, è terribilmente comprensiva. E certe volte è divertentissima. Ho due fratelli…
Ah sí?
Già, e lei non mi ha mai insegnato a cedere perché sono una femmina.
E perché avrebbe dovuto? È geloso.
Certe madri lo fanno. Pensano che le ragazze devono essere tranquille e furbe. La mia dice che le ragazze ottengono di piú nella vita. Un uomo se non ha la meglio tutte le volte si sente uno zero.
Che mamma, ragazzi. Ha calcolato tutto.
E poi è piú grassa di me e per questo le voglio bene.
Non sei grassa, sei molto simpatica, vorrebbe dirle. Invece dice: Finisci la birra, vado a prenderne un’altra.
No grazie… come ti chiami?
Nelson –. Dovrebbe chiederlo anche a lei ma le parole si inceppano.
Nelson. No grazie, volevo solo un sorso. Devo andare a vedere cosa sta combinando Jamie. È in cucina con una ragazza…
Con le tette di fuori.
Esatto.
La mia teoria è: quelle che hanno delle vere tette, non le mettono in mostra –. Sbircia laggiú. Le coste verticali del maglione ruggine lavorato a mano si allargano lievemente passando su quell’ampio e morbido ripiano. Piú in basso la stoffa bianca dei pantaloni, tutta piegoline dove la pancia forma un triangolo con le cosce, ha una luminosità che evidenzia i fili diagonali, il taglio e le cuciture della stoffa. Ancora piú giú ci sono i piedi nudi, con una striscia rosa sul lato esterno dell’alluce dove premevano le scarpe che si è tolta.
Quell’esame del suo corpo ha fatto arrossire la ragazza. Cosa fai da quando hai finito il college, Nelson?
Vegeto. No, in realtà vendo macchine. Non le solite carrette da due soldi ma vecchie spider specialissime, di quelle che nessuno produce piú. Il loro valore salirà un sacco, per forza.
Sembra eccitante.
Lo è. Cristo, l’altro giorno in centro ho visto questa Thunderbird bianca parcheggiata, coi sedili di cuoio rosso, aveva ancora la capote tirata giú col freddo che fa, e a momenti sballavo. Sembrava uno yacht. Quando costruivano quella roba lí non c’era ancora tutta questa mania del risparmio.
Jamie e io ci siamo appena comprati una Corolla. È a nome suo ma sono io che la uso, non ci sono piú autobus che vanno nella zona del luna park e Jamie può andare a lavorare a piedi, in un posto dove fabbricano macchinette insetticide, sai quelle griglie con la luce rossa che si mettono vicino alle piscine o ai barbecue.
Sembra una figata. Ma questa dev’essere una stagione morta per lui.
Mica vero, stanno già facendo quelle per l’anno prossimo e poi le mandano giú al Sud.
Ah –. Forse questa conversazione è già durata abbastanza. Non ha piú voglia di sentir parlare degli insetticidi di Jamie.
Ma lei continua, ormai è a suo agio con lui, ed è cosí giovane che per lei tutto è una novità. Nelson immagina che abbia tre o quattro anni meno di lui. Pru ne ha uno di piú, e in questo momento la cosa lo irrita, come lo irrita che balli cosí spavalda e che sia incinta e che non abbia paura di tutti questi negri e finocchi. Perciò devo dividere le spese, sta spiegando la ragazza, anche se lui guadagna il doppio di me. I suoi genitori e mia madre ci hanno prestato i soldi per la macchina metà per uno anche se so che lei non se lo poteva permettere. L’anno prossimo se riesco a trovare un lavoro part-time voglio cominciare il corso da infermiera. Quelle diplomate le pagano una fortuna per fare esattamente quello che faccio io; e in piú solo le iniezioni.
Gesú, vuoi passare tutta la vita a occuparti di malati?
Mi piace aver cura delle cose. Finché mio padre era vivo, alla fattoria avevamo molti animali. Tosavo addirittura la mia pecora.
Ah –. Nelson è sempre stato allergico agli animali.
Balli, Nelson? gli chiede.
No, sto qua seduto a bere birra e a compatirmi –. Adesso Pru sta saltellando insieme a un portoricano o qualcosa del genere. Manny ne ha assunti un paio in officina. Non sa che malattia abbiano avuto da bambini, fatto sta che sono peggio che butterati, le loro guance sono piene di buchi.
Non balla neanche Jamie.
Chiedi a uno dei finocchi. Oppure balla per conto tuo, qualcuno ti raccatterà.
Mi piace ballare. Perché ti compatisci?
Oh… mio padre è una testa di cazzo –. Non sa perché gli è scappata di bocca una frase del genere. Forse per il modo svenevole in cui lei ha parlato dei suoi genitori. Ma pensando a suo padre, Nelson è colpito dal fatto che la blanda e larga faccia comparsa al suo occhio interiore è dolentemente indifesa. Il viso di suo padre è come un primo piano sfocato in un film di guerra, durante una mischia della battaglia, prima di svanire. Grande, bianco e vago come quel giorno quando l’aveva tenuto in braccio, quando il mondo era troppo per loro due.
Non dovresti dire cosí –. La ragazza si alza. Lunghe gambe luminose. Le cosce formano una specie di grembo anche quando è in piedi. I piedi nudi bordati di rosa sprofondano nel tappeto cosí vicini che lo stroncano, sono talmente sexy. Perché gli ha detto cosí? Lo fa sentire colpevole e sgridato. Il padre di lei è morto. Lo fa sentire come se lui avesse ucciso il suo. Può andare all’inferno. Lei va a ballare, resta per un attimo timidamente appoggiata al muro poi va avanti, si scioglie. Lui non vuole guardarla sentendosi invidioso; si tira su faticosamente per andarsi a prendere un’altra birra e rubacchiare un’altra occhiata alla ragazza in cucina. Che tristi, tette sole solette, su una donna seduta. Borsellini mezzi pieni. Jamie ha faccia e mani larghe, con l’aria di essere state ben sfregate, si è sciolto la cravatta per lasciar respirare il collo taurino. Un’altra ragazza gli legge la mano; sono seduti tutti intorno a un piccolo tavolo porcellanato, annerito dove si appoggiano piú spesso le cose, che a Nelson sembra di conoscere da secoli. Il poster qui è di Marlon Brando con la tenuta di cuoio nero di Il selvaggio. In un altro c’è Alice Cooper con le palpebre verdi e le unghie lunghe. I ripiani freschi del frigo pieni di barattoli di yogurt e lattine di birra coperte di scritte vistose gli sembrano un’isola di ordine e decenza in mezzo a tutto ciò. Gli viene in mente la concessionaria, le file di Toyota nuove, e si sente rivoltare lo stomaco. Certe volte quando è nell’autosalone e non c’è nessun cliente in vista si sente piombare addosso dritta dall’infanzia l’antica paura di essere nel posto sbagliato, la sensazione che la vita sia regolata da leggi che nessuno è disposto a spiegargli. Torna nella stanza grande col soffitto finto e pensa che Pru ha l’aria ridicolmente piú vecchia degli altri ballerini: una ragazzetta coi capelli crespi che si chiama Dody Weinstein e lavora al reparto teenagers da Kroll, Slim di nuovo insieme a quel Lyle con la maglia da calciatore, e la padrona di casa, Pam, in un vestitone floscio dentro cui il suo corpo appare in preda a convulsioni, mentre le smorte luci di Brewer sprofondano dietro i bovindi, e la ragazza senza nome aspetta che qualcuno la inviti fremendo, a tempo con la musica nei suoi pantaloni bianchi. One night in a lifetime, one life in a night. Ha l’aria un po’ impacciata ma contenta di essere qui, lontana dai campi. Le bollicine nere degli altoparlanti scoppiano sempre piú in fretta, e sua moglie con quella pancia a palla di cannone sta per cadere giú lunga distesa. Si avvicina a Pru e la tira via prendendola per un polso. Quel teppista portoricano che le faceva da partner non batte ciglio e rotea verso la ragazza coi pantaloni bianchi per invitarla. Babe it’s gotta be tonight, babe it’s gotta be tonight. Nelson stringe il polso di Pru apposta per farle male. Lei traballa, trascinata via dalla musica, e questo lo fa infuriare ancora di piú, sua moglie ubriaca. Un apparecchio difettoso che si rompe apposta per fargli fare brutta figura. L’instabilità ondeggiante di Pru gli fa venir voglia di frantumarla.
Mi fai male, dice lei. La voce minuscola e asciutta arriva da una scatolina sospesa in aria dietro le orecchie di Nelson. Mentre lei cerca di liberarsi il polso, gli punge le dita coi braccialetti, e lo manda su tutte le furie.
Vuole portarla fuori di lí. La trascina in anticamera cercando un muro contro cui puntellarla. Ne trova uno in una stanzetta laterale; l’interruttore della luce dietro le spalle di Pru è stato trasformato in una faccia a bocca aperta con la lingua che accende e spegne. Nelson avvicina la sua faccia a quella di Pru e sibila: Sta a sentire. Datti una regolata, Cristo santo. Ti farai del male se non ti dài una regolata. A te e al bambino. Cosa stai cercando di fare, scrollarlo giú? Datti una bella calmata.
Io sono calma. Sei tu che non lo sei, Nelson –. I loro occhi sono cosí vicini che quelli di lei cercano di inghiottire i suoi nel loro verde offuscato. E chi ti dice che sarà un maschio? Fa il suo sorrisetto sbieco. Ha un rossetto rosso vampiro com’è di moda adesso e non le sta bene, sottolinea i suoi lineamenti squadrati, il suo sguardo esangue mortalmente tranquillo. La sfida vacua dei poveri: impossibile spaventarli davvero.
Lui supplica: Non dovresti bere e fumare erba, potresti causare un danno genetico. Lo sai benissimo.
Lei forma con molta lentezza le parole di risposta: Nelson. Non te ne frega un cazzo del danno genetico.
Me ne frega invece, troia imbecille. Certo che me ne frega. È mio figlio. O magari no? Voi di Akron scopate con tutti.
Sono in una stanza strana. Circondati da fenicotteri. Chiunque viva in questa stanzetta laterale con la sua vista su un muro di mattoni oltre due stretti passaggi, che inizialmente doveva essere stata destinata a una cameriera, fa collezione di fenicotteri. Uno di raso rosa imbottito ha le gambe nere ridicolmente lunghe drappeggiate intorno allo schienale del divano letto, e sugli scaffali ce ne sono molti di plastica con due stecchini per zampe. Ci sono fenicotteri trasformati in portacenere e caffettiere e dei piccoli quadri tridimensionali con fenicotterini rosa, laghi, palme e tramonti, souvenir della Florida. In uno ce ne sono tre con pantaloni alla zuava e cappellini scozzesi su un campo da golf. Alcuni dei piú grossi portano certi occhiali da sole che sembrano caramelle, come si trovano nei grandi magazzini, sopra l’enorme becco cavo. Ce ne sono centinaia, si vede che altri froci glieli regalano, dev’essere la stanza di Slim, il divano letto non è grande abbastanza per Jason e Pam.
È tuo, giura Pru, e lo sai.
Non lo so. Stasera ti stai comportando proprio da puttana.
Non volevo venire, te lo ricordi? Sei tu che vuoi sempre uscire.
Nelson scoppia in lacrime: qualcosa nel viso di Pru, quella rozzezza di Akron tanto vicina a lui, la pancia schiacciata contro la sua, quel gran corpo di bambola che aveva amato tanto, avrebbe potuto cosí facilmente affidarlo a qualcun altro, ogni fenditura e ogni ciuffetto, e altrettanto facilmente potrebbe ora toglierlo a lui, che non conta niente per lei. I loro momenti piú teneri, quando andava a prenderla e passeggiavano sotto gli alberi, e i bar lungo Water Street, e il fatto che lui sia andato avanti lasciandola laggiú in Colorado e trasformandosi in una specie di sanguisuga qui nella sua contea, niente. Nelson non conta niente per lei come non contava niente per Jill, era un moccioso, un insetto da tenere di buon umore, e poi guarda cos’era successo. Sente l’amore crivellato dai colpi in tutto il suo corpo marcio, giú fino alle ginocchia spugnose come legno imputridito. Ti farai del male, singhiozza; le lacrime rendono ancora piú brillante il verde del vestito sulla spalla di Pru, eppure sullo sfondo del suo cervello c’è la sua propria faccia contorta come un’immagine televisiva.
Sei strano, gli dice Pru, con voce roca, un sussurro cencioso ficcato nel suo orecchio.
Andiamocene da questo postaccio.
Cosa diceva quella ragazza con cui chiacchieravi?
Niente. Il suo ragazzo fa insetticidi.
Avete parlato per un bel po’.
Voleva ballare.
Ho visto che mi indicavi e mi guardavi. Ti vergogni perché sono incinta.
Non è vero. Sono orgoglioso.
Col cazzo, Nelson. Sei imbarazzato.
Non essere cosí dura. Dài, battiamocela.
Vedi, sei imbarazzato. Per te questo bambino è soltanto un imbarazzo.
Per favore, vieni. Cos’è che vuoi, che mi butti in ginocchio?
Sta a sentire, Nelson. Io mi stavo divertendo un sacco a ballare e tu sei venuto lí a fare il macho. Il polso mi fa ancora male. Forse l’hai rotto.
Il ragazzo cerca di alzare il polso per baciarlo ma lei resiste rigida: certe volte gli sembra che Pru, anima e corpo, sia una tavola piatta, di grana ruvida. E poi gli viene il terrore che questa piattezza sia lei, che non nasconda profondità interiori, che non ci siano profondità, che lei sia solo quello. Ogni tanto parte per la tangente su qualcosa e non c’è verso di fermarla. Il suo gesto di tirarle di nuovo il polso, solo per baciarlo ma lei non ha voluto capire, la fa impazzire, eccola tutta rossa in faccia, rigida e pungente. Sai che cosa sei? Sei un piccolo Napoleone. Sei un povero imbecille, Nelson.
Dài, piantala.
Lo spazio attorno alle labbra vampiresche è teso e la sua voce è un motore costante che non si spegnerà. Non ti conoscevo veramente. Ho osservato il tuo modo di comportarti in famiglia e ho capito che sei viziato. Sei viziato e sei un bulletto, Nelson.
Sta zitta –. Non deve ricominciare a piangere. Non mi hanno mai viziato, tutto il contrario. Non sai cosa mi hanno fatto i miei.
Me l’hai detto un milione di volte e non mi è mai sembrata quella gran cosa. Ti aspetti che tua madre e quella povera vecchia di tua nonna ti spalleggino qualunque cosa tu faccia. Sputi veleno su tuo padre quando lui non chiede altro che di volerti bene, di avere un figlio vagamente normale.
Non mi voleva alla concessionaria.
Pensava che tu non fossi pronto e non lo eri. Non lo sei. Non sei pronto neanche a diventare padre ma questo è stato un errore mio.
Oh, anche tu fai degli sbagli –. Il verde che ha addosso è un colore orrendo, scintillante arsenico verde come quello che si metterebbe una mignottona nera per attirare l’attenzione in strada. Distoglie lo sguardo e vede sul ripiano di una scrivania due fenicotteri pieghevoli sistemati in una posizione da coito, uno sulla schiena dell’altro, e altri due che dovrebbero simulare un pompino, ma i becchi cascanti rovinano l’effetto.
Ne faccio un mucchio, sta dicendo Pru, e perché non dovrei? Nessuno mi ha mai insegnato niente. Ma ti dico una cosa, Nelson Angstrom: io avrò questo bambino qualunque cosa tu faccia. Puoi andartene all’inferno.
Ah sí?
Sí –. Deve addolcire un po’ la cosa. La pancia stessa che preme contro di lui sembra piú morbida, in cerca di un nido. Non voglio che tu lo faccia, ma puoi. Io non posso fermarti e tu non puoi fermare me, siamo due persone distinte anche se siamo sposati. Tu non hai mai desiderato sposarmi e adesso capisco che non avrei dovuto lasciartelo fare.
Però l’ho fatto, no? L’ho fatto, risponde lui, temendo che questa confessione possa accartocciargli di nuovo la faccia.
Allora piantala di fare il bullo. Mi hai costretta a venire qui e adesso vuoi costringermi ad andarmene. Mi piacciono questi tizi. Hanno piú senso dell’umorismo della gente dell’Ohio.
E allora restiamo –. Oltre ai fenicotteri ci sono altre cose in questa stanza, tutte ripugnanti. Una maschera di gesso di Elvis Presley con sotto dei lumini votivi incartati di rosso. Un acquario senza pesci pieno invece di Barbie e di quegli affari tentacolari di plastica che chiamano preservativi stimolanti. Appiccicate con le puntine ci sono cartoline argentate dove varie donne fanno capriole, mostrano il culo, porgono tette giganti con mano inguantata d’argento, e cartoline dalla Germania di quelle con le minuscole sbarrette divisorie per cui se le guardi in un modo c’è una scenetta pudica e dall’altro una oscena. La stanza nel suo insieme ha la precisione e la varietà del vomito che contiene ancora piselli verdi interi e fette di carote arancioni del pasto di un’ora prima. Nelson non riesce a smettere di guardare.
Mentre lui si sposta da un orrore all’altro, Pru scivola via, dopo una breve stretta di mano che forse fa ammenda per le cose che hanno detto. Cosa hanno detto? In cucina la ragazza a tette nude si è infilata una maglietta con la scritta ERA, Jamie si è tolto giacca e cravatta. Nelson ha l’impressione di essere altissimo, cosí alto che non riesce a sentire quello che sta dicendo, ma non importa, ridono tutti. In una camera da letto buia accanto alla cucina qualcuno sta guardando l’edizione speciale del telegiornale sull’Iran, sono le undici e mezzo, il tempo slitta e scompare con quei rapidi strattoni spasmodici tipici delle feste. Quando Pru viene a dirgli che vuole andarsene è mortalmente pallida, un fantasma con quel rossetto che sembra sangue da film ormai consunto al centro dove le labbra si toccano. Qualcosa nella testa di Nelson ha tinto tutto di blu e i denti di lei appaiono tutti storti mentre gli dice in un sussurro che si era tolta le scarpe come voleva lui ma adesso non le trova piú. Si lascia cadere su una sedia di cucina e allunga le gambe arancioni facendo sporgere la pancia come fosse un cazzo e ride con quelli che le stanno attorno. Che porci. Cercando le scarpe, Nelson trova invece, nella stanzetta piena di orrori argentei e fenicotteri, la ragazza coi pantaloni bianchi addormentata sul divano letto. Col viso rilassato sembra ancora piú giovane di prima. La mano pallida è rannicchiata a palmo in su accanto al naso. La placida protuberanza appena lentigginosa della fronte dorme senza rughe. Solo i capelli sono intrisi di profonda forza femminile, senza forcine e multicolori in un groviglio di avvallamenti e collinette. Vorrebbe coprirla ma non vede coperte, solo i polipi francesi e le Barbie luccicanti nell’acquario. Un frammento di lattea pelle nuda fa capolino tra il maglione color ruggine e il bordo dei pantaloni. Nelson la guarda e si chiede: possibile che una donna non possa esserti amica, sia pure col sesso e tutto? Perché bisogna sempre lottare con l’ego, e cercare di farsi del male solo per difendersi? Fissando quel pezzetto di pelle lattea, si dimentica cos’era venuto a cercare. Si accorge di aver bisogno di orinare.
In bagno dopo essersi vuotato la vescica coi piccoli fiotti traballanti di quando la si lascia diventare troppo piena, è attratto da un librone lucido posato sul cesto della biancheria, probabilmente appartiene a Slim, è una raccolta di fotografie e manifesti del nazismo, splendidi ragazzi biondi in fila che cantano e un bell’uomo grasso in una uniforme bianca coperta di medaglie e Hitler con un’aria giovane, magro e prode, che guarda una montagna. Tenerlo qui dev’essere una specie di sciccheria come quelle cartoline argentate dove le donne sono tanto sgradevoli che sembra non esserci proprio protezione contro le brutture del mondo, nessuna protezione per la ragazza addormentata e per lui. Pru ha trovato i suoi orribili zatteroni verdi ed è seduta in cucina mentre il portoricano bucherellato con cui aveva ballato è inginocchiato davanti a lei e sistema i laccetti nei fori come fosse uno scoubidou. Quando si alza Pru appare rigidissima, cosa le avranno dato? Si lascia infilare nella giacca di velluto che usava a Kent in primavera e in autunno, rossa cosí con quel vestito verde bandiera sembra Natale sei settimane prima, tutta impacchettata: Jason sta ballando in sala e insieme a lui ci provano pure Jamie e la ragazza con ERA di traverso su quelle miserabili tette, perciò salutano Pam e Slim, Pam bacia Pru sulla guancia da donna a donna come se le bisbigliasse all’orecchio la parola d’ordine e Slim unisce le mani di fronte allo stomaco e si inchina alla buddista. Quello sguardo obliquo, chissà se è connaturato o viene facendo cose perverse? La medusa urticante striscia lungo le labbra di Slim. Ultimi saluti con la mano e sorrisi e la porta si chiude sul rumore della festa.
Il portone dell’appartamento è antico, di quercia chiara. Qui su questo pianerottolo al secondo piano Nelson e Pru sono racchiusi in una specie di silenzio. La pioggia picchia sul lucernario scuro di vetro rigato sopra le loro teste.
Pensi ancora che sono un povero imbecille? chiede lui.
Nelson, ma perché non cresci un po’?
La solita ringhiera di legno sulla destra si tuffa in una vertiginosa doppia spirale giú fino al pian terreno. Guardando in basso, Nelson vede i coperchi di due bidoni della spazzatura nello scantinato. Pru lo sorpassa sulla sinistra, e in seguito lui ricorderà l’ampio fianco di lei che lo urta e la sua rabbia per quella che gli era sembrata deliberata goffaggine, a cui bisogna rispondere nello stesso modo, una piccola spinta vendicativa. A sinistra delle scale non c’è ringhiera, il muro è rovinato dai fori di chiodi rimasti dove i restauratori hanno tirato via dei pannelli. Cosí quando Pru con quelle sue zeppe si prende una storta non ha niente a cui aggrapparsi; emette un piccolo grugnito ma il suo viso pallido è impassibile come ai tempi del deltaplano, al momento del lancio. Nelson cerca di afferrare la giacca di velluto ma è già al di fuori della sua portata, lei non ha piú le gambe sotto di sé, lui vede il viso di Pru slittare oltre i buchi dei chiodi mentre lei si torce verso il muro cercando un appiglio là dove non ce ne sono. Poi si rovescia su un lato, cade a testa in giú, i gradini bordati di metallo le graffiano la pancia. È tutto totalmente veloce eppure Nelson riesce a fissare una sequela di sensazioni: il velluto che gli sfiora fremente le dita, la botta irata del suo fianco, l’indignazione per quelle ridicole scarpe e contro quelli che hanno tirato via la ringhiera dall’altra parte, tutto deposto a strati ordinati nella sua mente. Vede con estrema chiarezza la macchia di arancione piú scuro all’inguine, dove i collant sono rinforzati, come il centro di uno scandaloso fiore verde, quando il vestito si solleva ampio oltre le gambe al primo impatto. Pru continua a cercare di proteggersi il corpo sdrucciolevole con le braccia e quando si ferma un braccio è piegato ad angolo, a metà della rampa, una scarpa penzola quasi libera dal suo laccio, la testa è nascosta dalla massa sparpagliata dei suoi meravigliosi capelli e il corpo è una lunga forma immobile.
Fallt’s Bubbli nunner!
La pioggia batte sul lucernario a morbosi scrosci. La musica della foresta sgocciola attraverso i muri. Il rumore della caduta dev’essere stato enorme, perché la porta di quercia chiara si apre immediatamente e arrivano tutti vociando, ma l’unico suono percepito da Nelson era stato lo squittio di Pru al primo colpo come uno di quei giocattoli di plastica se qualcuno lo calpesta per sbaglio.
All’ospedale c’è Zuppetta in gran forma, scherza con le infermiere e gli inservienti e attraversa coi suoi vestiti neri questo mondo bianco, un bacillo felice, un’eccezione a tutte le regole. Viene avanti come per abbracciare mamma Springer ma all’ultimo istante si ritrae e le dà invece una specie di pacca baldanzosa su una spalla. A Janice e Harry riserva il ghigno malizioso a denti piccoli; per Nelson assume un’espressione piú seria ma sempre vivace. Ha un’aria splendida, a parte il braccio ingessato. È stata fortunata anche in quello. È il sinistro.
È mancina, gli dice Nelson. Il ragazzo è scontroso e curvo per il sonno. È rimasto all’ospedale con lei dall’una alle tre e adesso alle nove e mezzo è di nuovo lí. Ha telefonato a casa verso l’una e un quarto ma nessuno ha risposto e questo è andato ad aggiungersi a vent’anni di motivi per lagnarsi. Bismamma era in casa ma è troppo vecchia e intontita per sentire il telefono attraverso i suoi sogni, e i suoi genitori erano in un nuovo locale di spogliarello sulla 422 insieme ai Murkett e agli Harrison e poi a casa dei Murkett per bere qualcosa. Cosí non avevano saputo niente fino alle nove, quando Nelson, che era scivolato nel suo letto vuoto alle tre e mezzo, si era svegliato. Mentre andavano all’ospedale con la Mustang di Janice aveva affermato di non essersi addormentato finché gli uccellini non si erano messi a cinguettare.
Che uccelli? aveva chiesto Harry. Sono andati tutti a sud.
Papà, non rompere, fuori dalla mia finestra ci sono degli uccelli neri.
Storni, era intervenuta Janice, con intento pacificatore.
Non cinguettano, gracchiano, aveva insistito Harry. Gra, gra.
Non è buio fino a tardi ormai? aveva chiesto mamma Springer. Questa continua tensione fra suo genero e suo nipote la sta facendo invecchiare.
A Harry dava noia Nelson seduto lí con gli occhi rossi a tirar su col naso e puzzare ancora di alcol dalla sera prima, tanto piú che lui stesso aveva dormito poco e bevuto troppo. Aveva dominato l’impulso a dire gra un’altra volta. All’ospedale, chiede a Zuppetta: Come ha fatto ad arrivare qui cosí in fretta? con sincera ammirazione. Ghigno e tutto, questo tipo è davvero un po’ magico.
È stata la signora in persona, annuncia tutto allegro, facendo un piccolo passo laterale e mandando per terra la rivista in cima a una pila troppo alta su un tavolino. «Woman’s Day». «Field and Stream». Gli ospedali naturalmente non ricevono «Consumer Reports». Un po’ di tempo fa c’era stato un articolo durissimo sui costi medici e sull’incredibile margine di utile su prodotti come l’aspirina e le pillole per il raffreddore. Zuppetta si china a raccogliere la rivista e si rialza un po’ senza fiato. Dice: Evidentemente, quando sono riusciti a calmare un po’ quella cara ragazza, dopo che l’hanno ingessata e le hanno assicurato che il feto appariva sano, lei era ancora talmente preoccupata che si è svegliata alle sette e pensando che Nelson dormisse non sapeva a chi telefonare. Cosí ha pensato a me –. Zuppetta è raggiante: Io naturalmente ero ancora fra le braccia di Morfeo ma mi sono ripreso in fretta e le ho detto che avrei fatto una scappata tra la Comunione e la funzione delle dieci e infatti eccomi qua. Ecce homo. Voleva pregare con me per non perdere il bambino, lei aveva pregato ininterrottamente, e almeno fino a questo momento sembra che abbia, diciamo cosí, funzionato!, I suoi occhi neri scattano da uno all’altro su e giú, a destra e a sinistra. Il dottore che l’ha ricoverata ha staccato alle otto ma l’infermiera di turno mi ha solennemente giurato che nonostante tutti i lividi della madre quel cuoricino batte forte come sempre, e non c’è il minimo segno di emorragia vaginale o altro di spiacevole. Questa madre natura è veramente una vecchia pellaccia –. Ha scelto mamma Springer come destinataria della frase: Adesso devo correre, oppure le pecorelle affamate non saranno nutrite. L’orario di visita in realtà non comincia fino all’una ma sono certo che nessuno avrà da ridire se ficcate la testa dentro un attimo. Dite che avete la mia benedizione –. E la mano si alza automaticamente, come per benedire. Invece la posa su una manica della lucente pelliccia di mamma Springer. Se non ce la fa ad arrivare per la funzione, la supplica, venga alla riunione dopo. Bisogna decidere insieme al consiglio parrocchiale per il nuovo organo su rotaia, e verranno tutti i soliti taccagni. Mettono un dollaro alla settimana nel piatto dell’elemosina e il loro voto vale quanto il suo o il mio –. Schizza via, distribuendo il segno a V della pace in tutta la sala d’attesa.
Ragazzi, a questi le disgrazie piacciono proprio, pensa Harry. D’altronde è un campicello che nessun altro si coltiva. L’ospedale San Joseph è nella squallida parte nord di Brewer, dove una volta c’era l’Y.M.C.A. prima che lo tirassero giú per costruire un’ennesima banca a drive in e dove hanno rifatto il vecchio ponte ferroviario di legno con un cemento che si è immediatamente incrinato. Si era parlato di interrare le rotaie con un tunnel ma i treni hanno risolto il problema smettendo quasi di viaggiare. Janice aveva avuto qui Rebecca June quando le infermiere erano tutte suore, magari lo sono ancora solo che ormai è impossibile distinguerle. Al banco ricevimento di questo piano c’è una donna con un tailleur pantaloni color salmone. Il suo sederone espanso e le spalle cadenti fanno strada. Porte semi aperte svelano persone emaciate distese sotto bianche lenzuola a fissare bianchi soffitti, sono già fantasmi. Pru è in una stanza a quattro letti e due donne con trasparenti pigiami ospedalieri si precipitano sotto le coperte, colte di sorpresa da questi visitatori mattutini. Nel quarto letto dorme un’anziana donna di colore. Anche Pru è quasi addormentata. Resta qualche traccia di mascara dalla sera prima ma per il resto ha un aspetto virginale, specialmente l’ingessatura fresca e bianca da gomito a polso. Nelson la bacia lievemente sulle guance, poi si siede sull’unica sedia accanto al letto lasciando in piedi genitori e nonna e sprofondando il viso nell’incavo accanto al fianco di Pru. Che bambino, pensa Harry.
Nelson è stato straordinario, sta dicendo Pru, si è talmente preso cura di me –. Harry non le aveva mai sentito questa voce musicale e roca. Si chiede se stare sdraiata faccia quest’effetto a una donna: cambia l’angolatura delle corde vocali.
Già, l’ha presa malissimo, dice Harry, noi non abbiamo saputo niente fino a stamattina.
Nelson alza la testa. Erano in un locale di spogliarello, figurati.
Cristo, dice Harry a Janice, chi è che decide qui? Cosa vorrebbe, che ce ne stessimo elegantemente chiusi in casa a invecchiare?
Mamma Springer dice: Possiamo fermarci solo un attimo, voglio andare in chiesa. Credo che non farebbe buona impressione se andassi solo alla riunione, come diceva il reverendo Campbell.
Va’ a quella riunione, mamma, sottolinea Harry, e ti faranno sborsare un capitale. Gli organi su rotaie non crescono sugli alberi, sai.
Janice dice a Pru: Povera piccola. È molto malridotto quel braccio?
Oh, non sono stata molto attenta a quello che diceva il dottore –. Ha la voce fluttuante, dev’essere imbottita di tranquillanti. C’è un osso esterno, ha un nome buffo…
Femore, suggerisce Harry. Qualcosa nella situazione lo agita, lo rende nervoso e aggressivo. Quelle spogliarelliste ieri sera, qualcuna era cosí giovane da poter essere sua figlia. Il posto si chiamava La Ciliegia D’Oro.
Nelson rialza la testa dalla tana accanto al fianco di Pru. Quello è nella coscia, papà. Intende dire l’omero.
Ah ah, risponde Harry.
Pru emette una specie di gemito. Ulna, precisa, ha detto che è una frattura semplice.
Fra quanto sarai a posto? chiede Harry.
Sei settimane se farò come mi dice lui.
Per Natale, dice Harry. Quest’anno Natale per lui è importantissimo, perché passato quello e la resa dei conti di Capodanno faranno il loro viaggio, hanno già prenotato l’albergo e l’aereo, hanno ridiscusso tutto ieri sera, dopo l’eccitazione delle spogliarelliste.
Povera piccola, ripete Janice.
Pru comincia a cantare, senza musica. Ma le parole vengono fuori come cantate. Oh mio Dio, non importa, sono contenta, merito di essere punita in qualche modo. Credo sinceramente, si rivolge a Janice, con un’autorevolezza di cui non aveva mai dato prova, che Dio mi abbia imposto questo prezzo da pagare. Chiede questo per lasciarmi il bambino. Sono contenta di pagarlo, sarei contenta se mi si fosse rotto ogni osso che ho in corpo, non mi importerebbe. Oh mio Dio, quando non mi sono piú sentita le gambe sotto e ho capito che non potevo evitare di cadere per quelle orribili scale, mi sono passati certi pensieri per la testa! Tu lo sai.
Vuol dire che Janice deve ben sapere cosa significa perdere un figlio. Janice prorompe in una specie di guaito e si butta cosí pesantemente sulla ragazza distesa che Harry sobbalza, e le batte sulla schiena per tirarla via. Sentendosi la durezza del gesso contro il seno, Janice inarca la spina dorsale sotto le sue mani; attraverso la stoffa la pelle è tesa come un tamburo e calda. Ma Pru non dà segno di sentire dolore, sorride in quel suo modo sbilenco e misurato e tiene le palpebre ancora macchiate d’azzurro serenamente chiuse, accettando su di sé il peso della donna piú vecchia. Muove la mano libera dal gesso in modo da poter dare dei colpetti alla spalla di Janice; le sue dita arrivano vicine a quelle di Harry. Pat, fanno, pat pat. Harry pensa alle dita tonde di Cindy Murkett e considera stupito che sembrano molto piú infantili e simili a bruchi di queste, ossute per quanto giovani e arrossate sulle nocche: anche le mani di sua madre sembravano sempre ben ben sfregate. Janice continua a singhiozzare, Pru continua a dare colpetti, le altre due pazienti sveglie continuano a guardare. Momenti cosí complessi prendono Harry in contropiede. Si sente aspramente rimproverato, dato che la versione ufficiale di famiglia ha sempre dato la colpa a lui per la morte della piccola fra le mani di Janice. Eppure adesso sembra che venga dichiarata la verità, che lui era solo uno spettatore casuale. Nelson, spinto di lato dall’attacco di disperazione di sua madre, si tira su e guarda fisso, povero esausto ragazzo. Queste dannate donne tutte prese dalla loro comunione spirituale dovrebbero lasciarci fuori, totalmente. Finalmente Janice si raddrizza, dopo aver talmente singhiozzato che ha il labbro superiore sporco di moccio.
Harry le porge il suo fazzoletto.
Sono cosí felice, dice tirando rumorosamente su col naso, per Pru.
Su, dài, ricomponiti, borbotta lui riprendendosi il fazzoletto.
Mamma Springer calma le acque dicendo: È un vero miracolo, rotolare per tutte quelle scale e cavartela cosí. Una volta in quelle vecchie case di Brewer le scale ai piani alti erano solo per la servitú.
Non le ho fatte tutte, dice Pru, è stato proprio per bloccarmi che mi sono rotta il braccio. Non ricordo di aver sentito male.
Già, aggiunge Harry, Nelson ce l’ha detto che non avevi dolore.
No, no –. L’abbraccio di Janice le ha sparpagliato i capelli sul cuscino e cosí sembra una che sta cadendo nello spazio cantando. Non mi sarei fatta praticamente niente, i dottori dicono che non sarebbe dovuto succedere, è stata colpa di quei tremendi zatteroni che portiamo tutte quante. È una moda talmente stupida. Appena torno a casa li brucio, giuro.
E quando dovresti tornare? chiede mamma, spostando la borsetta nera da un braccio all’altro. Era già vestita per andare in chiesa prima ancora che Nelson si svegliasse e cominciasse il trambusto. È letteralmente schiava di quella chiesa, e Dio solo sa che cosa ne ricava.
Ha detto fra una settimana. Per farmi star ferma ed essere ben sicuri. Per il bambino. Stamattina mi sono svegliata perché avevo delle contrazioni, e allora mi sono spaventata e ho chiamato Zuppetta. È stato meraviglioso.
Eh già, dice mamma.
Harry detesta sentirlo chiamare «il bambino». In questa fase dev’essere piuttosto simile a un porcellino o a una grossa rana tremolante, si immagina. E se lei lo avesse perso, sarebbe vissuto? Ormai mantengono in vita prematuri di cinque mesi e ben presto si fabbricheranno i bambini in provetta dal primo al nono mese. Dobbiamo accompagnare mamma in chiesa, annuncia. Nelson, vuoi svegliarti e venire o restar qui a dormire? La testa del ragazzo è di nuovo scesa sul materasso.
Harry, dice Janice, non essere cosí antipatico con tutti.
Pensa che ci agitiamo stupidamente per il bambino, dice Pru con voce sognante, stuzzicandolo blandamente.
No, ehi, guarda che sono felicissimo per il bambino –. Si china a darle un bacio per salutarla e vorrebbe dirle piano all’orecchio di tutti i figli che ha avuto lui, vivi e morti, visibili e invisibili. Invece raddrizzandosi le dice: Stai calma. Torneremo piú tardi e ci fermeremo di piú.
Non rinunciare al golf, gli dice lei.
Il golf è alle ultime. Non vogliono piú che si cammini sui green oltre un certo punto.
Nelson le sta chiedendo: Vuoi che vada o che resti?
Vai, Nelson, per l’amor del cielo, lasciami dormire.
Sai, mi spiace se ieri sera ho detto qualcosa. Ero completamente andato. Stanotte quando ho saputo che probabilmente non avresti perso il bambino ero cosí sollevato che ho pianto. Davvero –. Piangerebbe ancora ma invece si annuvola in volto, per l’imbarazzo di sapere che gli altri hanno sentito. Ecco perché amiamo i disastri, secondo Harry, perché ci restituiscono i sensi di colpa e ci fanno tornare da Dio strisciando. Se non ci rendessimo conto di essere in torto non saremmo meglio degli animali. Supponiamo che avesse abortito proprio nell’attimo in cui lui stava guardando quella pollastra olivastra con la lingua roteante mentre si tirava giú le mutandine argentate e sbirciava il pubblico da dietro le spalle titillandosi il buco del culo con una piuma di struzzo: sarebbe stato malissimo.
Pru allontana con un gesto le parole tremolanti del marito e i loro visi ansiosi. Sto bene. Vi voglio tantissimo bene –. I capelli sparpagliati, aspetta di sprofondare nel sonno, in preghiere piú frenetiche, nei fluidi sognanti all’interno della sua pancia coperta di lividi. L’ala tozza di gesso bianco come la neve si solleva di qualche centimetro in segno di saluto. La lasciano in compagnia di angeli antisettici e si trascinano attraverso gli stessi corridoi, e i loro passi risuonano fragorosi in mezzo alla silenziosa determinazione di rimandare le liti a quando saranno in macchina.
Una settimana!, dice Harry, appena cominciano a infilarsi nella Mustang. Avete idea di quello che costa una settimana in ospedale di questi tempi?
Papà, possibile che tu sappia pensare sempre e soltanto ai soldi?
Qualcuno deve pur farlo. Una settimana saranno come minimo mille dollari. Come minimo.
Hai la Blue Cross, no?
Non per le nuore, però. E nemmeno per te, dopo i diciannove anni.
Be’, io non so, dice Nelson, ma non mi piace per niente che sia in corsia con quelle altre che vomitano e gemono tutto il tempo. Una è perfino negra, avete visto?
Da dove ti arriva questo razzismo? Non certo da me. Comunque non è una corsia, le chiamano semiprivate.
Voglio che mia moglie abbia una camera privata, dice Nelson.
Davvero? Vuoi, vuoi. E chi lo paga il conto, pezzo grosso? Tu?
Mamma Springer dice: So solo che quando ho avuto la diverticolite Fred per me ha preteso assolutamente la camera privata. Era una stanza d’angolo, con una splendida vista sull’orto botanico e le magnolie che stavano sbocciando.
Janice chiede: E la concessionaria? Nelson non è coperto dall’assicurazione aziendale?
Harry le spiega: Hai diritto all’assistenza per maternità solo dopo nove mesi che lavori lí.
Un braccio rotto non è propriamente maternità, dice Nelson.
Già, ma se non fosse per la maternità se ne andrebbe già a spasso col suo gesso.
Forse Mildred potrebbe approfondire, suggerisce Janice.
Okay, concede lui di malagrazia, non so com’è stipulata esattamente la nostra polizza.
Nelson dovrebbe accontentarsi di questo. Invece si appoggia al sedile davanti in modo che la sua voce penetri nelle orecchie di Harry e dice: Senza Mildred e Charlie non sai come sono esattamente un mucchio di cose. Voglio dire…
So cosa vuoi dire e sul commercio automobilistico so un’infinità di cose in piú di quelle che saprai mai tu, se continui cosí e non smetti di sprecare il tuo tempo con questi scassoni di Detroit che ci sono costati una fortuna e non cominci a occuparti della marca che trattiamo.
Fossero Datsun o Honda non ci baderei, ma sinceramente, papà, le Toyota…
La rappresentanza Toyota è quello su cui è riuscito a mettere le mani Fred Springer e le Toyota sono quello che vendiamo. Bessie, perché non gli molli un ceffone? Io non ci arrivo.
Dal sedile posteriore arriva, dopo una pausa, la voce di sua suocera: Mi chiedo se dopotutto sia il caso di andare in chiesa. So che lui sta dandosi un gran da fare per quell’organo e che gli altri non sono troppo entusiasti. Se mi faccio vedere potrebbe mettermi a capo di un comitato e ormai sono troppo vecchia.
Vero che Teresa aveva un aspetto tanto dolce? chiede Janice ad alta voce. Era come cresciuta dalla sera alla mattina.
Già, dice Harry, e se si fosse fatta tutti e due i piani sarebbe piú vecchia di noi.
Gesú, papà, dice Nelson, chi ti è simpatico?
A me stanno simpatici tutti, ribatte Harry. Solo che non mi piace essere incastrato.
Per andare da St Joseph a Mt Judge bisogna passare oltre la ferrovia e poi proseguire a destra su Locust Street, oltrepassare il liceo e il parco panoramico, e attraversare il centro commerciale. Di domenica mattina girano in macchina soprattutto gli americani vecchio stile: donne coi capelli tinti di azzurro o di rosa come quei pulcini pasquali prima che lo vietassero per legge, e uomini abbarbicati al volante con tutt’e due le mani come se da un momento all’altro l’arnese dovesse tentare di disarcionarli ragliando: con la benzina già a un dollaro e tredici in certi distributori grazie al vecchio Ayatollah cercano di spremere al massimo ogni goccia. A dire il vero la filosofia della gente è piuttosto quella di bruciarla tutta finché ce n’è e poi Carter può andare a remare. I quattro film al cinema del centro sono ALL AMERICAN BOYS, DUE SOTTO IL DIVANO, IL MARATONETA e 10. Gli piacerebbe vedere 10, ha notato la pubblicità con questa ragazza dall’aria svedese e le treccine fitte come una negretta dello Zaire. Parola d’ordine: tutti scopano con tutti. Quando pensa a tutte le scopate passate e future del mondo, e neanche una per lui, seduto qui a morire in questa macchina soffocante, si sente mancare il cuore. In vita sua non scoperà mai piú nessun’altra tranne la povera Janice Springer, vede questa possibilità di fronte a lui, dritta e cupa come la strada ormai nota. Il suo stomaco inacidito dagli spassi della sera prima si torce come quando correva per non arrivare tardi a scuola. Improvvisamente dice a Nelson: Come diavolo hai potuto lasciarla cadere, perché non l’hai afferrata? E poi cosa facevate in giro cosí tardi? Quando tua madre ti aspettava noi non andavamo mai da nessuna parte.
Non insieme, rispose il ragazzo, per quel che ne so andavi in un bel po’ di posti per conto tuo.
Non quando era incinta di te, passavamo una sera dopo l’altra davanti alla scatola idiota, Lucy ed io e quelle merdate lí, vero Bessie? E non sniffavamo erba, neanche.
L’erba non si sniffa, si fuma. È la coca che si sniffa.
Mamma Springer risponde con calma alla domanda. Non so esattamente come vi regolavate tu e Janice, dice stancamente, con una voce che sta guardando fuori dal finestrino, oggi i giovani sono diversi.
Puoi ben dirlo. Tu licenzi qualcuno per dare il lavoro a loro, e loro sparano contro il prodotto.
È un prodotto buono se ti interessa solo spostarti da qui a lí, comincia Nelson.
Harry lo interrompe furiosamente, pensando alla povera Pru là sdraiata con un bebè piagnucolone che nasconde la testa al suo fianco invece di un marito, a Melanie che lavorava come una schiava alla Crêpe House per quegli stronzi impiegati di banca che fanno colazione in centro, alla sua cara figlia piena di speranze intrappolata con quel faccione rosso di Jamie, alla povera piccola Cindy costretta a sorridere mentre si fa scopare da dietro in modo che il vecchio Webb possa eccitarsi col suo giochetto fotografico, a Mim che se l’era dovuta fare per anni e anni con quei teppisti italiani laggiú, a mamma che tuffava le braccia stanche in una saponata grigia e piangeva sulle faccende di casa finché alla fine grazie al Parkinson poté starsene un po’ a letto a riposarsi, a tutte le donne sfruttate e sprecate nel mondo perché possano venire fuori dei piccoli punk come questo. Lascia che ti dica qualcosa sulle Toyota, sbotta, sono costruite da ometti gialli in tuta bianca che lavorano nella stessa fabbrica dalla culla alla bara e diventano matti se c’è un granello di polvere nella pompa di alimentazione e invece i macinini che escono da Detroit li mette insieme alla meno peggio un branco di negri con le cuffiette a riempirgli le orecchie di musica e cosí sballati di droga che non riescono nemmeno piú a distinguere una vite da un dado ad alette e, come se non bastasse, detestano l’azienda. Metà delle macchine che escono dalla catena di montaggio della Ford sono deliberatamente sabotate, non so piú dove l’ho letto ma non era «Consumer Reports».
Papà, come sei razzista. Cosa direbbe Skeeter?
Skeeter. In tutt’altro tono di voce Harry risponde: Skeeter è stato ucciso a Filadelfia in aprile. Te l’avevo detto?
Non fai che dirmelo.
Non biasimo i negri alla catena di montaggio, dico solo che costruiscono delle macchine schifose.
Nelson parte all’attacco, sciamannato e a pezzi com’è, povero ragazzo. E chi sei tu per criticare me e Pru se siamo andati a trovare i nostri amici quando tu eri coi tuoi a vedere quelle ridicolissime ballerine esotiche? Come hai potuto sopportarlo, mamma?
Janice dice: Non è stato terribile come credevo. Rispettano certi limiti. Non era molto peggio di quello che si vedeva una volta al luna park.
Non rispondergli, le dice Harry, chi è lui per giudicare?
Il buffo è, continua Janice, che mentre Cindy, Thelma e io eravamo assolutamente d’accordo su quale fosse la ragazza migliore, gli uomini ne hanno scelta una completamente diversa. A noi piaceva una orientale alta piena di grazia e di senso artistico e a loro, agli uomini, piaceva una piccola bionda senza mento che non sapeva neanche ballare.
Aveva quella cert’aria, spiega Harry, come di una che fa sul serio.
E poi quell’altra tozza e nera che ti ha eccitato. Con la piuma.
Aveva la carnagione olivastra. Non era male, anche lei. Ma avrei fatto anche a meno della piuma.
Bismamma non vuole stare a sentire queste sconcezze, interviene Nelson.
Bismamma non ci bada, gli dice Harry. Niente sconcerta Bessie Springer. Ama la vita, lei.
Oh, non saprei, dice la vecchia signora con un sospiro, queste cose non c’erano, quando avrebbero potuto interessarci. Ricordo che ogni tanto Fred portava a casa «Playboy», ma a me sembravano piú che altro patetiche, queste diciottenni che in realtà erano solo delle bambine, a parte il corpo.
È cosí per tutti, no? chiede Harry.
Parla per te, papà, risponde Nelson.
No, davvero, voglio dire, insiste Bessie, ti chiedi a che scopo le abbiano allevate i loro genitori, vedendole lí nude come mamma le ha fatte. E cosa devono pensare quegli stessi genitori, sospira. Il mondo è cambiato.
Janice dice: Credo che in quello stesso locale il lunedí sera ci sia lo spogliarello maschile per le signore. E dicono che i ragazzi si spaventano sul serio, me l’ha raccontato Doris Kaufmann, le donne cercano di afferrarli e di salire sul palcoscenico. Pare che le peggiori siano quelle sopra i quaranta.
Che cosa disgustosa, dice Nelson.
Bada a come parli, gli dice Harry, tua madre è sopra i quaranta.
Papà.
Be’, io non mi comporterei cosí, dice lei, ma capisco che qualcuno possa farlo. Immagino che in gran parte dipenda da quanto ti soddisfa un marito.
Mamma, protesta il ragazzo.
Hanno girato attorno alla montagna e sono sulla Central e l’orologio elettrico nella vetrina della tintoria fa le dieci e tre. Harry grida: Pare che ce l’abbiamo fatta, Bessie.
La bandiera del municipio è a mezz’asta per via degli ostaggi. Davanti alla chiesa c’è ancora gente col vestito della festa che sta entrando sotto una volta di campane che chiamano con la loro lingua di ferro, sotto le nuvole grigie e frastagliate dal vento di questo cielo novembrino spruzzato d’argento. Aiutando mamma a scendere dalla Mustang, Harry dice: Non ipotecare la concessionaria per l’organo di Zuppetta, mi raccomando.
Nelson chiede: Come torni a casa, bismamma?
Oh, penso che mi farò dare un passaggio dal nipote di Grace Stuhl, che di solito viene a prenderla. E se no non mi ucciderà tornare a piedi.
Mamma, dice Janice, non puoi assolutamente tornare a piedi. Chiamaci a casa alla fine della funzione, se non trovi un passaggio. Noi non usciamo –. Ormai il club funziona al minimo; servono solo sandwich cellofanati, metà dei campi da tennis sono chiusi e hanno già spostato le bandierine per i campi da golf invernali. C’è una tristezza in questo che brucia Coniglio. Tornando a casa con Janice e Nelson pensa a com’era una volta, quando vivevano insieme loro tre soli, piú giovani. Tra Janice e il ragazzo quel qualcosa c’è ancora. Lui l’ha perso. Ad alta voce dice: Cosí non ti piacciono le Toyota.
Non è una questione di piacere, papà, non hanno granché per piacerti o non piacerti. Ieri sera alla festa parlavo con una ragazza che si è appena comprata una Corolla eppure abbiamo chiacchierato solo delle vecchie macchine americane, di com’erano fantastiche. È come le Volvo, non ce l’hanno piú neanche loro, non è una cosa controllabile. È come, ecco, è come arrivare a una certa età.
Il ragazzo cerca di fare conversazione, di rappezzare le cose. Harry non perde la calma e pensa: una certa età, se continui con questa vita, sbatterti qua e là e sempre droghe, sarai ben fortunato ad arrivare alla mia certa età.
Le Mazda, dice Nelson, di quelle sí mi piacerebbe avere la rappresentanza. Quel motore rotativo è talmente piú efficiente di quello a quattro tempi, quando avranno sistemato il problema della guarnizione questo paese potrebbe funzionare con metà della benzina.
Allora vai a chiedere un lavoro a Abe Chafetz. Ho sentito dire che sta fallendo, le Mazda sono piene di difetti. Manny dice che non risolveranno mai il problema della guarnizione.
Janice dice, per placarli: La pubblicità Toyota alla Tv secondo me è molto intelligente e piena di fascino.
Vi piace, chiede Harry, quella nuova con Scrooge, come fa quella risatina chioccia e si allontana? Fa una risatina chioccia, Janice e Nelson ridono, e durante l’ultimo isolato prima di casa, sotto gli aceri spogli di Joseph Street, le loro tre teste si abbandonano all’unisono a ricordi felici, pubblicità Toyota, uomini e donne che saltano, uomini e donne qualunque, coi vestiti che si gonfiano e poi si abbassano al rallentatore come tuniche di angeli, come una misteriosa intima violenza di natura chimica o l’ala di un colibrí ingrandita e isolata nel processo di sbattere su e giú, per restare poi ghignante in un’inquadratura bloccata, sospesa in sfida alla legge di gravità.
Dobbiamo andarcene da qui, sussurra rauco a Janice mentre sono a letto, qualche giorno dopo, alla vigilia del ritorno di Pru dopo una settimana di grazia in ospedale. È notte: il faggio, privo di foglie e di ghiande rumorose, fa entrare ancora piú luce nella stanza. Uno o due dei vetri nella finestra sul lato piú vicino alla strada, il lato dove dorme Coniglio, hanno qualche piccola imperfezione, chiazzette ondose o bolle oblunghe, quasi invisibili alla luce del giorno mentre di notte scagliano sulla parete di fronte, sulla tappezzeria a medaglioni e le sue ombre simili a falene, drammatici ingrandimenti, con il colore di ciascun pannello rafforzato dall’ingrandimento; e cosicché la zona sopra il disordinato cassettone di mogano di Janice, un retaggio dei Koerner, è invasa da un effetto tipo vetro macchiato, proprio accanto alla porta a quattro pannelli che chiude fuori il mondo. Dieci anni di coabitazione, nei minuti o nelle ore che passano dal momento in cui spegne la luce sul comodino a quello in cui conquista il sonno, hanno stabilito questi rettangoli luminosi come preziose presenze nel cervello di Harry, gioielli espansi premuti dall’aria, presenze di cui sentirà la mancanza se lascerà questa stanza. Deve lasciarla. Intrecciate con le astratte proiezioni dei vetri difettosi ci sono le ombre inquiete dei rami del faggio che tremano e oscillano nel freddo là fuori.
E dove andremo? chiede Janice.
Ci compreremo una casa come tutti, risponde, parlando in un rauco sussurro come se mamma Springer potesse sentire questo bisbiglio traditore attraverso il muro e il tenue ruggito del televisore alle prese con una crisi nel film, interrotta dal fragore di una pubblicità, e poi si riprendono le fila per arrivare a un’altra crisi. Dall’altra parte di Brewer, piú vicino alla concessionaria. Attraversare la città tutti i santi giorni è una cosa che mi fa impazzire. Ed è uno spreco di benzina.
Non a Penn Villas, dice lei, non mi riporterai mai a Penn Villas.
Neanche a me. Ma cosa ne diresti di Penn Park? In mezzo a tutti quei simpatici avvocati e dermatologi? È da quando andavo a giocare a pallacanestro lí che sogno di viverci. Una casa che abbia almeno il rivestimento di pietra sul davanti, e magari il soggiorno interrato, tanto per ricevere i Murkett con un certo stile. È imbarazzante invitare qualcuno qui, tua madre dopo cena va di sopra ma è un posto talmente tetro, e adesso avremo fra i piedi anche Nelson e famiglia.
Dice che appena le cose andranno un po’ meglio vuole cercarsi un appartamento.
Se continua con questo atteggiamento, le cose non andranno mai meglio. Lo sai benissimo. Qua l’affitto è gratis e se ci sono loro ci sentiremo meno in colpa a lasciare tua madre. È la nostra occasione –. Si è intrufolato con la mano sotto la camicia da notte; per la voglia di averla complice nel suo sogno le afferra i seni, la mano si riempie di qualcosa di noto, un po’ flosci come palloncini che si sgonfiano con l’età; ma comunque grazie al tennis e al nuoto e a quegli scarni geni spilorci di Fred Springer il suo corpo si è conservato meglio di tanti. Le si rizzano i capezzoli, e il cazzo di Harry a cui non viene prestata grande attenzione si indurisce alla chetichella. O magari, continua lui, ancora a voce roca, uno di quei finti palazzotti Tudor che sembrano una torta decorata e hanno il tetto a punta come le case delle streghe. Gesú, come sarebbe orgoglioso papà se potesse vedermi in un posto del genere.
Possiamo permettercelo, chiede Janice, con le ipoteche che hanno l’interesse del tredici per cento?
Fa scivolare la mano lungo le lustre argentee ondulazioni della pancia fino alla chiazza di peli, che sembrano rizzarsi elettrici al suo tocco. Ogni tanto dovrebbe mangiarla. Stenderla sulla schiena con le gambe penzoloni oltre il bordo e poi chinarsi a mangiar figa finché lei viene. Lo faceva i primi tempi nell’appartamento della sua amica, con vista sulle cisterne grigie lungo il fiume, si inginocchiava e pascolava in quel prato di felci per ore, col naso e le palpebre che sfregavano contro tanta meraviglia. Tutte le donne si meritano di essere mangiate una volta ogni tanto, non vengono in modo da riempirti la bocca come un’ostrica, come possono sopportarlo le puttane, cazzo dopo cazzo, elimina i rischi di malattie veneree, ma dover inghiottire, in una settimana se ne faranno per qualche litro. A Ruth non è mai piaciuto, ma certe fighette almeno a leggere le interviste di «Oui» se lo bevono proprio, una ha detto che sa di champagne. Forse invece del salotto potrà esserci uno studio interrato, l’importante è una stanza dove si arrivi scendendo un paio di gradini moquettati, tanto per far capire che è una casa moderna. Ecco il bello dell’inflazione, dice a Janice in tono seducente, piú debiti hai, meglio è. Chiedi a Webb. Paghi con dollari che valgono meno, e l’interesse lo deduci dalle tasse. Anche dopo aver comprato i Krugerrand e aver pagato le tasse di settembre abbiamo troppi soldi in banca, e i soldi in banca ormai li tengono solo gli idioti. Buttiamoli nella prima rata della casa e lasceremo che sia la banca a preoccuparsi se il dollaro scende, e intanto la casa aumenterà di valore del dieci, venti per cento all’anno –. La figa si inumidisce, le labbra si aprono.
Mi sembra che sarebbe un po’ dura per la mamma, dice Janice, con la voce flebile che le viene facendo l’amore, un giorno ci lascerà questa casa e si aspetta che fino ad allora ci viviamo.
Vivrà ancora vent’anni, dice Harry, affondando col medio, e tra vent’anni tu ne avrai sessantaquattro.
E non sembrerà strano a Nelson?
Perché? È quello che vuole, che io mi tolga dai piedi. Lo deprimo.
Harry. Non credo che sia tu. Credo che abbia semplicemente paura.
E cos’ha da aver paura?
La stessa cosa di cui avevi paura tu alla sua età. La vita.
La vita. Ce n’è troppa, e non abbastanza. La paura che un giorno o l’altro finirà, e la paura che domani sarà uguale a ieri. Be’, non doveva tornare a casa se era per prenderla cosí, dice Harry. L’erezione sta diminuendo.
Non lo sapeva, dice Janice. Col dito ancora dentro di lei si accorge che i suoi pensieri stanno allontanandosi dalla loro carne, verso il triste reame della famiglia. Non sapeva che saresti stato cosí duro con lui. Perché lo fai?
Quel ragazzino del cazzo non aveva ancora tredici anni e già cercava di portargli via Jill, là a Penn Villas, quando Janice se n’era andata. È lui che è duro con me, dice Harry. Ha smesso di bisbigliare. Se tende l’orecchio sente che la Tv di mamma Springer è ancora accesa, un rumore dissennato, rintronante, insorgente, piú che alla voce umana assomiglia a un suono naturale, tra gli alberi o su una spiaggia. È diventata una fedelissima dell’edizione speciale del telegiornale sugli ostaggi alle undici e mezzo e ogni mattina racconta agli altri l’ultimissima versione del nulla che succede. Khomeini e Carter sono intrappolati tutti e due da un branco di mocciosi che avrebbero bisogno di radersi e non sanno un cazzo di niente, parlano tanto dei vecchi che mandano i giovani alla guerra, se si potessero cacciar via da questo mondo tanti ragazzini idioti forse poi si vivrebbe in modo un po’ piú sensato. Gli viene una faccia incazzosa se solo apro bocca per dire qualcosa. In negozio ogni volta che gli do un consiglio su qualcosa lui va e fa il contrario. È venuto un tizio che voleva la Mercury, quell’altra spider che ha fracassato quella volta, e offre di darci dentro un gatto delle nevi. L’ho preso per uno scherzo finché l’altro giorno arrivo e la Mercury non c’è piú, in compenso un piccolo gatto delle nevi giallo Kawasaki se ne sta in prima fila insieme alle nuove Tercel. Faccio il diavolo a quattro e Nelson mi dice di piantarla con la mia spilorceria, gliel’ha scontato quattrocento dollari e ci renderà almeno il doppio in pubblicità, quella concessionaria di matti che hanno preso dentro un gatto delle nevi.
Janice si produce in un morbido rumorino che se fosse meno stanca sarebbe una risata. È il tipo di cose che faceva papà.
E poi ha comprato diecimila dollari di vecchie spider alle mie spalle, roba che fa tre chilometri con un litro e nessuno le vorrà mai e poi questa capriola di Pru ci sta costando un maledetto capitale. Nessuna assicurazione la copre.
Shh, mamma potrebbe sentire.
Voglio che senta, è lei che mette in testa al ragazzo tutte queste idee grandiose. L’altra sera, li hai sentiti inventarsi che adesso lui e Pru devono avere una macchina tutta per loro quando c’è la sua vecchia Chrysler in garage sei giorni su sette? Attraverso le pareti giunge attutito un salmodiare lento, sono gli iraniani davanti all’ambasciata che manifestano a beneficio delle telecamere. La gola di Coniglio è chiusa dalla frustrazione: Devo andarmene, amore.
Parlami della casa, dice Janice, riportandosi la mano di lui sulla passerina, quante stanze vorresti?
Comincia a massaggiarla, trascina le dita lungo i lati del triangolo, prima uno e poi l’altro, e poi lo interseca con una ponderata carezza, cercando il fulcro, il nocciolo. I peli di Cindy gli erano parsi piú scuri di quelli di Janice, meno ricciuti, forse accesi da qualche ago di luce come la pelliccia di mamma Springer. Non avremmo bisogno di molte camere da letto, dice a Janice, solo una grande per noi, con un bello specchio di fronte al letto…
Uno specchio! Da dove arriva l’idea dello specchio?
Tutti ce l’hanno ormai. Ti ci guardi dentro mentre scopi.
Oh, Harry, non potrei mai.
Credo che potresti. E poi almeno un’altra camera da letto caso mai tua madre dovesse venire a vivere con noi, o avessimo ospiti, ma non accanto alla nostra, con in mezzo almeno un bagno per non sentire la televisione, e al piano di sotto una cucina con tutti i nuovi aggeggi compreso il Cuisinart…
Mi fa paura. Doris Kaufmann dice che per le prime tre settimane riusciva a fare solo poltiglie. L’unica differenza era che una sera era poltiglia rosa e la sera dopo verde.
Imparerai, mormora suadente, tracciando cerchi sul suo corpo, cerchi che si allargano a sfiorarle le tette e il pelo e poi diminuiscono a stuzzicarle l’ombelico come la piuma nel culo dell’olivastra sulla statale 422, ci sono i libretti di istruzioni, poi voglio il frigo che fa i cubetti di ghiaccio automaticamente, e uno di quei forni a parete all’altezza del viso in modo da non doversi chinare, però non so se prenderlo a microonde, ho letto da qualche parte che ti friggono il cervello anche se stai in un’altra stanza…, Umida, è cosí umida che la sua figa lo sorprende, quando la tocca, come un lumacone sotto una foglia in giardino. Il suo cazzo è un bulbo che pulsa fino a far male. … e questo grande soggiorno interrato con tante luci sulla parete dove faremo delle feste…
E chi inviteremo a queste feste? La voce di lei sprofonda nel cuscino come la polvere di una mummia esposta, è talmente debole.
Oh…, la mano di Harry continua a scivolare attorno, trasporta il bagnaticcio fino ai capezzoli e li orna prima uno e poi l’altro come se mettesse filo d’argento su un albero di Natale, … tutti. Doris Kaufmann e le altre tenniste lesbiche del club, Cindy Murkett e il suo fedele tirapiedi Buddy Inglefinger, le simpatiche ragazze che lavorano sodo di culo per un’America migliore là alla Ciliegia d’Oro, tutti i maschioni grandi e grossi del reparto Assistenza e Ricambi alla Springer Motors…
Janice ridacchia e contemporaneamente la porta di ingresso sbatte. Dopo la visita a Pru, Nelson è andato in quel bar che una volta si chiamava Phoenix a oziare con quel gruppo di stronzi che ammazzano il tempo lí. Tanta libertà opprime Harry: il ragazzo è stato esentato dai suoi turni di lavoro serale per andare a trovare Pru ma non ha nessun diritto di andarsi ad ubriacare in quelle ore. Se era cosí sconvolto quando lei ha fatto quel capitombolo adesso la gratitudine o l’espiazione o quel che è dovrebbero spingerlo a fare qualcosa di piú. I suoi passi al piano di sotto hanno un suono ubriaco, cadono pesantemente uno sull’altro, bump, bump, attraverso il soggiorno tra il divano e la poltrona e oltre la scala, facendo tintinnare il servizio di porcellana nella vetrinetta, fino in cucina per bersi un’altra birra. Il respiro di Harry si fa affannoso, pensando a quel viso ingrugnito e intontito che succhia la schiuma di un’ennesima lattina: consuma il mondo a sorsi e bocconi, e tutto con assoluto disprezzo. Sente che al suo fianco anche la madre del ragazzo ascolta quei passi e si mette la sua mano sul cazzo; con esperto automatismo lei pompa la pelle floscia sui lati. Contemporaneamente ai passi di Nelson che torna in sala diretto alla poltrona, Harry spinge con violenza nella coniugale cavità formata dalla mano di Janice come se fosse il culo dell’olivastra e manda gli ipnotici velocissimi cerchi a schiantarsi contro la pancia concava in attesa, assicurandole rauco, pensando alla casa che desidera: Ti piacerà. Ti piacerà.
Mentre attraversano Brewer sulla maestosa Chrysler blu di mamma Springer, Nelson dice a Pru: Senti questa. Ha convinto mamma a comprarsi una casa. Finora ne hanno visitate almeno sei. A lei sembrano tutte troppo grandi ma papà le ha detto che deve abituarsi a essere piú grandiosa. Penso che sia completamente flippato.
Pru risponde piano: Mi chiedo se non dipenda anche dalla nostra presenza –. Lei avrebbe voluto che si cercassero un appartamento per conto loro, pressappoco nella zona di Slim, Jason e Pam, e non riesce a capire perché Nelson ci tenga tanto a vivere con sua nonna.
Lui sente montare una specie di furia difensiva: Non vedo perché, qualunque padre decente sarebbe felice di averci intorno. È una casa enorme, e bismamma non dovrebbe vivere da sola.
Però è una cosa abbastanza naturale, suggerisce Pru, che una coppia di quell’età voglia uno spazio proprio.
Che cosa è naturale, lasciar morire sola una vecchia signora?
Be’, adesso ci siamo noi.
Solo temporaneamente.
Da principio lo pensavo anch’io, Nelson, ma ormai non credo piú che tu voglia una casa per noi due. Non sopporteresti di stare solo con me.
Detesto questi appartamenti e condominî da due soldi.
D’accordo, non mi sto lamentando. Ormai mi sento a casa mia lí. Mi piace tua nonna.
Odio i quartieri scadenti in città tutti tirati a lucido con negozietti chic per finocchi e coppie interraziali strafatte. Mi ricorda troppo Kent. Sono tornato qui per levarmi di torno quell’atmosfera fasulla. Uno come Slim fa tanto l’alternativo perché sniffa coca e prende mescalina e tutto il resto, ma lo sai come si guadagna da vivere? Spedisce le bollette per l’Azienda Elettrica, le ficca nelle buste e se tiene duro per almeno dieci anni diventerà Imbustatore Capo, bel rivoluzionario, eh?
Non pretende di essere un rivoluzionario, gli piacciono semplicemente i bei vestiti e gli altri ragazzi.
La gente dovrebbe essere coerente, dice Nelson, non è giusto mungere la società e sputarle addosso nello stesso tempo. Uno dei motivi per cui mi sei piaciuta piú di Melanie è che lei era una radicale fanatica e tu non lo sembravi affatto.
Non sapevo, dice Pru, ancora piú sommessamente, che io e Melanie fossimo in competizione. Quanto sesso c’è stato fra di voi quest’estate?
Nelson guarda fisso davanti a sé, rimpiangendo una confessione che ha portato a questo. A Brewer ci sono già le decorazioni natalizie, rosse, verdi, fili d’argento tremolanti che hanno un’aria secca e appassita nelle vie senza neve, una pallida ombra dello sfolgorio stagionale messo in mostra quando lui era piccolo e c’era energia a profusione e pochissimo vandalismo. Allora su ogni lampione c’era una gigantesca ghirlanda di vero sempreverde tagliato in collina, e un Babbo Natale sorridente a grandezza naturale su una slitta biancoargento tirata da otto renne con gli occhi di vetro e un pelo che sembrava vero stava sospeso a dei cavi tesi fra il secondo piano di Kroll e il tetto del negozio di tabacchi lí di fronte. Le vetrine del centro fra la Quarta e la Settima erano affollate di soldatini e magi e cammelli di legno dipinto e canne d’organo dorate intrecciate a nuvolette di vetro filato e di sera i marciapiedi erano inzuppati di gente carica di pacchetti e i canti natalizi si riversavano dai negozi ben caldi nell’aria che punzecchiava come un albero di Natale ed era impossibile non credere che da qualche parte laggiú nel buio che circondava la città non stesse nascendo Gesú bambino. Adesso, era solo patetico. Il bilancio cittadino era stato pesantemente ridotto e metà dei negozi in centro erano chiusi.
Pru insiste: Dimmelo. So che qualcosa c’è stato.
Come lo sai?
Lo so.
Decide di passare all’attacco: se lasci che queste giovani mogli prendano il sopravvento poi finisce che ti comandano a bacchetta. Tu non sai niente, le dice, l’unica cosa che sai è come restare attaccata a quel dannato affare che hai dentro, in quello sei brava davvero, ragazzi.
Adesso è lei che guarda fisso davanti a sé, il braccio ingessato è una macchia incerta che Nelson intravede appena. Le luci natalizie nel buio di dicembre perforano i suoi occhi. Quanto le piace fare la martire. Cerchi di dire la verità e provochi solo un po’ di dolore.
La macchina di bismamma è fluida ma torpida da guidare: quanto metallo ci mettevano, perfino il cassettino nel cruscotto è foderato di metallo. Quando Pru ammutolisce, Nelson si sente in gola un sapore particolare, il sapore dell’ingiustizia. Non gliel’ha chiesto lui di concepire un bambino, nessuno gliel’ha chiesto, e adesso che l’ha sposata ha la faccia tosta di lamentarsi perché non prendono un appartamento, gli dài una cosa e subito loro ne vogliono un’altra. Donne. Sono buchi, ci butti dentro una cosa dopo l’altra e non è mai abbastanza, ci ficchi dentro tutta la tua vita e loro fanno un sorrisino smorto e storto, dispiaciute che tu, tutto sommato, tu non abbia saputo fare di meglio. Lui si è già impegolato abbastanza e non ha intenzione di impegolarsi di piú. Certe volte guardandola da dietro non riesce a credere a quanto grossa è diventata, fianchi larghi come un fienile, sembra che debbano produrre non un esserino rosa ma un rinoceronte bianco con la pelle a scaglie, proporzionato rispetto a Nelson quanto può esserlo l’uomo nella luna, ecco cosa fanno le fighe quando vien fuori la forza della natura: diventano incontrollabili.
Quel sapore in gola è troppo forte; deve parlare. A proposito di scopate, dice, e noi?
Non credo che dovremmo, a questo punto. E comunque mi sento talmente orribile.
Orribile o no, sei mia. Sei la mia donna.
Mi viene un sonno tale, non te lo immagini. Ma hai ragione. Facciamo qualcosa stasera. Torniamo a casa presto. Se qualcuno del Laid-Back ci invita a casa sua diciamo di no.
Ecco, se avessimo questo appartamento a cui tieni tanto saremmo obbligati a ricambiare gli inviti. Per lo meno a casa di bismamma sei al sicuro.
Infatti lí sono al sicuro, dice lei, sospirando. Cosa vorrebbe dire? Non dovrebbe portarla fuori di sera: adesso è sposato, lavora, non c’è piú posto per il divertimento. Detesta il lavoro, ogni mattina si sveglia sentendosi rodere lo stomaco, come se fosse lui ad avere dentro qualcosa, il rinoceronte bianco. Le spider invendute lo fissano un giorno dopo l’altro e Jake e Rudy non gli hanno ancora perdonato di aver preso dentro la Kawasaki, come se avesse voluto fare uno scherzo a papà, e invece lui non aveva affatto quella intenzione, il tizio lo aveva supplicato addirittura e Nelson era ansioso di sbarazzarsi della Mercury, ogni volta che la vedeva gli tornava in mente quella volta quando papà l’aveva talmente esasperato, non stava neanche a sentire, non era giusto, aveva dovuto sbattere quelle due macchine una contro l’altra per cancellare quel ghigno da stai-scherzando-vero?
Nel salone si sente come su un palcoscenico senza aver imparato bene le battute della commedia. Forse è questa roba che prende, troppa coca brucia il setto nasale e adesso dicono che l’erba fa davvero marcire le cellule cerebrali, il Thc si annida nei tessuti grassi e ti rende idiota per mesi e mesi, tutti questi ragazzini a cui stanno spuntando i seni perché gli è mancato qualcosa quando si sono sviluppati verso i tredici anni, ultimamente Nelson ha queste visioni anche a occhi aperti, gente con buchi al posto del naso per colpa della coca, o Pru a letto in ospedale col rinocerontino con gli occhi rosa, forse c’entra l’ingessatura, ormai è sporca e si sta sbriciolando in fondo, la garza sfilacciata si intravede sotto il gesso. E papà. Diventa sempre piú grosso, non corre piú, ha la pelle lucida come se i suoi pori assorbissero cibo dall’aria.
Nelson da bambino aveva un libro, di quelli con la copertina lucida di cartone e il dorso nero come nastro adesivo, dove c’era l’illustrazione di un gigante, con la faccia accidentata e verde e piena di peli che spuntavano qua e là, che sorrideva, questa era la cosa peggiore, il ghigno del gigante, mentre guardava dentro, con quelle labbra unte e i denti radi tipici dei giganti, guardava dentro una specie di caverna dove due bambini, fratello e sorella probabilmente, che erano i protagonisti della storia, se ne stavano accucciati, sagome nell’ombra, si vedeva solo la loro nuca, perché erano te, che guardi fuori, braccato, troppo spaventato per muovere un muscolo o tirare un respiro mentre quel faccione bitorzoluto e ghignante riempie l’ingresso luminoso della caverna. Ecco come gli appare suo padre in questi giorni: lui è in un tunnel e suo padre blocca l’imboccatura lontana attraverso cui potrebbe uscire nel sole. Suo padre neanche si accorge di farlo, se ne esce con quel sorrisetto dispiaciuto e appena accennato, una scossa di spalle mentre si allontana possente, deluso, ecco cos’è, lui ha deluso suo padre, dovrebbe essere diverso da come è, e adesso anche tutti gli altri al lavoro, non solo Jake e Rudy ma anche Manny e i suoi uomini coperti di grasso, solo la pelle attorno agli occhi resta bianca, lo fissano perché hanno capito: lui non è suo padre, non è alto, gli manca la disinvolta noncuranza di Harry Angstrom. E in tutto l’universo nessun altro tranne Nelson è testimone della colpevolezza di suo padre, imbroglione codardo assassino, e quando lui prova effettivamente a proclamarlo le parole non escono, il mondo ride mentre lui resta a bocca aperta, silenzioso. Il gigante guarda e sorride e Nelson si ritrae sempre piú in fondo al tunnel. È quello che gli piace del Laid-Back, ha un po’ l’intimità di una tana, il fumo e l’alcol e gli spinelli che passano di mano in mano sotto al tavolo, e la reciproca accettazione, l’essere tutti insieme nel tunnel fumoso, ratti, perdenti, che importa, non c’è bisogno di stare a sentire quel che dice la gente, tanto nessuno di loro comprerà una Toyota o una polizza o quel che è. Perché non costruiscono una società dove ciascuno riceva quello di cui ha bisogno e sia libero di fare quello che gli pare? Fantastico, direbbe papà, è proprio cosí che hanno sempre vissuto gli animali.
Continuo a pensare che tu abbia scopato Melanie, dice Pru, con la sua voce piatta e rinsecchita da ragazza dei bassifondi. Quando parte per la tangente, non la smuovi.
Nelson gira senza frenare dove quel parco malandato blocca l’accesso a Weiser Street. Pine Street è diventata a senso unico e bisogna girare attorno all’isolato in modo che Pru non debba camminare troppo. E anche se l’avessi fatto? risponde. Non eravamo ancora sposati, e ormai che importa?
Non è per te che me ne importa, sappiamo tutti benissimo che arraffi tutto quello che puoi, da quella sanguisuga che sei, mi importa perché credevo che lei fosse un’amica. Avevo fiducia in lei. In voi due.
Per l’amor del cielo non frignare.
Non sto frignando, ma lui prevede che starà seduta al tavolo accanto a lui imbronciata e senza dire una parola, senza stare a sentire nessuno, solo i calci dentro la sua pancia, il braccio rotto la fa sembrare ancora piú ridicola, pancia e ingessatura e tutto, immaginandosela cosí si sente un po’ dispiaciuto per lei, finché si dice che è il suo modo di averne cura, se la porta appresso mentre un sacco di altri ragazzi non lo farebbero.
Ehi, le dice scontroso, ti amo.
Ti amo, Nelson, risponde lei, e solleva dal grembo la mano non ingessata mentre lui ne toglie una dal volante per stringergliela. Buffo, piú diventa grassa in vita piú sembrano secche e asciutte la sua faccia e le sue mani.
Ce ne andremo dopo due birre, promette. Forse ci sarà la ragazza con i pantaloni bianchi. Certe volte arriva con quel tontolone di Jamie e si vede benissimo che è lei a trascinarlo; lí lei è al suo posto, lui no.
Adesso che ha cambiato nome, il Laid-Back è un tale successone che parcheggiare in Pine Street è un problema: vuole evitare a Pru almeno una lunga camminata nel freddo, anche se il dottore consiglia un po’ di esercizio. Nelson odia il freddo. Quando era piccolo dicembre gli piaceva perché verso la fine c’era Natale ed era cosí eccitato per tutte le cose che il mondo teneva in serbo per lui da non far caso al freddo e al buio che lo stringevano in una morsa sempre piú stretta. E adesso papà se ne parte con mamma per questa stravagante vacanza su un’isola con quelle altre coppie disgustose, se ne staranno a crogiolarsi al sole mentre Nelson gelerà mantenendo la postazione in negozio: non è giusto. Non sempre la ragazza ha i pantaloni bianchi, l’ultima volta che l’ha vista portava una di quelle gonne che vanno adesso con uno spacco enorme sul fianco. C’è un buco di fronte al lungo edificio basso di mattoni che una volta era la sede della Verity Press, tra una vecchia Fairlane bicolore e una Honda station color bronzo, dovrebbe starci, appena appena. Il segreto per un parcheggio al pelo è di infilarti col paraurti posteriore perpendicolare rispetto ai fari dell’altro senza allontanarti troppo dal bordo del marciapiede se no la manovra non finisce piú. E non bisogna aver paura di stringere troppo a sinistra, c’è sempre piú spazio di quel che uno crede. Frena cosí vicino alla Fairlane che Pru dice di scatto: Nelson.
L’ho vista, l’ho vista, sta zitta e lasciami concentrare –. Ha intenzione, con questo volante felpato della Chrysler, ha una leggerezza tale che potresti usarlo per manovrare una nave da crociera, di infilare la macchina al suo posto lieve come un pattinatore che frena sul ghiaccio. Dio, che costumini sexy hanno le pattinatrici, come saltellano i gonnellini quando pattinano all’indietro, e ripensa, mentre si sforza di vedere le lucine troppo basse della Honda, a come si era aperta la gonna della ragazza mettendo in mostra un lungo pezzo di coscia lucente prima che si sistemasse bene sullo sgabello del bar, con un timido sorrisetto di saluto rivolto a Nelson. La massiccia Chrysler di bismamma scivola a marcia indietro e lui aspetta con tanta ansia quell’ideale, liquido movimento che non sente il sottile stridore del metallo sul metallo finché ha strisciato già con mezza macchina e Pru strilla, Gesú, come se dovesse avere il bambino proprio adesso.
Webb Murkett dice che per il momento l’oro è andato su quanto poteva: l’americano medio s’è preso la febbre e quando salta su un treno allora i soldi furbi scendono subito. L’argento, quello è un’altra faccenda: i fratelli Hunt giú nel Texas comprano contratti sull’argento al ritmo di milioni di dollari al giorno, e pezzi grossi come quelli sapranno il fatto loro. Harry decide di cambiare il suo oro con l’argento.
Janice deve comunque andare in centro per acquisti natalizi perciò si incontrano alla Crêpe House (che lei chiama ancora Johnny Fry) per colazione, e poi vanno insieme al Brewer Trust a prendere i trenta Krugerrand che Harry ha comprato per 11 314,20 dollari tre mesi prima. Nel cubicolo che la banca destina a chi deve trafficare con la propria cassetta di sicurezza, Harry fruga dietro le polizze di assicurazione e i buoni del tesoro, tira fuori i due cilindri azzurri che assomigliano a gabinettini per bambole, e li porge a Janice, uno per mano, e sorride quando sul viso di lei affiora di nuovo la sorpresa, come alla prima penetrazione di una buona scopata, per quel peso aureo, quella corposità. Solidi cittadini a maggior ragione, escono attraverso le colonne di granito del Brewer Trust nel fragile sole di dicembre, si inoltrano nella foresta, dove le fontane sono prosciugate e le panchine di cemento istoriate di nomi dipinti a spruzzo, e poi percorrono due isolati di Weiser Street dove i negozi fanno magri affari natalizi. Donnette portoricane denutrite sono le uniche a entrare e uscire frettolosamente dai negozi che promettono grossi sconti, insieme a ragazzini che dovrebbero essere a scuola, e pensionati storditi con luridi eskimo e berretti di pelo e mascelle cadenti coperte dai favoriti; le fabbriche li hanno spremuti e poi sputati.
Il filo argentato delle ghirlande appese ai lampioni tintinna, rabbrividisce percepibilmente man mano che Harry oltrepassa ciascun palo. Oro, oro, canta il suo cuore, acutamente conscio del peso bilanciato nelle tasche del cappotto che oscilla a tempo con la sua falcata. Janice gli tiene dietro a passetti piú corti e frettolosi, una donnina compatta tenuta calda da un cappotto di montone che sfiora il bordo degli stivali, abbarbicata a qualche pacchetto che fruscia nel vento come il filo argentato. Harry coglie la loro immagine nello specchio sporco e macchiato accanto all’ingresso di un negozio di scarpe: lui alto e dritto e bianco in viso, lei piccola e scura che gli trotterella accanto con gli stivali color sangue di bue ben aderenti alle caviglie e coi tacchi alti, si staccano dal cappotto ondeggiante con una linea elegante che proclama insieme al suo peloso cappotto nero e al suo berretto all’irlandese che lui è pronto, che lei è pronta, che i loro sorrisi possono permettersi di ignorare le aspre occhiate scure che guizzano su di loro e poi scivolano via.
Alternative Fiscali e le sue veneziane è nell’isolato successivo, un isolato che una volta aveva una cattiva reputazione ma dato il decadimento generale del centro ormai vale quanto ogni altro. La ragazza coi capelli platinati e le unghie lunghe gli sorride riconoscendolo, e prende una sedia beige per Janice. Dopo una telefonata a un’agenzia di cambio, fa qualche calcolo sul suo computer e annuncia a loro due seduti ingombranti nei loro cappotti che il prezzo dell’oro stamattina ha sfiorato i cinquecento dollari all’oncia ma attualmente può offrirgli solo 488,75 a moneta, il che farebbe, le dita danzano senza essere intralciate dalle unghie, il quadrante grigio della calcolatrice comunica vacillando la sua tenue risposta magnetica, 14662 dollari e 50. Harry calcola silenziosamente che ha guadagnato mille dollari al mese con l’oro e le chiede quanto argento potrebbe comprare con quella cifra. La giovane donna gli lancia un’occhiata di sbieco da sotto le ciglia come se fosse una manicure incerta se ammettere o meno che nella stanza sul retro pratica anche massaggi. Accanto a lui Janice ha acceso una sigaretta, e il fumo si riversa oltre la scrivania inquinando il rapporto che si era stabilito fra Harry e la bionda.
La ragazza spiega: Non trattiamo verghe d’argento. Trattiamo l’argento solo sotto forma di dollari antecedenti al ’65, e li vendiamo al valore del metallo fuso.
Metallo fuso? chiede Harry. Si era immaginato un bel lingotto che sarebbe scivolato nella cassetta di sicurezza liscio come una pistola nella sua fondina.
La ragazza è paziente, c’è qualcosa di appassionato nel suo distacco. Un po’ della setosa pesantezza dei metalli preziosi le è rimasto appiccicato addosso. Sa, quella moneta a forma di ruota…, disegna un cerchio illustrativo con un pollice e un indice che sembrano due pugnali, che la zecca ha coniato una quindicina d’anni fa. Ognuna contiene zero virgola settantacinque once troy d’argento. Oggi a mezzogiorno l’argento era a…, Consulta un talloncino sulla scrivania, accanto al telefono a tastiera color vaniglia, 23 dollari e cinquanta all’oncia troy, il che farebbe per ogni moneta, senza considerare il valore da collezione, 17 dollari e 66. Ma alcune delle monete sono un po’ consumate, perciò se lei e sua moglie decideste di comperare vi darei una quota che ne tenga conto.
Sono monete usate? chiede Janice, col timbro di mamma Springer nella voce.
Solo alcune, risponde freddamente la ragazza, le ricompriamo a peso da collezionisti che le selezionano in base al loro valore da collezione.
Questo non è esattamente quello che aveva in mente Harry, ma Webb ha giurato che l’argento è l’investimento giusto. Chiede: Quante potremmo comprarne coi soldi dell’oro?
Segue una raffica di calcoli sul computer; 14662 dollari e 50 si convertirebbero nel magico numero di 888. Ottocentottantotto dollari d’argento a 16,50 l’uno, compresa la provvigione e le tasse. A Coniglio 888 sembra tantissimo di qualunque cosa, fossero pure fiammiferi. Guarda Janice: Tesoro, cosa ne dici?
Harry, non so proprio. È il tuo investimento.
Ma sono i nostri soldi.
Non vuoi limitarti a tenere l’oro?
Webb dice che l’argento potrebbe raddoppiare se non restituiscono gli ostaggi.
Janice si rivolge alla ragazza: Mi chiedevo questo, se trovassimo una casa da comprare e dovessimo versare un primo pagamento, quanto sarebbe liquido il nostro argento?
La bionda risponde a Janice con un rispetto nuovo, un tono piú morbido, da donna a donna: È molto liquido. Molto piú delle azioni o di una proprietà immobiliare. Alternative Fiscali si impegna a ricomprare tutto quello che vende. Se oggi mi riportaste qui queste stesse monete ve le pagherei…, consulta di nuovo le carte sul suo tavolo, 13,50 l’una.
Cosí ci perderemmo tre dollari per ottocentottantotto, dice Harry. Gli sudano le mani, forse è il cappotto. Appena fai un piccolo guadagno cominciano subito a studiare come fregartelo. Vorrebbe riavere indietro l’oro. Era cosí carino, quel daino elegante sul retro.
Al ritmo in cui aumenta l’argento, dice la ragazza, fermandosi per grattare un frammento di imperfezione all’angolo delle labbra, lei si rifarà in una settimana. Credo che sia veramente l’idea giusta.
Già, ma se le cose in Iran si sistemassero? si preoccupa Harry. La faccenda scoppierebbe come una bolla di sapone.
I metalli preziosi non sono bolle di sapone. I metalli preziosi sono l’ultimo bene rifugio. Personalmente ritengo che a portare i soldi arabi sull’oro non sia stata tanto questa storia in Iran quanto l’occupazione della Grande Moschea. Quando è nei pasticci l’Arabia Saudita, allora sí che il gioco diventa pesante.
Gioco pesante, ehi. Benissimo, dice, facciamolo. Compriamo l’argento.
La platinata sembra lievemente stupita, nonostante l’insinuante incitamento a comprare, e sono necessarie molte discussioni telefoniche prima di riuscire a trovare tutte quelle monete. Finalmente un ragazzo che lei chiama Lyle arriva portando un grosso sacco grigio come quelli della posta; lo sforzo lo fa traballare e grugnire, quando deve sollevare il sacco e posarlo sulla scrivania, ma è di costituzione esile, con qualcosa del finocchio, forse quei capelli corti. Buffo come si sono rovesciate le cose: i conformisti si fanno crescere i capelli mentre punk e finocchi hanno il taglio a spazzola. Harry si chiede come li portino i Marines, probabilmente lunghi fin sulle spalle. Questo Lyle se ne va, dopo aver lanciato a Harry un’occhiata sospettosa, come se si fosse comprato non solo il massaggio, ma anche tutto il costume cuoio nero e frusta.
Da principio Harry e Janice pensano che solo la ragazza coi capelli platinati e la pelle quasi perfetta possa toccare le monete. Lei sposta le carte sul tavolo e cerca di sollevare un angolo del sacco. Si versa una manciata di dollari. Accidenti, si succhia un’unghia. Se ne avete voglia, potreste aiutarmi a contarli –. Harry e Janice si tolgono i cappotti e si immergono nelle monete, facendone pile di dieci. Il tavolo è ricoperto d’argento, centinaia di statue della Libertà, alcune consunte dall’uso, altre spesse come se fossero nuove di zecca. Mentre maneggia una tanto consistente dovizia di profili e scritte e aquile Janice ridacchia, e Harry sa cosa prova: giocare nel fango. La polposità. Le pile si moltiplicano, e le sistemano in file di dieci. Finalmente dal sacco esce l’ultima moneta, con un minuzzolo di iuta che la ragazza getta lontano. Senza sorridere, agita le mani appuntite di rosso indicando le pile. Io ne ho trecentonovanta.
Harry tamburella sulle sue e riferisce: Duecentoquaranta.
Janice dice: Duecentocinquantotto –. L’ha battuto. È orgoglioso di lei. Se lui dovesse morire improvvisamente potrebbe fare la cassiera.
Un consulto con la calcolatrice: 888. Esatto, dice la ragazza, stupita quanto loro. Compila i documenti necessari, e dà a Harry un resto di dieci dollari e cinquanta. Lui si chiede se restituirle il biglietto da dieci, come mancia. Le monete riempiono tre scatole di cartone grosse come mattoni. Harry le mette una sopra l’altra e quando prova a sollevarle le donne ridono di cuore vedendo la sua faccia.
Dio mio, dice, quanto pesano?
La bionda platinata armeggia con la calcolatrice. Se calcola che ogni moneta sarà almeno un’oncia troy, sono circa trentacinque chili.
Harry si volta verso Janice: Portane una tu.
Lei prova a sollevarne una e questa volta tocca a lui ridere, quando Janice sbarra gli occhi: Non ce la faccio.
Devi farcela. È solo fino alla banca. Dài, devo tornare in ufficio. A che ti serve tutto quel tennis se non ti sei fatta un po’ di muscoli?
È orgoglioso di quel tennis: sta facendo un po’ di sfoggio per la bionda, si cala nel ruolo di ricco eccentrico di Penn Park. La ragazza propone: Forse potrebbe accompagnarvi Lyle.
Coniglio non vuole farsi vedere in giro con quel finocchio. Ce la faremo, a Janice dice: Basta che pensi di essere incinta. Dài. Andiamo –. E alla ragazza: Tornerà poi a prendersi i pacchetti –. Solleva due scatole e apre la porta con una spallata, obbligando Janice a seguirlo. Accolto dal gelido sole e dal vento frizzante di Weiser Street cerca di non fare smorfie e di non rispondere allo sguardo di chi fissa attonito quelle due scatolette strette con tanta determinazione all’altezza dell’uccello.
Un nero con un berretto blu da guardia e gli occhi iniettati di sangue come biglie cadute nel succo d’arancia si ferma e fa un passo traballante verso Harry: Ehi, vecchio mio non vorresti aiutare un amico…, C’è qualcosa nei neri che annichilisce Coniglio. Gira su sé stesso per proteggere l’argento col suo corpo, e il peso lo sbilancia tanto che è costretto a fare un passo avanti. Allontanandosi, non ha il coraggio di voltarsi a guardare se Janice lo segue. Ma quando si ferma accanto a un parchimetro tutto graffiato sente il suo respiro affannoso che lo raggiunge.
Anche il cappotto è talmente pesante, ansima lei.
Attraversiamo.
A metà isolato?
Non discutere, borbotta lui, sentendosi alle spalle il nero stupito. Scende dal marciapiede, obbligando un pullman in arrivo a frenare bruscamente. In mezzo alla strada, dove una volta la doppia striscia bianca tremolava nel catrame ammorbidito dall’estate, aspetta Janice. La ragazza le ha dato il sacco di iuta per portare la sua scatola ma lei invece di buttarselo di traverso sulle spalle lo regge rannicchiato nel braccio sinistro come un bambino. Come va? le chiede.
Ce la farò. Vai avanti, Harry.
Raggiungono il marciapiede opposto. Il negozio delle noccioline ormai non solo vende giornali porno ma li tiene anche esposti fuori. Ragazzi con corpi muscolosi e ben oliati posano soli o in coppia sotto titoli come IL TAMBURO o LA PELLE. Un giapponese alacre in vestito rigato e bombetta grigia esce da lí tenendo ben stretti sotto il braccio il «New York Times» e il «Wall Street Journal». Com’è che arrivano fino a Brewer, i giapponesi? Mentre la porta si richiude, sul marciapiede freddo arriva una zaffata del tiepido profumo da circo delle noccioline tostate. Harry dice a Janice: Potremmo mettere tutte e tre le scatole nel sacco e poi io lo porto sulla spalla, tipo Babbo Natale. Ah ah.
Mentre parlano minaccia di radunarsi attorno a loro una piccola folla di ragazzini scuri e butterati piú qualche irsuto vagabondo nel tipico abbigliamento invernale stratificato. Harry aumenta la stretta sulle scatole. Janice abbraccia forte la sua e dice: Continuiamo cosí. Ormai la banca è a un isolato –. Ha il viso arrossato e pizzicato dal freddo, gli occhi che lacrimano e si strizzano e la bocca come una risoluta fessura.
Un isolato e mezzo, buono, la corregge lui.
E allora via oltre la Brewer Tappezzerie con i rotoli in vetrina rigidi e coperti di polvere come sudari, oltre Blimline’s sandwich e Manderbach forniture all’ingrosso per uffici e un negozietto stipato di scatoloni piatti che si chiama Al Paradiso dell’Hobby, oltre il negozio di sigari con la gigantesca insegna che sta arrugginendo e oltre le finestre con sbarre ornamentali di ferro battuto dell’antico ristorante di Conrad Weiser che adesso promette «Spettacoli serali» in disperate lettere rosse sulla porta nera, e poi attraverso la Quarta Strada quando finalmente il semaforo diventa verde, e oltre la lunga facciata a vetrate della Acme che a quanto dicono chiuderà alla fine dell’anno, oltre l’istituto di bellezza e oltre Imperial Moquettes e oltre Zenith ricambi e accessori per auto col suo odore dolciastro di pneumatici nuovi e una vetrina piena di tubi di scappamento cromati, vanno oltre e avanti, marito e moglie, mentre il vento si rafforza e i blocchi quadrati del marciapiede diventano sempre piú grossi.
Il peso squadrato fra le mani di Harry è diventato terribile, gli brucia i palmi, gli sfrega l’inguine. Adesso che quasi quasi benedirebbe l’arrivo di un ladro capisce che gli altri passanti si ritraggono da loro, considerandoli in qualche modo minacciosi, trasformati in figure distorte e affannate dalla forza di gravità di quelle scatole di carta. Deve continuamente fermarsi ad aspettare Janice, mentre il suo peso, che è il doppio di quello di lei, gli tira le braccia. I fili d’argento avvolti attorno ai lampioni vibrano furiosamente. Sotto quel sontuoso cappotto ha la schiena coperta di sudore e il colletto della camicia asciugandosi al vento ha sempre il bordo gelido e appiccicoso. Durante le attese guarda verso la massa marrone e malva di Mt Judge; ai suoi occhi di bambino i pendii di quel monte erano la casa di Dio, e adesso capisce cosa devono sembrare a Dio lui e Janice, visti da una postazione tanto vantaggiosa: due formiche che cercano di arrampicarsi lungo le pareti di una bacinella.
Oltrepassano un negozio di ottica con la pubblicità della Agfa, la Hexerei Boutique coi manichini che ostentano tette senza capezzoli attraverso camicette trasparenti e gilet di maglia dorata, un negozio che annovera dei vibratori in colori pastello fra le proposte per i regali di Natale in una vetrina adorna di neve e fili dorati, la Crêpe House piena di coppie che fanno colazione, il famoso negozio di sigari antico conservato come cimelio storico locale, e un nuovo negozio che si chiama Pedalease ed è specializzato in equipaggiamento per jogging, tennis e anche raquet e squash, molto praticato ultimamente da giovani coppie o giovani in coppia, almeno a giudicare dall’enorme poster in vetrina. I capelli color miele della ragazza si sollevano come aria illiquidita mentre ribatte ridendo una palla. E poi, finalmente, la prima delle quattro colonne di granito sulla facciata del Brewer Trust. Harry appoggia la schiena dolorante a quella romanica ampiezza mentre aspetta che arrivi anche Janice. Se la derubassero in questo lasso che sta fra loro gli costerebbe un terzo di 14652 dollari cioè circa 5000 ma a questo punto non sembra piú un rischio reale. Guardando piú lontano gli sembra di leggere, su una panchina del parco, SKEETER È VIVO scritto con la vernice a spruzzo. Per essere sicuro che dica proprio cosí dovrebbe avvicinarsi. Ma non può muoversi. Janice lo raggiunge. Cosí rossa in faccia, è tutta sua madre. Non stiamo qui, ansima. Perfino la circonferenza della colonna sembra un gran percorso mentre la segue attraverso la porta girevole.
All’interno della banca risuonano i canti natalizi. Il grande soffitto a volta è dipinto d’azzurro in tutte le stagioni, con stelline d’oro a intervalli regolari. Quando Harry appoggia le due scatole su uno dei ripiani a disposizione per riempire gli assegni gli sembra che dal sollievo il suo corpo sia scagliato verso quel cielo posticcio. La cassiera, una signora in tailleur pantaloni color orchidea, sorride per il piacere di vederli tornare cosí presto alla loro cassetta di sicurezza. La cassetta è piú stretta, scoprono, delle tre scatole di dollari. Col cuore ancora in tumulto, le mani ancora doloranti, Harry e Janice ci mettono un po’ a rendersene conto, una volta soli nel cubicolo. Harry continua a misurare la larghezza del coperchio di cartone contro quella del bordo di metallo prima di ammettere: Ci serve una cassetta piú grossa –. Janice è delegata ad andarne a chiedere una. Suo padre era un amico del direttore. Torna con la notizia che ultimamente c’è stata grande richiesta di cassette di sicurezza, e la banca può soltanto mettere gli Angstrom in lista d’attesa. Il direttore che conosceva papà è andato in pensione. Quello nuovo le è sembrato molto giovane, anche se non è stato proprio villano.
Harry ride. Be’, non possiamo rivenderli subito a Blondie laggiú, ci costerebbe una fortuna. Non potremmo rovesciarli tutti nel sacco e provare a ficcarlo dentro?
Ammucchiati in quel cubicolo strettissimo lui e Janice continuano a urtarsi, e Coniglio annusa per la prima volta in lei il profumo del dubbio che lui si sia davvero mosso bene in questo mondo inflazionato; o forse è un profumo che proviene da lui stesso. Ma ormai è impossibile tornare indietro. Trasferiscono i dollari d’argento dalle scatole nel sacco. Quando le monete tintinnano Janice sussulta e dice: Shhh.
Perché? Chi vuoi che senta?
La gente là fuori, le cassiere.
E cosa gliene importa?
Importa a me, dice Janice, si soffoca qui dentro –. Si toglie il cappotto di montone e in assenza di un gancio a cui appenderlo lo piega e lo appoggia per terra. Harry si toglie il cappotto nero e lo appoggia sul suo. Il sudore le ha reso i capelli piú elastici; la frangetta arricciolandosi mette in mostra quella fronte alta e lucida che è talmente lei, adesso come vent’anni fa, che lui la bacia, sentendone il sapore salato. Si chiede se qualcuno abbia mai scopato in questi cubicoli e immagina che la camera di sicurezza sarebbe un bel posto dove farlo, una di quelle giovani cassiere sussiegose e un vecchio funzionario libidinoso, mettono la serratura a tempo regolata sull’alba e giú a darci dentro. Janice getta le pile di monete nel ruvido sacco grigio in modo furtivo, cercando di soffocare ogni rumore. È talmente imbarazzante, dice, pensa se entrasse una di quelle signore, come se l’argento fosse carne nuda; e non per la prima volta in piú di vent’anni sente un’improvvisa e segreta ondata d’amore per lei, cosí intrappolata insieme a lui negli stretti cunicoli che la vita concede. Prende uno dei dollari d’argento e lo fa scivolare dentro lo scollo della camicetta di lino finché si infila nel reggiseno. Come aveva previsto, lei strilla per il gelido contatto e cerca di reprimere lo strillo. La ama ancora di piú, mentre si sbottona la camicetta e fruga aggrondata nel reggiseno in cerca della moneta; vecchio com’è lo eccita sempre vedere una donna che traffica con la propria biancheria. Appendiamo qui dentro il nostro cappotto.
Dopo un po’ lei annuncia: Non entra e basta –. Per quanto spingano e tentino, si riesce a ficcare dentro a malapena metà del sacco con le monete. Tirano fuori e risistemano inutilmente mille volte le polizze di assicurazione e i Buoni del Tesoro, il certificato di nascita di Nelson e le carte dell’ipoteca sulla casa di Penn Villas che è bruciata, tanti pezzetti di carta conservati come prova del loro passaggio attraverso un sistema economico e un determinato periodo legale. La stoffa spessa, la tendenza delle monete sciolte a raggrupparsi sfericamente, la forma allungata e sottile della scatola di metallo grigio li frustrano mentre fianco a fianco tirano e spingono, chirurghi alle prese con un caso disperato. Le ottocentottantotto monete continuano a scappare dall’imboccatura del sacco, cadono per terra e rotolano negli angoli. Quando hanno ficcato nella cassetta il massimo possibile, tanto che i lati sottili sono gonfi, restano fuori ancora trecento dollari d’argento, che Harry distribuisce fra le tasche del suo cappotto.
Quando emergono dal cubicolo, l’amabile cassiera col vestito orchidea si offre di prendere la cassetta. Troppo pesante, la avverte Harry, meglio che faccia io –. Lei inarca le sopracciglia, e gli fa strada verso la camera di sicurezza. Passano attraverso una porta molto grande, con lucenti bordi a gradino, ed entrano in uno spazio che ha le pareti composte da piccoli rettangoli bruniti e il pavimento di un bianco cereo. Non è un gran posto per scopare, si era sbagliato. Infila la sua cassetta nel rettangolo vuoto. Riposi in pace. Harry è coperto di sudore, piegato in due dallo sforzo. Si raddrizza e si scusa. Mi spiace di averla riempita con tanta robaccia.
Oh, si immagini, dice la signora in orchidea, al giorno d’oggi quasi tutti… per via dei furti…
E che succede se un ladro arriva fin qui? scherza lui.
Non è divertente. Oh… è impossibile.
Fuori dalla banca il pomeriggio è andato avanti, e le ombre degli edifici smorzano il luccichio dei fili d’argento. Janice tamburella scherzosamente sulle sue tasche, per sentirle tintinnare. E di queste che cosa ne farai?
Le distribuirò ai poveri. Quella troia laggiú, è l’ultima volta che compro qualcosa da lei –. Il freddo gli incrosta la faccia di sudore raggelato. Dalla Crêpe House escono parecchi tizi che conosce dal Rotary, appesantiti e intronati dalla colazione, e fa il segno di riconoscimento mentre prosegue a passi decisi. Dio solo sa cosa starà succedendo in agenzia senza di lui, il ragazzo avrà preso dentro dei pattini a rotelle.
Potresti usare la cassaforte in ufficio, propone Janice, mettendoli in una di quelle –. Gli porge una delle scatole di cartone vuote.
Nelson li ruberà. Ormai conosce la combinazione anche lui.
Harry. Non son cose da dirsi.
Sai quanto ci costerà il graffio che ha fatto alla Chrysler di tua madre? Come minimo ottocento dannatissimi bigliettoni. Doveva essere completamente andato. Hai visto come c’è rimasta male quella povera Pru, mi chiedo quanto resisterà prima di farsi furba e chiedere il divorzio. E ci costerà anche quello –. Il cappotto pesantissimo gli tira giú le spalle. Il marciapiede gli sembra un aereo in discesa, sotto di lui scorre e scompare veloce un anno intero, una perdita dopo l’altra. Il suo argento è stagnola sparpagliata. La cassetta scoppierà, la donna delle pulizie scoperà le monete. Tanto è tutta porcheria. Quella grande e triste bugia raccontata ai bambini che è il Natale macchia Weiser da un capo all’altro, e attraverso l’oscurità Harry intravede il bagliore di una verità: essere ricchi vuol dire essere derubati, essere ricchi vuol dire essere poveri.
Janice lo richiama alla realtà dicendo: Harry, per favore, smettila di avere quell’aria tragica. Pru ama Nelson, e lui la ama. Non divorzieranno.
Non pensavo a quello. Mi chiedevo se l’argento andrà giú.
E che importa se andrà giú? È tutto un gioco d’azzardo, no?
Dio benedica quest’oca che ci prova ancora. È la figlia del vecchio Fred Springer, il grande giocatore locale che puntava sempre forte. E ha puntato dritto in una bella bara foderata di raso. Ai tempi antichi seppellivano l’argento e infilavano i cadaveri in fessure nel muro.
Vengo fino alla macchina con te, dice Janice, con coniugale apprensione, devo recuperare i miei pacchetti da quella troia, come dici tu. E quanto ti sarebbe piaciuto scoparla, a proposito? cerca un argomento di conversazione che gli tiri su il morale.
Quasi per niente, confessa, è spaventoso pensare a quanto poco. Ma le hai guardato le unghie? Sccr-rach.
Durante la settimana delle feste le vendite sono sempre basse: la gente dopo Natale vuol tirare un po’ la cinghia, e con l’inverno in arrivo, ghiaccio e sale sulle strade, sono inclini a tenersi gli scassoni che hanno. «Teniamo duro fino a primavera» è il loro motto. Il gatto delle nevi è stato se non altro spostato sul retro dove nessuno lo vede, invece di restarsene seduto lí come una specie di cuginetto di queste nuove Tercel a trazione anteriore. Dove li andranno a scovare i nomi? Perfino Toyota, ha troppe o, e fa pensare a toy, giocattolo. Datsun e Honda, chissà da dove vengono. Datsun potrebbe anche essere una parola tedesca, data, rat-tat-tat, sun, sole che nasce. Nemmeno il Chuck Wagon lí di fronte fa grandi affari, ormai fa troppo freddo per mangiare fuori o in macchina, a meno di lasciare acceso il motore, ogni inverno qualcuno muore in quel modo, cercando di scopare. Comunque la quantità di cartacce, scatole e bicchieri che arrivano spinti dal vento è sempre terrificante, e trascinano una quantità di polvere. La polvere in dicembre è diversa, piú grigia e piú granulosa che d’estate, forse è l’aria piú fredda, la solleva meno, l’aria fredda trattiene anche meno acqua, ecco perché adesso l’interno delle doppie finestre è sempre coperto di goccioline al mattino. Quanti problemi. La ruggine. La corrosione. Il motore che al mattino non parte se non pulisci le candele. Senza condensazione il mondo potrebbe durare per sempre. Sulla luna, ad esempio, non c’è problema. E neanche su Marte, a quanto hanno scoperto. Capodanno; quest’anno il party selvaggio lo darà Buddy Inglefinger, probabilmente ha paura di uscire dal vecchio giro, deve aver saputo del viaggio ai Caraibi a cui lui non è stato invitato. Chissà chi avrà come padrona di casa, quella tizia acida senza tette e coi capelli neri dritti che ha uno squinternato negozio a Brewer o quella di quest’estate, con lo sfogo all’interno delle cosce e perfino fra i seni, in costume da bagno si vedeva, come si chiamava? Ginger. Georgene. Lui e Janice hanno intenzione di fare solo un salto per essere gentili, arrivati a una certa età si impara che alle feste non succede mai granché, e se ne andranno subito dopo mezzanotte. Poi ancora sei giorni e, wow, l’isola. Loro sei soli soli. La piccola Cindy laggiú sulla sabbia. Harry ha bisogno di un periodo di riposo, è tutto molto faticoso. In questo ramo se vendi meno di una macchina al giorno non contando la domenica sei nei pasticci. Tutta questa latta intorno a lui si riempie di polvere e ruggine, le cromature fanno le bolle. Il metallo si corrode. L’argento è sceso di due dollari l’oncia nel momento stesso in cui lui lo comprava dalla troia.
Nelson, dopo essere rimasto un po’ in officina a scocciare Manny riguardo alle riparazioni della Chrysler, il ragazzo vuole una riduzione sui 18,50 dollari che si fanno ai clienti e Manny deve spiegargli per ore come a un deficiente che gli sconti fatti ai dipendenti della concessionaria vengono fuori nei registri e diminuiscono per tutti le gratifiche di fine mese, raggiunge suo padre davanti alla vetrina.
Harry non riesce ad abituarsi a vederlo con un vestito, lo fa sembrare ancora piú basso, una specie di quei nani presentatori in smoking, e con i capelli piú lunghi e resi vaporosi dal phon di Pru dopo ogni doccia Nellie sembra un damerino astioso che Harry non conosce assolutamente. Quando era piccolo Janice diceva sempre che aveva le stesse orecchie di Harry, con l’arricciolatura in cima, come se un controllore di quelli che c’erano una volta sui treni gliele avesse stampigliate, ma la punta delle orecchie di Nelson è coperta da morbide frange di capelli e Harry non si è piú dato la pena di esaminarsi le sue da quando, verso i quaranta, è definitivamente uscito dallo stadio della vanità adolescenziale. Adesso si fa la barba piú in fretta che può e scappa lontano dallo specchio. Ruth aveva delle graziose orecchie, piccole e a piegoline compatte, se le ricorda. Janice riesce ad abbronzarsele talmente che sull’arco superiore compaiono delle minuscole lentiggini rosse. A Fred prima di morire erano venuti dei lobi lunghi come quelli di un cinese. Nelson ha un foruncolo arrossato nella piega sopra la narice, quasi pronto a scoppiare, Harry lo nota alla luce che entra attraverso la vetrina. I raggi obliqui del sole trasformano la polvere sulla lastra di vetro in una specie di doratura in questo periodo dell’anno, l’arco delle giornate è talmente basso. Il ragazzo sta cercando di comportarsi in modo amichevole. Dài. Sciogliti.
Harry gli chiede: Stasera ti guardi la finale?
Noo.
Quel Gervin del San Antonio non è niente male, eh? Stamattina alla radio ho sentito che ieri ha fatto quarantasei punti.
Secondo me la pallacanestro è una puttanata.
È molto cambiata rispetto ai miei tempi, ammette Coniglio, una volta gli arbitri almeno ogni tanto richiamavano al movimento; adesso, Cristo, per preparare un lancio ci va mezz’ora di palleggio.
A me piace l’hockey, dice Nelson.
Eh, lo so. Quando guardi una partita quel dannato fracasso arriva in ogni angolo della casa. Quel pubblico di scimmioni ci va solo sperando che scoppi una rissa e qualcuno finisca coi denti spaccati. Sangue sul ghiaccio, ecco quello che tira la gente –. Forse non è il tasto giusto; prova a cambiare argomento. E che ne pensi dei russi in Afghanistan? Si son fatti un gran bel regalo di Natale.
Che stupidata, dice Nelson, Carter che si agita tanto. Non è peggio di quello che abbiamo fatto noi in Vietnam, anzi è perfino meglio, perché loro perlomeno sono confinanti e per di piú ci tenevano un governo fantoccio da anni.
E i governi fantoccio sono okay, eh?
Be’, li hanno tutti. Il Sudamerica è tutto un nostro governo fantoccio.
Scommetto che i latini laggiú non lo sanno.
Papà, i russi almeno quando lo fanno lo fanno. Noi proviamo a farlo, e poi si impantana tutto in faccende politiche. Non riusciamo piú a fare niente.
Certo che con gente che parla come te non è facile, risponde Harry a suo figlio, cosa ne diresti se dovessi andare a combattere in Afghanistan?
Il ragazzo sogghigna: Papà, sono un uomo sposato. E poi sono troppo vecchio per la leva.
Possibile? Harry non si sente troppo vecchio per combattere, e a settembre compirà quarantasette anni. Gli è perfino dispiaciuto un po’ che non l’abbiano mandato in Corea quando era sotto le armi, anche se in realtà allora se ne stava benissimo rannicchiato nel Texas. Laggiú avevano un buffo modo di considerare la vita, molto elementare: soldi, alcol e mignotte, tutto lí. Ridotto all’osso. Cos’è che dice sempre Mim? Dio non è arrivato fino al West, è morto durante il viaggio. A Nelson chiede: Vuoi dire che ti sei sposato per scampare la prossima guerra?
Non ci sarà nessuna prossima guerra, Carter farà un sacco di casino e poi glielo lascerà, proprio come sta lasciando gli ostaggi all’Iran. Anzi, Billy Fosnacht dice che l’unico modo di riavere gli ostaggi sarebbe se i russi invadessero l’Iran. Ce li restituirebbero e ci venderebbero di nuovo il petrolio perché hanno bisogno del nostro grano.
Billy Fosnacht… è di nuovo in giro quello stronzetto?
Solo per le vacanze.
Senza offesa, Nelson, ma non capisco come fai a sopportare quella piaga.
È mio amico. Ma so perché tu non lo sopporti.
E sarebbe? chiede Harry, rendendosi conto con un certo batticuore che sono arrivati a un confronto.
Girandosi verso il padre accanto al vetro spolverato d’oro il viso del ragazzo sembra ritirarsi per l’odio, l’odio e la paura di essere picchiato per quello che sta per dire. Perché Billy era presente la notte in cui tu stavi chiavando sua madre mentre Skeeter dava fuoco a Jill nella casa dove avremmo dovuto esserci noi, a proteggerla.
Quella notte. Sono passati dieci anni e bolle ancora in testa al ragazzo, come un’idea fissa che gli impedisce di crescere. Ti tormenta ancora, eh? dice pacatamente Coniglio.
Il ragazzo non sente, gli occhi spersi nelle orbite, infossati come se dei pollici avessero premuto troppo cercando di afferrare due grumi. Hai fatto morire Jill.
Lo so bene –. In lontananza si sente la raffica attutita della macchina da scrivere elettrica di Mildred Kroust, una coppia in giacche a vento marroni si aggira nel parcheggio leggendo gli adesivi coi prezzi appiccicati all’interno dei finestrini, il ragazzo ha lo sguardo fisso come se il suono della voce di suo padre che cerca di penetrare in lui l’avesse tramortito.
Il passato è passato, continua Harry, devi vivere nel presente. Jill era segnata, qualunque cosa noi potessimo fare. La prima volta che l’ho vista, aveva già il marchio della morte.
Questo è quello che ti fa piacere pensare.
È l’unico modo di pensare. Quando avrai la mia età capirai. Se uno della mia età si caricasse di tutta l’infelicità che ha incontrato durante la vita, la mattina non riuscirebbe neanche ad alzarsi –. Un guizzo, una frazione di secondo in cui gli sembra che il ragazzo stia davvero a sentire, incoraggia Harry a proseguire con una voce piú profonda, piú partecipe. Quando il tuo bambino sarà nato, avrai la vita piena. Vedrai le cose in una prospettiva migliore.
Vuoi sapere una cosa? chiede Nelson, con una voce mortalmente rapida, guardando attraverso suo padre con occhi senza piú colore.
Cosa? Il cuore di Coniglio fa un balzo.
Quella volta che Pru è caduta dalle scale. Non sono sicuro se le ho dato una spinta o no. Non mi ricordo.
Harry ride, spaventato. Figurati se l’hai spinta. Perché mai avresti dovuto spingerla?
Perché sono pazzo come te.
Non siamo pazzi, né io né te. Solo frustrati, ogni tanto.
Davvero? Il ragazzo sembra grato dell’informazione.
Certo. E comunque non è successo niente di male. Quando nasce questo bambino? O questa bambina –. Il ragazzo emana tali ondate di paura che Harry non vuole continuare a parlare con lui. In quel momento i suoi occhi apparivano trasparenti, senza piú una goccia di marrone.
Nelson abbassa lo sguardo, di nuovo imbronciato. Dicono che ci vorranno ancora circa tre settimane.
Splendido. Cosí torneremo in tempo. Senti, Nelson. Magari nella vita non avrò fatto granché di buono. Lo so benissimo. Ma non ho commesso il peccato piú grave. Non mi sono messo disteso in attesa della morte.
Chi lo dice che è il peccato piú grave?
Lo dicono tutti. La Chiesa, il governo. È contro natura, cedere, bisogna continuare a muoversi. Ecco il tuo problema. Tu non ti muovi. Tu non vorresti essere qui, a vendere i macinini del vecchio Springer. Vorresti essere laggiú, a imparare qualcosa, fa un gesto in direzione ovest, a volare col deltaplano, a programmare un computer, o qualsiasi altra cosa.
Ha parlato troppo e ha chiuso lo spazio che per un secondo si era aperto nella resistenza di Nelson. Nelson lo accusa: Non mi vuoi qui.
Ti voglio dove sei felice, e non è qui. E poi, non volevo parlarne ma abbiamo visto un po’ di cifre con Mildred e non sono certo entusiasmanti. Da quando se n’è andato Charlie e sei arrivato tu le vendite lorde sono scese dell’undici per cento rispetto all’anno scorso nello stesso periodo, novembre-dicembre.
Gli occhi del ragazzo si inumidiscono. Io ci provo, papà. Cerco di essere amichevole e aggressivo e tutto il resto quando entra qualcuno.
Lo so che ci provi, Nelson, lo so.
Non posso uscire e portarli dentro per forza.
Hai ragione. Dimentica quello che ho detto. Il fatto è che Charlie aveva un mucchio di conoscenze. Ho vissuto tutta la vita in questa città tranne i due anni sotto le armi e io non ne ho quanto lui.
Io conosco un sacco di gente della mia età, protesta Nelson.
Già. Tu conosci quel tipo di persone che ti vendono le loro vecchie spider a un prezzo da amatore. Ma Charlie conosce il tipo di persona che entra e compra una macchina. E lui si aspetta che lo facciano, non si meraviglia lui e non si meravigliano loro. Forse dipende dal fatto che è greco, non so. Dicano quello che vogliono di noi due, ragazzo mio, ma noi non siamo greci.
Scherzare non serve; Nelson si è sentito ferito, piú profondamente del previsto. Non è colpa mia, dice, è l’economia.
Il traffico sulla statale 111 sta intensificandosi; la gente si dirige verso casa nel crepuscolo. Anche Harry può andarsene; stasera tocca a Nelson restare fino alle otto. Saltare nella Corona e accendere la radio e sentire come va l’argento. Forza, argento. Harry, con una voce che suona saggia al suo stesso orecchio, quasi come quella di Webb Murkett, dice: Be’, anche lí ci sono molte sfumature. Questa faccenda del petrolio danneggia piú i giapponesi di noi, e quello che fa male a loro dovrebbe far bene a noi. Lo yen è giú, in realtà queste macchine costano meno dell’anno scorso, e la cosa dovrebbe riflettersi nelle vendite –. Quello sguardo di Cindy nella fotografia, Harry non riesce a toglierselo di mente: una specie di allegria ansiosa e stupita, come se fosse a bordo di un pallone e si fosse appena bruscamente staccata da terra. Le cifre, dice a Nelson per concludere autorevolmente, le cifre non mentono, e non perdonano.
Capodanno è il giorno prescelto da Harry e Janice per comunicare a mamma Springer la novità, che tengono segreta da quasi una settimana. Il rinvio è stato consigliato dal timore della sua reazione oltre che da un’oscura ricerca di un’occasione, dal desiderio di mostrare il loro rispetto per i sacri vincoli della famiglia annunciando la separazione in un giorno significativo, il primo di una nuova decade. Ma adesso che quel giorno è arrivato, si sentono storditi e svuotati per essere rimasti da Buddy Inglefinger fino alle tre del mattino. La permanenza era stata ulteriormente prolungata da una chiassosa confusione attorno alle macchine nel vialetto, una non partiva, quella di un cugino di Thelma Harrison. In una profusione di urla scomposte e cadute rovinose avevano in qualche modo rintracciato dei cavi e Ronnie aveva collegato la sua Volvo alla Nova del cugino, mentre tutti puntavano delle pile su di lui per essere sicuri che collegasse positivo con positivo e non facesse scoppiare le batterie. Harry ha visto dei cavi liquefarsi letteralmente in circostanze del genere. Una donna che conosceva appena aveva la bocca grande abbastanza per ficcarci dentro una pila, e le sue guance si erano accese come un paralume. Buddy e la sua nuova ragazza, una creatura inquieta alta uno e ottanta, scheletrica, con capelli crespi e tre figli di un precedente matrimonio, avevano preparato una specie di punch di ananas, rum e brandy, e a mezzogiorno il gusto dell’ananas torna ancora su. Come se non bastasse il mal di testa di Harry, Nelson e Pru, che ieri sera sono rimasti a casa con bismamma a guardare lo spettacolo in diretta da Times Square con il fratello di Guy Lombardo, ora che quest’ultimo è morto, si sono accaparrati il soggiorno per vedere la Cotton Bowl Festival Parade in diretta dal Texas e cosí lui e Janice devono portare mamma Springer in cucina per avere un po’ di privacy. La nuova decade è caratterizzata da un opprimente odore di stantio. Quando si siedono intorno al tavolo di cucina per parlare, gli sembra di averlo già fatto, che sia la replica di un’altra volta.
Janice, che ha gli occhi cerchiati dalla stanchezza, si volta verso Harry ancora intontito e dice: Comincia tu.
Io?
Mio Dio, cosa sta succedendo? chiede mamma, fingendosi seccata ma in realtà ben contenta di tanto formalismo, loro due che la prendono per il gomito e la invitano a seguirli in cucina. Vi comportate come se Janice fosse incinta, ma so benissimo che si è fatta legare le tube.
Cauterizzare, dice Janice piano, mestamente.
Comincia Harry: Bessie, come sai siamo andati a vedere delle case.
La giocosità schizza via dal viso dell’anziana signora come tirata da un elastico. Harry si accorge all’improvviso che la pelle agli angoli delle labbra risolute è coperta da un fitto incrocio di rughette sottili. Per lui la suocera è sempre rimasta identica a quando l’ha incontrata la prima volta, impacchettata nella sua pelle; ma senza che lui se ne accorgesse l’epidermide di Bessie si è lasciata andare screpolandosi come il mastice a una finestra in cantina, ha sviluppato la complessa superficie di un foglio di carta appallottolato e poi nuovamente lisciato. Harry si sente di nuovo in bocca l’ananas. Un inizio di nausea nera compare e cresce come se volesse rapidamente raggiungere il vasto spazio inaridito del severo silenzio di Bessie in attesa.
E adesso, deve continuare, inghiottendo, pensiamo di aver trovato quella che ci piace. È una piccola casa di pietra a due piani, a Penn Park. Secondo l’agente immobiliare doveva essere la casetta di un giardiniere in una delle grandi proprietà che hanno smembrato, poi qualcuno l’ha ampliata perché ci stesse una cucina piú spaziosa. È in un vicoletto dietro Franklin Drive, molto isolata.
È solo a venti minuti da qui, mamma.
Harry non può smettere di esaminare la pelle della vecchia nella gelida luce della cucina. L’oscura vitalità delle vene che le dava quell’aspetto bruno e congestionato che Janice ha ereditato è stata ricoperta da uno strato di finissimi fili grigi polverosi, grinzoline congiunte alla piatta superficie della guancia piú vicina a lui come innumerevoli righe di una scrittura indecifrabile incise su una scogliera d’argilla in lontananza. Gli sembra di torreggiare da un’altezza vertiginosa, e che le sue povere parole piene di vergogna debbano percorrere un’immensa distanza, un’interminabile ampiezza, mentre mamma ascolta il suo funesto destino. Praticamente dietro l’angolo, le dice, e ci sono tre camere da letto, voglio dire una è una stanzetta che i bambini usavano come rifugio segreto o qualcosa del genere, ma le altre due sono vere camere da letto e potrai venire a stare con noi ogni volta che vorrai e per quanto vorrai –. Si rende conto di aver commesso un terribile errore: eccola già di nuovo a vivere con loro, e la sua Tv borbotta dietro la parete.
Janice interviene: Davvero, mamma, arrivati a questo punto per me e Harry è la cosa piú logica.
Ma ho faticato a convincerla, mamma; l’idea è stata mia. Quando tu e Fred siete stati tanto gentili da accoglierci non ho mai pensato che dovesse essere per sempre. Lo consideravo una specie di tappabuchi, finché non ci fossimo un po’ ripresi.
Adesso si rende conto che la soluzione gli piaceva perché avrebbe reso piú facile lasciare Janice: sarebbe bastato uscire dalla porta e lasciarla lí coi suoi genitori. Ma non l’aveva lasciata, e ormai non può. Lei è la sua fortuna.
Janice cerca di addolcire il silenzio della madre: È anche un investimento. Tutte le coppie che conosciamo hanno una casa propria, perfino lo scapolo da cui siamo stati ieri sera, e molti degli uomini guadagnano meno di Harry. La proprietà immobiliare è l’unico modo sicuro di investire i soldi, con l’inflazione e tutto il resto.
Finalmente mamma Springer parla, con una voce che tende a salire involontariamente: Quando sarò morta questa casa sarà vostra, se avete pazienza di aspettare. Perché non aspettate ancora un po’?
Mamma, quando dici queste cose sei proprio macabra. Noi non vogliamo la tua casa. Harry e io vogliamo la nostra casa, subito –. Si accende una sigaretta, e deve appoggiare il gomito al tavolo per impedire al fiammifero di tremare.
Harry assicura alla vecchia signora: Bessie, tu non morirai mai, ma adesso che ha visto cosa le sta succedendo alla pelle non lo crede piú.
Lei improvvisamente spalanca gli occhi e chiede: E allora cosa succederà a questa casa?
A Coniglio viene quasi da ridere, ha un’espressione talmente infantile, unita alla punta stridula nella voce. Andrà tutto bene, le dice. Quando costruivano case come questa le facevano per durare. Non come le baracche che tirano su adesso.
Fred ci teneva tanto che Janice avesse questa casa, dichiara mamma Springer, gli occhi di nuovo stretti e puntati verso l’esatto spazio fra la testa di Harry e quella di Janice. Perché avesse una sicurezza.
Adesso è Janice a ridere: Mamma, la sicurezza non mi manca. Ti ho detto dell’oro e dell’argento.
Giocare coi soldi è il modo migliore per perderli. Non voglio che quando sarò morta questa casa sia venduta all’asta a qualche ebreo. Adesso che i negri e i portoricani sono arrivati anche nei quartieri a nord gli ebrei stanno spingendosi fin qua.
E dài, Bessie, dice Harry, cosa te ne importa? Come dicevo, hai ancora tutta la vita davanti, ma quando non ci sarai piú, non ci sarai piú. Lascia perdere, certe cose devi lasciarle perdere, che se ne preoccupino gli altri. Lo dice anche la Bibbia, in ogni pagina. Lascia perdere; il Signore sa come fare.
Janice si muove a scatti: pensa che il marito stia parlando troppo. Mamma, potremmo tornare qui…
Quando la vecchia cornacchia sarà morta. Perché tu e Harry non mi avete detto che la mia presenza era un tale peso? Ho sempre cercato di stare in camera mia il piú possibile. Venivo in cucina solo quando era chiaro che nessun altro avrebbe preparato da mangiare…
Mamma, piantala. Sei stata meravigliosa. Ti vogliamo molto bene, tutti e due.
Avrei potuto andare a stare da Grace Stuhl, me l’ha offerto tante di quelle volte. Anche se casa sua è grande la metà di questa e ha tutti quei gradini davanti –. Tira su col naso, cosí forte che sembra un grido d’aiuto.
Nelson urla dal soggiorno: Bismamma, quando si mangia?
Janice dice ansiosamente: Ecco, vedi, ti dimentichi Nelson. Avrai lui qui, con la sua famiglia.
La vecchia signora tira su di nuovo, meno tragicamente, e risponde a bocca stretta e occhi bassi cerchiati di rosso: Può darsi, o può darsi di no. Non si può far conto sui giovani.
Harry le dice: Su questo hai proprio ragione. Non sanno lottare, non imparano niente, sanno solo star col culo per terra a rintronarsi.
Nelson entra in cucina con un giornale in mano, lo «Standard» di Brewer. Per una volta sembra di buon umore, dopo una bella notte di sonno. Ha piegato la pagina con un quiz sulle futilità degli anni Settanta e chiede: Quante di queste persone siete in grado di identificare? Renée Richards, Stephen Weed, Megan Marshack, Marjoe Gortner, Greta Rideout, Spider Sabich, D.B. Cooper. Io ne ho beccati sei su sette, Pru soltanto quattro.
Renée Richards era il ragazzo di Patty Hearst, comincia Coniglio.
Nelson vede in che stato è la faccia di sua nonna e chiede: Cosa sta succedendo qui?
Janice risponde: Ti spieghiamo dopo, tesoro.
Harry gli dice: Tua madre e io abbiamo trovato una casa dove andremo a stare.
Nelson guarda prima uno e poi l’altro dei suoi genitori e si sbianca talmente in viso che sembra sul punto di urlare. Invece dice pianissimo. E cosí tagliate la corda. Due veri cazzutissimi artisti della fuga. Andate in culo tutti e due. In culo.
Torna in soggiorno, dove il frastuono di tamburi e tromboni si fonde col ronzio di incomprensibili parole mentre lui e Pru discutono chiusi nel tunnel del loro giovane matrimonio. Il ragazzo si è spaventato. Si è sentito abbandonato. Le cose sono diventate troppo piú grandi di lui. Coniglio conosce quella sensazione. Per quanto vadano male le cose fra loro, ci sono momenti in cui il suo cuore e quello di Nelson potrebbero essere ai due capi di una cortissima sbarretta d’acciaio; lui conosce cosí perfettamente certe sensazioni del ragazzo. Comunque, se anche altri hanno paura di restare soli, non per questo lui deve continuare a fare il mollaccione di turno, come diceva Mim.
Janice e sua madre si tengono per mano, hanno entrambe il viso offuscato di lacrime. Quando Janice piange, la sua faccia perde ogni forma, sciogliendosi in quella della brutta bambina che era. Sua madre geme e dice come fra sé e sé: Lo sapevo che stavate cercando casa ma in realtà non credevo veramente che sareste andati fino in fondo e ne avreste comprata una quando avete questa gratis. Non potremmo sistemare le cose qui in modo da farvi cambiare idea o almeno aspettare finché non mi sarò abituata? Sono troppo vecchia, il fatto è questo, troppo vecchia per assumermi delle responsabilità. Il ragazzo cerca di fare del suo meglio ma per adesso è completamente ferhuddled, e la ragazza… non so. Vuol far tutto lei ma non so mica se è in grado. Per essere sinceri l’arrivo del bambino mi terrorizza, ho cercato di ricordarmi com’è stato con te e con Nelson ma giuro che non ci riesco. Mi ricordo che il latte non ti veniva nel modo giusto, e il dottore era stato cosí brusco con te per questo problema che era dovuto intervenire Fred.
Janice annuisce, annuisce, le lacrime le fanno luccicare il naso, le vene nel collo saltellano a ogni singhiozzo. Forse potremmo aspettare, anche se abbiamo promesso di firmare le carte, se sei tanto preoccupata possiamo aspettare finché nasce il bambino.
Oscillano insieme seguendo un ritmo particolare, mani strette, teste che si toccano. Fate come è meglio per la vostra felicità, sta dicendo mamma Springer, e quelli che lasciate se la caveranno. Alla peggio tutto questo mi ucciderà, potrebbe anche essere una benedizione.
Sta massacrando Janice: la faccia sciolta e singhiozzante, le borse sotto gli occhi gonfie e gialle per il senso di colpa, Janice crolla addosso a sua madre, rinuncia alla casa, chiede supplichevole il perdono. Mamma, noi pensavamo, Harry era sicuro, che ti saresti sentita meno sola con…
Con una preoccupazione come Nelson in giro per casa?
Vecchia pellaccia. È meglio che intervenga Harry prima che Janice mandi tutto all’aria. La sua voce si fa piú dura: Senti qua, Bessie. Te lo sei voluto tu, adesso goditelo.
Libero! Il macadam scorre sotto le ruote, mentre si alzano dalla pista che scompare sotto l’estremità bullonata e arrotondata di un’ala enorme si vede in lontananza un vecchio fortino rossiccio, e i serbatoi di benzina di Filadelfia Sud ridotti a una fila di pedine della dama. Le ruote si ritraggono con un sobbalzo, e fotoni crudeli luccicano sull’immoto alluminio sotto il finestrino. La rapida ascesa dell’aeroplano appesantisce il sangue; Harry stringe la mano sudata di Janice. Ha ceduto a lui il posto accanto al finestrino, per non essere obbligata a guardare. Sotto c’è una palude vizza e venata di acqua salata. Gli edifici industriali oltre il Delaware stupiscono Harry: tetti piatti e ghiaiosi grandi come parcheggi, e parcheggi intarsiati di tetti di automobili luccicanti che sembrano il pavimento di un bagno piastrellato con pietre preziose. E anche nei depositi di rottami l’effetto è quasi altrettanto brillante. Il segnale NO SMOKING si spegne. Dietro gli Angstrom, i Murkett e gli Harrison cominciano a chiacchierare. Hanno bevuto tutti qualcosa al bar dell’aeroporto, anche se erano le undici di mattina. Harry ha già volato, ma solo fino in Texas con l’esercito e a Albany per dei congressi di venditori: non è mai salito tanto in alto per una vacanza, diretto verso est e verso il sole. Velocissimo, silenzioso, il 747 inghiotte le miglia giocattolo là sotto. Il chiarore solare attraversa i laghi insieme a loro rapidamente come se fossero specchi. Fino adesso l’inverno è stato incredibilmente mite, in barba all’Ayatollah; passando sui campi da golf i green sembrano dischi viventi e ovali fra i bianchi fagioli delle trappole e sulle piste ci sono delle formiche in movimento, uomini che giocano. Da questa altezza i campi da tennis si incastrano l’uno nell’altro come tessere di un domino, i cinema drive in hanno la forma di un ventaglio, i diamanti del baseball sembrano delle logore monete. Le macchine si muovono molto lentamente e con una curiosa perfezione, come se procedessero su rotaie. Le case nella zona di Camden sono sparpagliate, e si diradano lasciando il posto a un campo arato o a una proprietà con in mezzo un’aguzza dimora e l’occhio di una piscina nascosta fra gli alberi; e dopo un attimo continuando a salire, Harry si trova sopra lo scuro tappeto della pineta del Jersey, solcata qua e là da strade gialle e macchie disboscate ma in gran parte ancora intatta, venature di alberi pallidi e spogli seguono il disegno dei pendii e di corsi d’acqua in mezzo a sempreverdi piú scuri, e l’occhio umano cosí in alto percepisce con chiarezza i colori della competitività terrestre. Janice lascia andare la mano di Harry e appare piú padrona di sé.
Cosa vedi? chiede.
La costa.
È vero, ancora un lungo passo silenzioso e il motore li porta sul margine dell’oceano di alberi e pone sotto di loro una striscia sabbiosa, che un nastro di acqua scintillante separa dalla terra ferma, riempita fino all’inverosimile da una sfilza di cittadine vacanziere, cucite in questo stretto spazio da architetti che, a differenza di Harry, non potevano vedere con quanta facilità una spallata dell’oceano potrebbe sommergere e cancellare ogni traccia umana. Quando il mare si infrange sulla sabbia bianca la cresta dell’onda è un lento ricamo oscillante, un serpente di pizzo appuntato al suo posto. Poi il volo segue la rotta sull’Atlantico, a un’altezza da cui non si distinguono piú spruzzi bianchi nell’emisfero bluastro laggiú, e l’immensità diventa nullità. L’aereo, il suo serio ronzio esterno e il chiacchiericcio tintinnante e festaiolo all’interno, diventa l’intero mondo esistente.
Una hostess smaltata serve un pranzo cellofanato in un vassoio di plastica bionda. È pesantemente truccata, ma Harry riconosce, quando si china sorridente per chiedergli cosa vuole da bere, tracce nascoste di una notte brava. Scopano a ogni scalo, l’ha letto su «Club» o «Oui», un fidanzato diverso in ogni città, venti o trenta uomini, sono queste ragazze i favolosi marinai insaziabili dei nostri tempi. Già all’aeroporto gli altri passeggeri hanno cominciato a stupirlo: i corridoi coperti di moquette sembravano invasi da scherzi di natura, gente di dimensioni o abbigliamenti folli, ragazze con la carnagione cadaverica e immensi occhiali da sole e tanti capelli crespi da riempire uno staio, neri boriosi in ampie pellicce e completi di velluto aderentissimi sui fianchi, un ragazzo alto e pallido con un turbante e un gilet trapunto, un nano con un berretto scozzese, una donna troppo obesa per entrare nelle poltroncine di plastica delle aree di attesa, obbligata a puntellarsi su uno sgabellino portatile a tre gambe. Lasciata Brewer, la vita diventa selvaggia e pacchiana. Tutti avevano un travestimento da clown. Anche Coniglio e i suoi cinque compagni erano travestiti, inconsistenti abiti estivi sotto i cappotti. Cindy Murkett ha delle scarpette coi tacchi alti senza calze; Thelma Harrison si aggira felpata in calze di lana e scarpe da tennis. Continuano a ridere fra loro, in quel modo cosí tipicamente breweriano. Harry ci sta a essere un po’ euforico, ma non vuole sacrificare la consapevolezza dei colori attorno a lui, la rivelazione che fuori da Brewer c’è un pianeta non ancora logorato dalla routine. In questi momenti avventurosi il suo corpo lo irrita, le sue cinque finestre non gli sembrano sufficienti per far entrare dentro di sé il mondo intero. Gli batte il cuore dalla gioia. Dio, che durante la maturità di Harry si era ristretto alle dimensioni di un acino d’uva rotolato sotto il sedile della macchina, riacquista improvvisamente la sua grandezza, è ovunque come un vento radioso. Libero: si è lasciato i vivi e i morti a ottomila metri sotto, nella foschia che ha annullato la terra come il respiro su uno specchio.
Harry si volta, abbandona il finestrino dal doppio pannello fatto con una soffice sostanza colorata, raschiata piú volte orizzontalmente come da una grandinata di meteoriti. Janice sta sfogliando la rivista della compagnia aerea. Le chiede: Secondo te come se la caveranno?
Chi?
Tua madre, Nelson e Pru, chi altro?
Lei gira una pagina patinata. La madre è presente nel suo profilo, in quelle labbra chiuse come se avessero appena pronunciato una dolente verità e non avessero intenzione di rimangiarsela. Immagino meglio di quando c’eravamo noi.
Ti hanno detto niente della casa?
Harry e Janice hanno firmato i documenti due giorni fa, un martedí. Il giorno precedente, lunedí, hanno rivenduto l’argento a Alternative Fiscali. Il valore del metallo, spinto dagli acquisti frenetici di molti accaparratori di petroldollari spaventati dalla faccenda dell’Afghanistan, quel giorno era di 36,70 all’oncia troy, perciò ognuna delle monete comprate a 16,50 comprese le tasse valeva 23,37, secondo i calcoli della bionda platinata. Janice, che non per niente ha lavorato per tanti anni nella concessionaria di suo padre, aveva fatto scivolare la calcolatrice verso di sé e dopo un po’ di picchiettio aveva educatamente fatto notare che se l’argento era a 36,70 all’oncia troy, allora il settantacinque per cento faceva 27,52. Insomma, aveva a sua volta fatto notare la bionda, non potete aspettarvi che Alternative Fiscali venda a meno della quotazione e poi non ricompri anche a meno. Non era impeccabile come le altre volte; la minuscola imperfezione a un angolo della bocca era sbocciata in un qualcosa che bisognava nascondere sotto un cerottino rotondo. Ma dopo una telefonata a un ufficio piú segreto del suo, nascosto da qualcosa di piú che una veneziana, aveva concesso 24 dollari a moneta. Moltiplicato 888 faceva 21 312 dollari, ovvero un guadagno di 6660 dollari in meno di un mese. Harry aveva voluto conservare per ricordo otto vecchie monete cartwheel e questo aveva ridotto l’assegno a 21 120 dollari, che comunque è una cifra con piú magia. Avevano ritirato le loro ingombranti ricchezze dal Brewer Trust e dalla cassaforte alla Springer Motors, ma questa volta erano stati attenti a ridurre la fatica del trasporto merci parcheggiando la Corona in doppia fila in Weiser Street. Il giorno seguente, mentre l’argento calava a 31,75 l’oncia, avevano firmato, sempre al Brewer Trust, un’ipoteca ventennale per 62 400 dollari al 13 e mezzo per cento, uno e mezzo in meno del tasso corrente.
La casetta di pietra, ex abitazione del giardiniere, costava 78 000 dollari. Janice avrebbe voluto versarne subito 25 000 ma Harry le aveva spiegato che in tempo di inflazione è meglio avere dei debiti, e che l’interesse sul mutuo è deducibile dalle tasse e che obbligazioni a sei mesi per un minimo di 10 000 dollari rendono quasi il dodici per cento. Cosí avevano scelto la formula del venti per cento di proprietà al netto di ipoteche, e avevano versato 15 600 dollari, amabilmente concessi dalla banca grazie all’ottimo credito del signor Angstrom e della sua famiglia. Quando erano emersi alla luce del giorno invernale Janice e Harry erano padroni di una casa, e due giorni dopo sarebbero volati incontro all’estate. Per anni e anni non succede niente, poi succede tutto. L’acqua bolle, il cactus fiorisce, il cancro si rivela.
Janice risponde: La mamma sembra rassegnata. Mi ha raccontato una lunga storia di quando i suoi genitori, che nella contea erano molto piú stimati degli Springer, si erano offerti di ospitare lei e Fred finché lui studiava ragioneria e lui aveva risposto di no, se non fosse stato in grado di offrire una casa a sua moglie non avrebbe neanche preso moglie.
Dovrebbe raccontarla a Nelson, questa storia.
Non premerei troppo su Nelson, in questo periodo. Ha qualcosa dentro che lo rode.
Non premo affatto su di lui, è lui che preme su di me. Premi premi, mi ha sbattuto fuori casa.
Forse il fatto che noi ce ne andiamo lo spaventa. Ha reso piú reali le sue responsabilità.
È ora che il ragazzo si svegli. Come se la sbroglierà Pru, secondo te?
Janice sospira, e il suono si perde nel gigantesco sussurro che li sostiene. I beccucci smussati sopra le loro teste sputano ossigeno sibilando. Harry vuole sentirsi dire che Pru odia Nelson, che le dispiace di averlo sposato, che in confronto al padre il figlio fa una ben meschina figura. Non credo che sappia cosa fare, risponde Janice, ogni tanto ne parliamo, lei si rende conto che Nelson è infelice ma ha ancora fiducia in lui. Il fatto è che Teresa era talmente ansiosa di andarsene dall’Ohio e dai suoi che non può permettersi di essere troppo schizzinosa.
Continua a imbottirsi di crème de menthe.
È un po’ scriteriata, come lo sono a quell’età. Pensi che qualunque cosa succeda saprai cavartela; il destino non ti colpirà.
Lui le dà una gomitata affettuosa, per farle capire che ricorda. Vent’anni fa il destino ha toccato lei. Il senso di colpa che condividono li circonda come le cinture di sicurezza, stringe forte ma fa male solo quando cercano di muoversi.
Ehi, colombi, esplode alle loro spalle il vocione sciocco di Ronnie Harrison; li guarda dall’alto ed emana zaffate d’alcol.
Fateci partecipare, potete tubare a casa vostra –. Per le rimanenti tre ore di volo ronzante fanno comunella con gli altri quattro, si scambiano di posto, restano in piedi nel corridoio, si aggirano nel grande ventre del 747 come se fosse il soggiorno di Webb Murkett. Si imbottiscono di drink e di ricordi, rievocano le circostanze in cui si sono già trovati tutti insieme, come se, in caso di un improvviso silenzio o dimenticanza, la bolla di questa impresa comune dovesse scoppiare e loro sei dovessero rotolare giú nel vuoto che circonda e sostiene il fremente involucro dell’aereo. In questa confusione Cindy sembra affabile ma remota, una sorellina minore, o una passeggera estranea trascinata a condividere il loro umore vacanziero. Sta seduta sul bordo della sua poltrona e tutta chinata in avanti per cogliere ogni minima folata di facezie; è difficile credere che quella forma racchiusa in un severo abito scuro con una bianca cravatta floscia che a Harry fa venire in mente George Washington abbia dei luoghi segreti tutti pieghe e pelliccia e umide membrane, in cui può inserirsi un diaframma, e che l’ingresso in questi luoghi è per lui lo scopo del viaggio, la sua destinazione certa.
L’aereo scende; il suo stomaco si stringe; l’onnipotente voce texana del pilota li prega di tornare ai loro posti e prepararsi all’arrivo. Harry chiede a Janice se adesso che l’alcol l’ha rilassata vuole sedersi accanto al finestrino ma lei dice no, non ha il coraggio di guardare finché non saranno atterrati. Attraverso la chiazza di Plexiglas graffiato vede un latteo mare turchese macchiato di ombre verde-purpuree che nascono dal fondo, isole sotto la superficie. Un’unica barca a vela. Poi un braccio di roccia frastagliata in una manica di sabbia bianca. Casette con piccoli tetti rossi rugosi vengono loro incontro. Le ruote dell’aereo gemono e scendono e scattano ferme. Passano rasenti una palude. Coniglio vorrebbe pregare ma i suoi pensieri si confondono; Janice gli stritola le ossa di una mano. Una casa con una manica a vento, un bulldozer senza autista, alberi senza rami che sono palme; un colpo, una piccola sbandata, un sibilo alto, un boato teso all’indietro, un acuto stridore. Si ferma, rallentano, sono a terra, e un basso terminal rosa si muove verso di loro mentre arriva il pulmino del 747. Si muovono, improvvisamente sudati, afferrano i cappotti, cercano gli occhiali da sole avviandosi verso l’uscita. In cima alla scaletta d’argento l’aria tropicale, cosí tiepida, umida, e compassionevole, composta da tanti minuscoli cerchiolini, colpisce il viso di Coniglio come sparata da un atomizzatore; ma Ronnie Harrison rovina quell’attimo esclamando distintamente alle sue spalle: Ragazzi. È meglio di un pompino –. E, ancora peggio di Ronnie che imbratta con la sua voce un momento cosí fragile e prezioso come quello del primo impatto con un mondo nuovo, le donne ridono, visto che si presume da loro che abbiano sentito. Ride Janice, quella imbecille. E la hostess, ormai piú rugiadosa che smaltata nel tepore che sale dalla porta mentre dice arrivederci, arrivederci, sorride con aria complice.
La risata bambinesca di Cindy sale piú su delle altre ed è immediatamente seguita da uno strascicato: Ronnie –. Coniglio è disgustato ma eccitato, ripensando a quelle Polaroid ficcate in fondo a un cassetto.
Col passare dei giorni Cindy acquista la stessa abbronzatura color mogano che sfoggia d’estate accanto alla piscina del club, ed esce gocciolante dal mare di berillio dei Caraibi nello stesso bikini di stringhe nere, ma la sua pelle è macchiata di sale. Thelma Harrison si prende una bella scottatura il primo giorno, e sta male a causa di quella sua silenziosa malattia. Passa tutto il secondo giorno chiusa nel bungalow, mentre Ronnie salta dentro e fuori dall’acqua e si occupa attivamente dei rifornimenti al bar di bambú costruito sulla sabbia. Vecchie signore di colore passano sulla spiaggia offrendo perline e conchiglie e vestiti locali, e il mattino del terzo giorno Thelma compra da una di loro un grande cappello di paglia e una tunica rosa lunga fino ai piedi e con le maniche, e cosí coperta da capo a piedi, compresa crema antisolare sul viso e asciugamano sulle caviglie, si siede a leggere sotto una palma. All’ombra del cappello il suo viso è terreo, sottile e malizioso, quando guarda Harry sdraiato al sole. Dopo di lei, è quello che si abbronza meno, ma è deciso a tenere il passo con gli altri. Il male delle bruciature gli fa ricordare con nostalgia il dolore ai muscoli dopo un esercizio sportivo. In mare, sguazza a cagnolino, segretamente preoccupato degli squali.
Gli uomini trascorrono le mattinate sul campo da golf adiacente al villaggio vacanze, si spostano su macchinette provviste di tettucci di tela attraverso percorsi rinsecchiti e circondati da una giungla che non offre scampo; anzi, cercando una palla si rischia di finire in qualche buca profondissima. L’isola è costituita di corallo, butterato da caverne. I divertimenti serali si susseguono secondo una rigida routine. Sono arrivati di giovedí, la sera dei giochi, il venerdí assistono a un’esibizione di limbo, e il sabato tocca a loro ballare con un’orchestrina tropicale. C’è musica da ballo tutte le sere, accanto alla piscina olimpionica, sotto stelle che qui sembrano piú vicine, e che stanno appese in cielo con un’aria vagamente minacciosa, frammenti di un’esplosione congelata. Qualche costellazione appare strana: Webb Murkett, che conosce le stelle perché a diciott’anni, nel ’45, si è arruolato in marina e ha attraversato il Pacifico su una portaerei mentre la guerra stava finendo, indica agli altri la Croce del Sud e una macchia spettrale che è addirittura un’altra galassia; e tutti loro si rendono conto che il Grande Carro ha un’angolazione rispetto al suo manico completamente diversa da come appare dalla Pennsylvania.
Oh, quella piccola Cindy sempre piú abbronzata, e vogliosa d’amore. Glielo si legge nei denti, stanno diventando cosí bianchi, e da come ogni sera stacca un fiore di oleandro dal cespuglio di fronte ai bungalow e se lo infila fra i capelli resi gonfi da tante nuotate, e anche dal colore tostato delle dita che fa sembrare le unghie pallide come petali. Sulla pelle scura indossa abiti bianchi che luccicano all’altro capo della piscina (illuminata da faretti subacquei come se avesse inghiottito la luna), quando arriva dalla toeletta delle signore che sta accanto al bar di bambú. Si lamenta perché ingrassa, i piña coladas e daiquiri alla banana e ponce al rum, tutte quelle calorie sfrontate. Ma non rifiuta mai un drink, come tutti gli altri; dal Bloody Mary che sostiene i golfisti prima di una mattinata sul campo all’ultimo giro di Stingers dopo mezzanotte, mantengono un’amabile sbronza collettiva. Janice chiede: Harry, hai idea a quanto ammonterà il conto finale? Continui a firmare sempre tu.
Le dice: Rilassati, meglio spenderli che farseli mangiare dall’inflazione. Hai sentito quando Webb diceva che oggi il dollaro vale esattamente la metà che nel 1970? Perciò sono solo dollari da cinquanta centesimi, rilassati –. Considera la spesa come parte di una ponderata campagna che lo porterà a letto con Cindy prima che i sette giorni siano trascorsi. Sente che sta arrivando, sente che sta arrivando su tutti loro, i muri fra di loro si assottigliano, sa esattamente quando Webb sta per schiarirsi la gola o come accenderà la sigaretta, le occhiatine e i silenzi complici corrodono l’imbarazzo ora dopo ora, sotto il sole o sotto le stelle allungano i loro sei corpi sulle sdraio fatte di striscioline di plastica. Le loro mani si toccano passandosi un bicchiere, un fiammifero, una bottiglia di olio solare, entrano a sproposito nei reciproci bungalows; un pomeriggio Coniglio ha addirittura visto Thelma Harrison a culo nudo riportandole la Solarcaine. Era sdraiata sul letto che lasciava respirare la sua pelle bruciata e si era precipitata in bagno al suono della sua voce, ma non abbastanza in fretta. Aveva visto la piega fra quelle due guance, l’intera figura in fuga, sottile e giallastra, e aveva dato la Solarcaine a Ronnie, nudo anche lui, senza una parola di scusa o di commento, stavano tutto il giorno insieme mezzi nudi, a parte Thelma imbacuccata sotto le palme: Janice che spalma di Coppertone le molteplici pieghe sul collo di Webb, il pesante cazzo di Ronnie che gonfia il davanti dei suoi osceni slip da bagno, la dolce Cindy che si slega il bikini per abbronzarsi uniformemente la schiena mettendo in mostra l’intero profilo di una tetta capezzolo compreso quando si sporge per prendere il suo «punch del piantatore» dal vassoio che le porge un cameriere. I neri quaggiú sono piú setosi di quelli americani, piú scuri, i loro corpi si muovono secondo un ritmo piú morbido. Verso le quattro, quando l’ombra delle palme avanza come un dito nocchiuto sulla sabbia e gli uomini hanno la faccia rosso fuoco nonostante i teloni sulle macchinette del golf, Harry e gli altri si spostano dalla spiaggia (il rumore frusciante delle palme dà sui nervi a Harry; di notte pensa sempre che stia piovendo e non è mai vero) alla zona ombreggiata accanto alla piscina, dove giovani isolani in giacca bianca si aggirano prendendo le ordinazioni dei drink e la dura pallina bianca del sole scende lentamente verso l’orizzonte del mare, dove affonda puntuale alle sei, con un affrettato spruzzo rosa e porpora. Intontito, dolorante di piacere, Harry osserva come, quando Cindy cambia posizione sulla sdraio, le striscioline lasciano segni profondi in quella carne deliziosa, come tracce di pneumatici nel fango. Thelma siede fra loro attenta e avviluppata, Webb ronza monotono, Ronnie sta facendosi dei nuovi amici al bar. È il venditore che è in lui, deve mantenere in esercizio l’intonazione. La sua voce sale come un pallone oltre lo sciacquio di un singolo bambinetto biondo, fradicio e stufo, che si tuffa e sguazza in attesa della cena. Janice, per quanto Harry possa di tanto in tanto volerle bene, qui è come una scarica elettrica, che disturba gli eventuali segnali che Cindy potrebbe mandare a Harry: per fortuna Webb la intrattiene, parlandole, da piccolo notabile locale a un’altra della sua specie, sull’inesauribile argomento del denaro. Se pensi che il quattordici per cento sia una catastrofe, in Israele hanno il centoundici per cento, una Tv a colori costa milleottocento dollari. In Argentina aumenta del centocinquanta per cento all’anno, credimi non ti sto prendendo in giro. A Tokyo un chilo di bistecche costa quaranta dollari e in Arabia Saudita per un pacchetto di sigarette ne partono cinque. Cinque dollari al pacchetto. Puoi anche pensare che siamo messi male, ma il consumatore americano continua a fare gli affari migliori di tutto il mondo industrializzato –. Janice pende dalle sue labbra e gli ruba qualche tiro di sigaretta. I suoi capelli sono cresciuti abbastanza da farne una tozza coda di cavallo; siede ai piedi di Webb e agita le gambe nell’acqua. I peli sulle lunghe gambe ossute di Webb si avvolgono a spirale come le strisce sulle insegne dei barbieri, e la sua faccia coperta di sagge rughe ha preso il colore del legno di pino verniciato. A Harry viene in mente che lei ascoltava nello stesso modo le cazzate del vecchio Fred, e l’idea gli piace.
Arrivati a domenica sera sono ormai stufi della routine del villaggio e affittano un taxi per andare al casinò dall’altra parte dell’isola. Attraversano paesini bui dove i bambini neri sono invisibili finché al margine della strada non si accende il bianco dei loro occhi. Davanti ai fari del taxi si materializza un gregge di capre con le cavezze di corda penzoloni. Baracche costruite su blocchi di scorie e con le persiane accostate si rivelano essere taverne quando una porta si schiude, scaffali coperti di bottiglie e un fascio di clienti in piedi. Dalle finestre appuntite e senza vetri di una vecchia chiesa di pietra guizzano bagliori di candela e un gemito di preghiera che il gruppo si lascia subito alle spalle. Il taxi, una Pontiac del ’69 con un mucchio di bamboline voodoo sul cruscotto, procede inesorabile sul lato sbagliato della strada, perché una volta questa era una colonia inglese. Le forme a cono tronco delle fabbriche di zucchero abbandonate si stagliano contro il cielo stellato e ricordano il passato, tutti quegli schiavi morti, mentre Janice, Thelma e Cindy chiacchierano avvolte dal buio parlando della gente rimasta a Brewer, la nuova orribile ragazza di Buddy Inglefinger con tutta la sua altezza e i suoi figli, Buddy è proprio il classico tipo della vittima, e l’impossibile Peggy Fosnacht girava voce che si fosse offesa a morte perché lei e Ollie non erano stati invitati al viaggio nei Caraibi, quando sanno tutti benissimo che non se lo sarebbero mai potuto permettere.
Il casinò è adiacente a un altro villaggio vacanze, piú lussuoso del loro. Passerelle di legno permettono di passeggiare sulle rocce coralline illuminate. Ci sono mondi dentro i mondi, pensa Harry. Creaturine che sembrano nidi di tagliatelle spezzati emergono dalla risacca verde-oro. È venuto fin qui per schiarirsi le idee. Si è fatto agganciare dal black-jack e cercando di recuperare le perdite raddoppiando la puntata ha cambiato trecento dollari di traveller’s cheques e, con grande stupore dei suoi amici, ha perso tutto. Be’, è meno della metà del guadagno sulla vendita di un’unica Tercel, è meno del tre per cento di quello che sono costati i vari scherzetti di Nelson. Comunque, Harry si sente scosso e umiliato, con la testa che pulsa. Il negro che era al banco non ha neanche alzato la testa quando lui, completamente ripulito, si è allontanato dal feltro sgargiante del tavolo da gioco. Cammina sulla passerella verso l’orizzonte scuro, mentre l’aria tropicale lenisce il suo viso bollente con microscopici baci circolari. Immagina di poter camminare fino al Sud America, dove c’è il Paraguay; pensa con affetto all’area piena di erbacce dietro al parcheggio dell’autosalone, e a quella fattoria a cui si è sempre avvicinato come una spia, attraverso la siepe che cresce addosso al muro diroccato. L’erba del frutteto sarà appiattita e sbiancata dall’inverno, e il fumo salirà dalla casa solitaria piú in basso. Un altro mondo.
Improvvisamente accanto a lui c’è Cindy, respira a ritmo con la risacca sul bagnasciuga. Pensa che è arrivato il loro momento, e lui è tutt’altro che pronto; ma lei dice, con voce ferma e commiserevole: Webb dice che bisognerebbe sempre fissarsi un limite prima di sedersi, cosí uno non si fa trascinare.
Non mi sono fatto trascinare, risponde Harry, avevo una teoria –. Forse Cindy ritiene che le sue perdite si meritino un compenso, rappresentato da lei. Le sue braccia brune sono messe in risalto da uno scialle bianco all’uncinetto; con quel fiore dietro l’orecchio ha l’aria civettuola. Chissà come sarebbe schiacciare il suo faccione pesante in quelle sue sode rotondità, guance e fronte e punta del naso, e in quelle piccole fessure dispensatrici di vita, le labbra lunghe e gli occhi scuri che brillano birboni come quelli di una bambina? Bagnasciuga. Si adatteranno bene le loro facce? Lei gli lancia un’occhiata e poi fissa la luna tropicale che giace su un fianco con un’angolazione impossibile in Pennsylvania. Con lo sguardo perso nel mare, come per sbaglio, Harry le sfiora un braccio con la punta delle dita. Sembra che la domenica al sole le abbia lasciato un certo calore elettrico. Le alghe sbattono contro i pali che sostengono la passerella, un’onda infrange il suo movimento contro la spiaggia, è il momento di balzare addosso alla preda. Qualcosa di troppo fermo nelle protuberanze delle sue guance lo trattiene, anche se lei sorride lievemente e alza il viso, come per facilitargli l’impresa di infilare la bocca sotto il suo nasino.
Ma arriva un brontolio di passi veloci e Webb e Janice, quasi di corsa, con le mani che nel mescolio di luce lunare e macchie subacquee e chiarore del casinò sembravano prima allacciate e poi libere, arrivano fino a quest’angolino di passerella e annunciano eccitati che Ronnie Harrison sta facendo saltare il banco del craps. Vieni a vedere, Harry, dice Janice, sta vincendo almeno ottocento dollari.
Quel Ronnie, dice Cindy, con una vocetta secca e seccata da ragazzina, e le luci del casinò splendono attraverso la sua gonna lunga mentre corre, il culo largo e scuro, le gambe in trasparenza.
Tornano al loro villaggio dopo le due. Ronnie è rimasto troppo a lungo al banco del craps e ha finito col vincere soltanto pochi dollari. Lui e Janice dormono durante il lungo viaggio di ritorno, mentre Thelma siede tutta tesa in braccio a Harry e Webb e Cindy sono davanti con l’autista, Webb gli fa un sacco di domande sull’isola e l’uomo risponde in un linguaggio confuso e riluttante che può a stento definirsi inglese. Al cancello del loro villaggio c’è un guardiano che li fa entrare. Qui è tutto sorvegliato, i furti imperversano, ladri e addirittura assassini si riversano dal cuore tenebroso dell’isola per approfittare della costa fitta di ricchi turisti. I bungalow degli ospiti si raggiungono attraverso sentieri di cemento dipinti di verde costruiti sulla sabbia, sotto le palme che bisbigliano, tra cespugli di fiori che sembrano di carta e al mattino attirano i colibrí. Mentre gli uomini discutono per posporre il golf del mattino dopo, le tre donne bisbigliano un po’ piú in là, nel punto da cui si dipartono i sentieri per i rispettivi bungalow. Janice, Cindy e Thelma ridacchiano e lanciano verso di loro brevi occhiate come voli d’uccello nel vitreo chiarore lunare. Lo scialle di Cindy splende come uno sbuffo di schiuma su un’onda. Ma alla fine, facendo risuonare di «Buonanotte» il tacito boschetto di palme, ogni moglie si dirige al suo proprio bungalow col suo proprio marito. Coniglio scopa Janice per pura, generica rabbia e si addormenta sperando che il mattino venga indefinitamente rimandato.
Arriva invece in perfetto orario, sotto forma di strisce di luce che attraverso le persiane cadono sul pavimento di piastrelle, mentre quegli uccellini gialli di cui parla una canzone locale seguono i vassoi della colazione lungo i sentieri di cemento. Non è poi tanto male, una volta che si è alzato. Il corpo si adatta alle avversità. Com’è sua abitudine, va a fare una breve, cauta nuotata sulla spiaggia deserta, dove ci sono ancora i bicchieri di plastica della sera prima ficcati nella sabbia. È l’unico momento del giorno o della notte in cui Harry è solo, non contando le coppie anziane, con le mogli che hanno bisogno di appoggiarsi a un braccio per attraversare la spiaggia, anche loro amanti dei bagni mattutini. Tra morbidi frangenti il mare ha il colore di un melone d’acqua, un verde pallidissimo. Galleggiando sul dorso vede, sulle strade lungo le irsute e ripide colline che fiancheggiano la baia, quelli per cui quest’isola non è una vacanza, uomini e donne di colore vestiti a vivaci colori che si avviano al lavoro, alcune delle donne portano in equilibrio sulla testa un fagotto o un secchio. Lo fanno davvero allora! Le voci arrivano portate dalla fresca aria del mattino, insieme allo sciacquio frizzante e tiepido dell’acqua salata che gli lambisce i piedi e si ritrae. La sabbia bianca è spugnosa e piena di buchetti dove i granchi salgono a respirare. Harry non ha mai visto una sabbia cosí bianca, corallo frantumato fine come zucchero. Il sole del mattino gli sfiora delicato le spalle sensibili. Eccola, la salute. Poi la ragazza col vassoio della colazione arriva alla loro porta, al bungalow numero 9, e Janice compare sulla soglia in accappatoio chiamando: Harry, al di là dell’area dove un vecchio schiavo in pantaloncini cachi sta già spazzando alghe e bicchieri di plastica, e la festa, la caccia ricominciano.
Oggi gioca male a golf; quando è stanco tende a esagerare lo swing, e a scattare con la mano invece di completare l’oscillazione con le braccia. Tieni il polso rigido, non sprecarlo al momento del colpo. Non oscillare sulla punta dei piedi, immagina di avere il naso premuto contro un vetro. Pensa ai binari del treno. Seguili. Oggi questi consigli servono a poco, gli sembra di fare una lunga sgobbata mattutina fra due ali di affamata giungla corallina, su green bitorzoluti come trapunte, anche se probabilmente è già un miracolo avere dei green sotto questo sole. Detesta Webb Murkett, che oggi manda in buca qualunque palla entro i sette metri. Perché diavolo questo vecchio cazzone stopposo deve accaparrarsi quella fantastica figa e per di piú vincere il Nassau? A Harry manca Buddy Inglefinger, per sentirsi superiore a qualcuno. Il cranio semicalvo di Ronnie e la sua fronte nuda sembrano un uovo rosa che spela quando si china per il suo tiro. Ha lo swing di uno scimmione, tutti i peli che non ha in testa li ha sulle braccia, come fa Thelma a sopportarlo? Le donne, evidentemente passano sopra a qualunque cosa per amore di un bel cazzo grosso. Harry non riesce a smettere di pensare ai trecento dollari che ha fatto fuori la sera prima, a suo padre sarebbero costati sei settimane di duro lavoro. Povero papà, non è vissuto tanto da vedere i soldi diventare irreali.
Ma le cose migliorano nel pomeriggio, dopo un paio di piña coladas e un sandwich di granchio. Decidono di affittare tre piccole barche a vela, e si accoppiano in modo che lui e Cindy finiscono insieme. Harry non è mai andato a vela, cosí lei sta in mare con l’acqua fino alle tette e traffica col timone mentre lui è seduto al sicuro e all’asciutto e tiene le corde che regolano la vela triangolare a strisce, che non gli sembra assicurata abbastanza saldamente, continua a sbattere da una parte e dall’altra mentre le sbarre di alluminio si urtano. Tutto l’insieme è molto poco stabile. Si sono dovuti mettere una specie di cuscinetto di gomma attorno alla vita e a Cindy il suo sta molto bene, è carinissima con la sua testina di lontra, sembra quelle poliziotte in Tv o una donna rana. Non aveva mai notato come sono scure e folte le sue sopracciglia; si aggrottano fino quasi a toccarsi finché finalmente il gancio del timone va a posto. Poi salta su, piatta sulla pancia tanto che le tette saltano fuori di lato, la parte non abbronzata bianca come il Maalox, le gambe scalciano nell’acqua per tirare su a bordo quel culo tutto nero e luccicante, è troppo donna per questa barchetta, che si inclina follemente. Lui la tira per un braccio e la sbarra di alluminio in fondo alla vela oscilla e lo colpisce sulla nuca. Lei gli ha tolto di mano il capo della corda mentre continua a tenere il timone e urla: La deriva, la deriva, finché finalmente lui capisce di cosa si tratta. La lunga pinna di legno scheggiato che ha sotto una gamba deve infilarsi in quella fessura. La prende e la ficca a posto. Invece di congratularsi con lui, Cindy dice: Merda –. Il piccolo guscio di fibra di vetro è parallelo alla spiaggia, dove si forma un arco di bagnanti che guardano, e ogni ondata li manda un po’ piú vicino. Poi la vela prende il vento e si tende, tanto che l’albero di alluminio scricchiola, e lentamente galleggiano al largo, sulle onde che si frangono, verso la punta estrema della baia.
Una volta partiti non ci si rende conto di come si va in fretta, perché in acqua non ci sono punti di riferimento. Harry è sulla punta, accucciato in modo da essere fuori portata della sbarra. Seduta in posizione yoga con la sua tozza guarnizione di gomma e la striscia centrale del bikini che copre appena appena l’inguine dischiuso, Cindy tiene la barra del timone e per la prima volta sorride. Harry, non c’è bisogno che stai sempre attaccato alla deriva, non dobbiamo toglierla finché non arriviamo alla spiaggia –. La spiaggia, le palme e i bungalow sono ridotti alle dimensioni di una cartolina.
Non saremo troppo lontani?
Lei sorride di nuovo. Non siamo affatto lontani –. La corda della vela si tende fra le sue mani, la barca si inclina. Qui l’acqua non è piú verde pallido come un melone, è verde come la bile, nera nel ventre fra le onde.
Non siamo affatto lontani, ripete lui.
Guarda laggiú –. Una vela poco piú grande di uno spruzzo d’onda. Sono Webb e Thelma. Sono molto piú al largo di noi.
Sei sicura che siano loro?
Cindy si impietosisce. Vireremo quando saremo piú vicini a quelle rocce. Lo sai cosa vuol dire virare, Harry?
Non esattamente.
Cambieremo direzione. L’asta oscillerà, perciò attento alla testa.
Pensi che qua ci siano dei pescecani? Eppure, Harry dice a sé stesso, c’è qualcosa di intimo nella situazione, loro due soli, gli stessi spruzzi sulla sua pelle e su quella di lei, i suoni del vento e dell’acqua che soffocano tutti gli altri, la curva della spalla di lei lucente come metallo alla luce di quel sole bianco e duro che fa sembrare il sole sotto cui lui è sempre vissuto tronfio e arancione.
Hai visto Lo squalo numero 2? gli chiede lei.
Non ti capita mai di pensare che ormai ci sono solo sequel? chiede lui a sua volta. Come se la gente non avesse piú idee –. Si sente talmente esausto per la fatica e per la bramosia troppo a lungo repressa che non gli importa piú della sua vita, in mezzo alla trascinante violenza degli elementi. Anche il luccichio del sole sull’acqua ha qualcosa di crudele, un segno di malevolenza dai cieli, come quei fotoni che picchiettavano sulle ali dell’aeroplano in discesa.
Virata, dice Cindy, tutto sottovento.
Lui si accovaccia, e l’asta lo manca. Vede un’altra barca vicino a loro, Ronnie e Janice, diretti verso l’orizzonte. Gli sembra che al timone ci sia lei. Dove avrà imparato? In qualche campeggio estivo. Bisogna essere ricchi fin da subito per godere a fondo di tutti i vantaggi. Cindy dice: Adesso prendi tu il mio posto, Harry. È facile. Quella striscetta di stoffa in cima all’albero si chiama spia. Ti dice da che direzione arriva il vento. E poi guarda le onde. Devi tenere sempre la vela perpendicolare rispetto al vento. E non devi mai vedere sbattere il davanti della vela. Che sarebbe poi quello che si dice orzare. Significa che stai dirigendoti dritto nel vento e allora devi subito spostarti, spingendo la barra del timone lontana piú che puoi da te stesso e dalla vela. Ti verrà naturale, vedrai. La tensione fra il timone e la corda è come una specie di forbice. È divertente. Dài, Harry, non succederà niente. Cambiamo posto –. Vengono a capo della manovra mentre la barca oscilla come un’amaca sotto le loro masse. Una nuvoletta copre il sole, tinge l’acqua di scuro, e poi la restituisce al sole con un sussulto. Harry afferra la barra del timone e brancola finché il vento non afferra lui. E allora, come diceva lei, è divertente: la vela e il timone tirano, l’invisibile brezza marina spinge, le distanze non sono per nulla infinite e disperate una volta che sono sotto controllo.
Sei bravissimo, gli dice Cindy, seduta a gambe incrociate in modo che lui può vedere la pelle sotto le cinque dita di un piede nudo, la sottile pelle azzurrognola e grinzosa, il piú piccolo caro ditino piegato verso quello vicino come per nascondersi. Lei ha fiducia in lui. Lo ama. Adesso che ha preso un po’ la mano osa qualche sbandata, tira sempre piú la scotta, le onde sbattono forte e la sua mano brucia. La terra si avvicina veloce, e sono quasi al sicuro quando, aggiustando la mira verso il punto preciso della spiaggia dove Janice e Ronnie hanno già tirato a secco la loro barca, molla un attimo la vela e il vento la prende in pieno da dietro; la prua si inabissa all’improvviso fra spruzzi furibondi; il guscio si rivolta pesantemente, e lui e Cindy non possono far altro che scivolare giú, intralciati dalla gomena. Una venata traslucentezza si chiude sulla sua testa. Aria, pensa selvaggiamente e risale in un’ombra improvvisa, è la barca rovesciata accanto a loro. Cindy è vicina a lui. Ansimante, desideroso di scusarsi, la abbraccia per un attimo. È come uno squalo, abrasiva e scivolosa. Le loro due cinture di gomma sbattono una contro l’altra sott’acqua. Ogni pelo delle sue sopracciglia scintilla in questa strana luce, tra onde ombreggiate, e nel silenzio del vento calato, solo uno sciacquio sommesso contro lo scafo cavo. Lei lo respinge con una smorfia, fa un respiro profondo e scompare sotto la barca. Lui cerca di seguirla ma la cintura lo trattiene bruscamente. La sente grugnire e sguazzare dall’altra parte della chiglia, prima tira e poi si arrampica sulla deriva finché la barca si raddrizza, schizzando grosse perle d’acqua quando la vela a strisce scivola oltre il sole. Harry si tira su e lei porta abilmente la barca a riva.
È un episodio inglorioso, ma ne ridono tutti insieme sulla spiaggia, e nella mente di Harry, sempre cosí clemente con sé stesso, l’abbraccio subacqueo si trasforma rapidamente in una tenera promessa. Le pelli che scivolano vicine, le gambe di lei fra le sue. I peli neri dove le sopracciglia quasi si toccano. I peli dell’inguine spudoratamente in mostra quando era seduta in posizione yoga. Metti tutto insieme.
Al villaggio il pranzo è servito ai bordi della piscina, o sulla spiaggia, mentre la cena è una faccenda molto formale in un vasto padiglione con un tetto di fronde lunghe qualche metro, che ha sul retro, accanto alla porta delle cucine, un barbecue da cui si alzano altissime fiamme che mandano la loro ombra a contorcersi dietro le pareti di paglia e qualche scintilla sul viso nero degli assistenti allo chef. Lo chef è un belga ossuto che tra un pasto e l’altro sta sempre seduto al bar, con un’aria malaticcia, oppure si lagna ad alta voce con una delle severe signore indigene che mandano avanti il banco di ricevimento. Il lunedí sera sono previste le grigliate, con un cantante di calypso durante la cena e marimbe elettriche per ballare dopo; ma i sei vacanzieri della Pennsylvania sono ancora esausti per la nottata al casinò e decidono di andare a letto presto. Dopo essere quasi affogato fra le braccia di Cindy, Harry si era addormentato sulla spiaggia e poi era andato a farsi un sonnellino nel bungalow. Mentre dormiva, un improvviso temporale tropicale aveva tamburellato per dieci minuti sul tetto di latta; quando si era svegliato, la pioggia era finita, il sole al tramonto era una striscia arancione in fondo alla baia, e i suoi amichetti stavano ancora ridacchiando al bar, dove si erano rifugiati durante l’acquazzone. Qualcosa bolle in pentola. Le tre donne hanno un’espressione dolce, alla luce delle candele chiuse in una piccola lanterna da pesca rossa e sistemate su ogni tavolo tra fiori cartacei che saranno vizzi prima della frutta. Continuano a toccarsi l’un l’altra, la sorellanza fra loro si è intensificata e rafforzata, quaggiú. Stasera Cindy ha un ibiscus giallo fra i capelli, e il suo vestito arabo mezzo sbottonato. Piú di una volta si sporge oltre il bicchiere e le scure mani ossute di Webb per toccare un polso di Janice, ricordando: Quello sfacciato d’un ragazzo nero oggi al bar, gli ho detto che ero qui con mio marito e lui ha alzato le spalle come se non facesse nessuna differenza –. Webb ha un’aria saggia, lascia che le correnti gli vortichino intorno, e Ronnie sembra sonnacchioso e gonfio ma ancora pieno di vigore, in quel suo modo da ex playmaker. Harry e Ronnie sono stati per tre anni nella stessa squadra di pallacanestro e molto spesso Coniglio aveva dovuto soffocare l’impressione che per quanto la star fosse lui, l’allenatore Marty Tothero gli preferisse Ronnie, perché non mollava mai e stava in campo con molta piú «fisicità». Il mondo va avanti a spinte. Per parte sua Coniglio ha sempre pensato che se una cosa non succede da sola non val la pena di farla succedere. Eppure, quella Cindy. Un uomo potrebbe anche uccidere per averne un po’. Ficcalo dentro e muori, come certi insetti maschi. Il cantante di calypso viene al loro tavolo e canta una lunga canzone sporca sulla Grossa Canna di Bambú. Harry non coglie tutte le allusioni, ma le signore ridacchiano dopo ogni verso. Il cantante sorride e sorride la canzone ma i suoi occhi iniettati di sangue scintillano come quelli di una lucertola immobilizzata su un muro e quando si china sulla chitarra si svela una lanugine grigia sul suo cranio. Un’arte in via di estinzione. Harry non sa se devono dargli qualcosa o soltanto applaudire. Applaudono e svelta come la lingua di una lucertola la mano dell’uomo guizza sul biglietto che gli porge Webb. Il vecchio cantante si sposta al tavolo vicino e comincia quella che chiama schiena contro schiena, pancia contro pancia. Cindy ridacchia, tocca Janice su un braccio e dice: Scommetto che a Brewer tutti penseranno che abbiamo fatto degli scambi mentre eravamo qua.
Forse allora dovremmo farli, dice Ronnie, senza riuscire a reprimere un rutto di stanchezza.
Janice, con quella voce rauca e matura che le hanno conferito gli anni e il fumo ma che sorprende sempre Harry, chiede dolcemente a Webb, seduto accanto a lei: Tu cosa ne pensi, Webb?
Il vecchio volpone sa di possedere il tesoro piú ambito, e prende il suo tempo, si dimena per liberare un lembo di giacca su cui è seduto, una specie di giacca da capitano blu scura coi bottoni di ottone a forma di timone, e tira fuori un pacchetto di Marlboro leggere. Il cuore di Coniglio batte cosí furiosamente che deve fissare il tavolo, dove le ossa insanguinate, costole e vertebre, della loro grigliata aspettano di essere spazzate via. Strascicando la voce, Webb dice: Be’, dopo due matrimoni che probabilmente non possono essere considerati dei successi, e dopo tutte le cose che ho visto e fatto prima, dopo e durante, devo ammettere che qualche piccolo scambio fra amici non mi sembrerebbe molto grave, a patto di farlo con affetto e rispetto. Rispetto, ecco la parola chiave. Tutte le parti coinvolte, e ripeto tutte, devono essere consenzienti, e dev’essere ben chiaro che qualunque cosa succeda non trascenderà questa particolare occasione. Le relazioni segrete sono quelle che mandano a picco i matrimoni. Le romanticherie.
E certamente non è romantico lui, il re dei cazzi su Polaroid. Harry ha la faccia che scotta. Forse sono le spezie della grigliata, o la lunghezza del sermone di Webb, o un fiotto di gratitudine verso i Murkett che hanno organizzato tutto questo. Immagina il suo viso fra le cosce di Cindy, cerca di raffigurarsi quella nera passerina come una compatta massa curva di peli di sopracciglia, appiattiti e resi fragranti dalla permanenza nel tepore delle mutandine e incorniciati dai margini bianchi che un bikini deve coprire per essere decente. Seguirà tutta la fessura con la lingua, mentre le gambe di lei si apriranno con la stessa scivolosità senza peso che avevano oggi in acqua, giú e dentro, e dietro l’angolo vicino al suo naso ci sarà tutto intero quel dolce culone che ha visto ondeggiare migliaia di volte mentre lei si asciugava accanto alla piscina del Flying Eagle, sotto l’ombra verde del monte Pemaquid. E le tette, come cadono in avanti quando lei si china obbediente. Sta succedendogli qualcosa nei pantaloni, come lo stame di uno di quei fiori flosci che sussultano di ombre alla luce guizzante della candela.
Là nella baia, canta l’uomo a un altro tavolo ancora, dove la notte è gaia, e il sole splende sempre in cima alla montagna –. Arrivano delle mani nere che sparecchiano rapide le ossa scure e porgono la lista dei dessert. A Harry piace molto la loro torta di noci, anche se non ha niente di particolarmente tropicale e probabilmente è una ricetta di Fort Lauderdale.
Thelma, che indossa un top trasparente attraverso cui è visibile il reggiseno color cacao, ha lo sguardo a mezz’aria di una professoressa che parla sopra la testa degli alunni e sta dicendo: … semplice curiosità femminile. È una cosa di cui non si parla praticamente mai negli articoli sulla sessualità femminile, ma credo che dietro la faccenda degli strip maschili ci sia piú questo che un reale desiderio delle spettatrici. Sono curiose di vedere il pene, di vedere com’è. Sono davvero molto diversi l’uno dall’altro, immagino.
Vale anche per te? chiede Harry a Janice, sei curiosa? Lei china gli occhi sulla candela che gocciola nella lampada.
Naturalmente.
Io no, dice Cindy, non della loro forma. Non mi pare. Non lo sono affatto.
Sei molto giovane, le dice Thelma.
Ho trent’anni, protesta lei, non dovrebbe essere il culmine della sensualità?
Come tornandole accanto in acqua, Harry cerca di prendere le sue parti: Sono brutti come l’inferno. Quasi tutti i cazzi che ho visto.
Tu non li vedi con l’erezione, precisa Thelma in tono lieve.
Grazie al cielo, risponde lui, inorridito, come gli succede a volte, di trovarsi in una compagnia tanto grossolana.
Eppure il suo lo ama, interviene Janice, mantenendo questo tono freddo e leggero come se fra loro si svolgesse una conversazione scientifica, in questo padiglione ormai silenzioso. Il cantante ha smesso. Gli altri stanno alzandosi per trasferirsi ai tavolini ai margini della pista da ballo.
Non lo amo, protesta in un sussurro, ci sono attaccato.
È te, gli dice Cindy, calma.
Non sono solo i cazzi, puntualizza Thelma, dev’essere tutto l’uomo a eccitarti. Il suo modo di muoversi. La sua voce, il suo modo di ridere. Ma fa tutto riferimento a quello.
Cazzi. Possibile? Lasciano cadere quel delicato argomento all’arrivo dei dolci e del caffè. Rinvigoriti dal cibo e dalla notte decidono che dopo, tutti si siederanno per un po’ a guardare quelli che ballano sotto le stelle che stanotte a Harry sembrano rubini di un orologio che si muove con spaventosa lentezza, misurando uno per uno i minuti che mancano a quando lui sprofonderà in Cindy come una stella che si inabissa sfrigolando nella piscina. Una volta, in un campo da lungo tempo perduto, in un’estate della sua infanzia, qualcuno, probabilmente sua madre anche se non si ricorda la voce, gli aveva detto che se avesse guardato in cielo contando fino a cento prima di finire avrebbe sicuramente visto una stella cadente, sono cosí frequenti. Ma anche se adesso sta con la testa all’insú e lontana dal bicchiere e dal tavolino e dal mormorio consolatorio e cospiratorio dei suoi amici finché il collo comincia a fargli male, tutte le stelle restano senza vacillare nella loro orbita. La voce ghiaiosa di Webb Murkett muggisce: Be’, ragazzi, essendo il piú vecchio fra voi mi riserbo il privilegio di annunciare che sono stanco e voglio andare a letto –. E mentre Harry distoglie lo sguardo dal cielo, eccola, in un angolo del suo campo visivo, breve e splendente come un fiammifero, una stella cadente, annegata in un mare di inchiostro. Le donne si alzano raccogliendosi attorno le gonne; le marimbas, dopo un breve consulto di note incerte e svolazzanti, attaccano Where are the Clowns? Il mesto scampanio si perde alle loro spalle mentre camminano lungo la piscina, e oltre il banco di ricevimento dove il direttore del villaggio, stravolto e in preda all’alcol, sta cercando di parlare con New York, e oltre la rotonda coi marciapiedi di corallo bianco, giú fino all’ombroso regno dei sentieri di cemento tra cespugli di fiori addormentati. Le palme sono piú rumorose adesso che la musica svanisce. Il shu shu della marea è piú vicino. Nel punto illuminato dalla luna dove i tre sentieri divergono tutti si scambiano nervosamente la buonanotte ma nessuno si muove; poi una donna allunga la mano e afferra con dolcezza il polso di un uomo che non è suo marito. Le altre fanno altrettanto, nessuno si guarda in faccia, uno strattone silenzioso a occhi bassi separa le coppie e le conduce ciascuna verso il bungalow della donna. Harry sente Cindy che ride, lontana, perché non è la sua mano a tirarlo con tanta dolce determinazione, ma quella di Thelma.
 Lei lo sente indietreggiare, e stringe piú forte, in silenzio. Un gruppo si è portato sulla spiaggia una delle lanterne da pesca; la lampada e le sigarette sono bagliori rossi nell’ombra, e il mare si allunga piú in là bianco come il latte oltre la silhouette nera di una grossa barca ancorata nella baia, sotto una mezza luna sdraiata sulla schiena. Thelma gli lascia andare la mano e cerca la chiave del bungalow nella borsetta di lustrini. Puoi avere Cindy domani sera, sussurra, ne abbiamo parlato.
Ok, splendido, sussurra debolmente, sperando di non essere insultante. Questo vuol dire che Cindy ha voluto quel porco di Harrison, e Janice si è presa Webb. Lui aveva immaginato che a Janice sarebbe toccato Ronnie, e si era sentito dispiaciuto per lei, per fortuna lui aveva l’aria di uno che si sarebbe addormentato presto, e Webb e Thelma sarebbero andati insieme, giallastri e stopposi tutti e due. Thelma chiude la porta alle loro spalle e accende il globo di paglia appeso sopra il letto. Lui le chiede: Gli uomini di stasera sono la prima scelta oppure ti sei fatta rifilare quello di scarto?
Non essere cosí competitivo, Harry. Hai sentito cos’ha detto Webb, dev’essere una condivisione amorosa. Su una cosa siamo tutti d’accordo, non ci trascineremo questa faccenda a Brewer. Questa sarà l’unica irregolarità che faremo, costi quel che costi –. Sta dritta in mezzo al tappeto di paglia con un’aria quasi di sfida, una donna terrea dal viso sottile, che lui quasi non conosce. La bruciatura non le ha lasciato solo il naso rosa ma anche due chiazze sotto gli occhi, ha una specie di farfalla sul viso. Harry suppone di doverla baciare, ma il suo passo in avanti è ostacolato da lei che continua a parlare, decisa: Comunque ti dirò una cosa, Harry Angstrom. Tu sei la mia prima scelta.
Davvero?
Naturalmente. Ti adoro. Ti adoro.
Me?
Non te ne sei mai accorto?
Piuttosto di ammettere di no, sta lí zitto come uno scemo.
Merda, dice Thelma, Janice se n’è accorta. Perché credi che non ci abbia invitati al matrimonio di Nelson? Si volta e comincia a togliersi gli orecchini davanti allo specchio con la cornice di bambú intrecciato identico a quello nel loro bungalow. Il batik appeso qui ha un tramonto tropicale con una palma sullo sfondo invece della donna di colore con un cesto di frutta che hanno lui e Janice, ma arrivavano evidentemente dalla stessa fabbrica. Le valige e i vestiti appesi al tubo colorato che funge da armadio sono degli Harrison. Thelma gli chiede: Ti dà noia usare lo spazzolino di Ronnie? Vai prima tu in bagno, che io ci starò un bel po’.
In bagno Harry scopre che Ronnie usa la crema da barba Gillette Foamy, in una di quelle bombolette a pressione che si mangiano tutto l’ozono cosí poi i nostri figli friggeranno. E quel nuovo tipo di rasoio con una lama che scatta dentro e fuori con un click nella pubblicità alla Tv. Harry non ci trova nessun vantaggio, solo spreco, lui usa ancora un vecchio rasoio di sicurezza arrugginito comprato per un dollaro e 99 sette anni fa, e si insapona con un pennello di tasso artificiale usando la prima saponetta a portata di mano. Si è rasato prima di cena, perciò non ne ha bisogno. Gli Harrison usano il dentifricio Crest alla clorofilla in uno di quei tubi giganti che si deformano sempre e schizzano da qualche buchetto quando lui e Janice provano a risparmiare qualche centesimo comprandone uno. Si chiede cosa ne sia stato dell’Ipana, e cosa ci fosse a proposito dei dentifrici nel «Consumer Reports» di qualche mese prima, probabilmente avrà consigliato il bicarbonato, proprio quello che dovevano usare lui e Mim, visto che mamma aveva una sua teoria per cui i profumi artificiali nel dentifricio favoriscono il tartaro. Il problema col consumismo è che i prodotti del vicino sono sempre migliori dei tuoi. Si sente già invidioso del rifornimento degli Harrison. Bruttina com’è, Thelma ha una valigetta dei medicinali bella robusta, e prodotti di bellezza, piú una crema solare a protezione totale che si chiama Eclipse e la Solarcaine. Anche della vaselina, chissà perché. Tampax, in una confezione molto piú grande di quelle che compra Janice. E un sacco di analgesici, vari tipi di aspirina e Darvon e un’imprevedibile quantità di pillole chiuse in bottigliette speciali. La gente è sempre un po’ piú malata di quello che si crede. Harry si chiede se dovrebbe orinare da seduto per risparmiare a Thelma quello scroscio volgare poi respinge l’idea, dopotutto è lei che vuole scopare con lui. Si riversa rumorosamente nella tazza per un periodo che pare interminabile, è imbarazzante, tutti quei drink a pranzo. Poi si siede comunque, per far fuori un po’ d’aria. Troppi crostacei. Gli sembra di sentire l’odore del granchio di ieri e quando si alza prova con un dito là sotto per sentire se puzza. Decide di sí. Meglio usare un guanto di spugna. Si chiede quale sarà quello di Ronnie, il blu o il marrone. Sceglie il marrone e strofina le parti che contano. Si prepara al ballo. Elimina il suo odore dando una bella sciacquata al guanto, sia di chi sia.
Quando torna di là Thelma ha addosso soltanto la biancheria, reggiseno color cacao e mutandine nere. Non se lo aspettava, e non si aspettava nemmeno che la cosa lo stuzzicasse tanto. Il seno è strano: certi sembrano piú grossi vestiti che nudi e altri piú piccoli. Quelli di Thelma appartengono al secondo gruppo: il suo reggiseno è ben rimpinzato. Tutto il suo corpo di quarantenne ha conservato quella linda funzionalità neutra con cui ti stupiscono sempre maestre elementari e infermiere, sotto certe facce severe. Lei ride e allarga le braccia come una spogliarellista coi ventagli. Eccomi qua. Hai l’aria scioccata. Sei cosí adorabilmente perbene, Harry… è una delle cose che adoro. Torno fra cinque minuti. Cerca di non addormentarti.
Intelligente da parte sua. Con gli arretrati di sonno che hanno accumulato qui e la sbronza continua e il trauma di oggi, la testa sott’acqua e una bile verdastra senza fondo che gli risucchiava le gambe, è stanco. Comincia a spogliarsi e non sa quando smettere. Ci sono una quantità di dettagli che marito e moglie mettono a punto nel corso degli anni e che invece con un’estranea sono di nuovo un’incognita. A Thelma farà piacere trovarlo nudo nel letto? O sul letto? Essere meno nudo di come sarà lei uscendo dal bagno sarebbe scortese da parte sua. Nello stesso tempo con questa luce accecante proprio sopra il letto, non vuole che lei trovandoselo lí in bella mostra pensi che lui si ritenga una specie di paginone centrale di «Playgirl». Sa che potrebbe perdere quindici chili e avere ancora un po’ di pancetta. Rimasto in mutande, si avvicina alla scrivania di bambú e accende un paralume con la base di legno scadente incrostata di conchigliette. Si toglie le mutande. L’elastico è molle, l’unica marca veramente buona sono le Jockey, ma questi negozi decaduti di Brewer non le tengono piú, la qualità ormai non la vuole nessuno. Spegne la luce sul letto e si sdraia nell’ombra, tutto quanto, sul copriletto, cosí com’è, come era, come sarà prima che quelli delle pompe funebri lo vestano per l’ultima volta, nemmeno una fede lenisce la sua nudità, quando lui e Janice si sono sposati per gli uomini non si usava portare la fede. Chiude gli occhi per lasciarli riposare un attimo nel nulla rossastro subito sotto le palpebre. Deve farcela in qualche modo, forse lei vuole soltanto parlare, e poi potrà riposarsi sul serio per domani sera. Arrivarci… quella scivolosità subacquea…
Thelma esce dal bagno con quella che gli pare una scossa di terremoto. Tiene stretta la sua biancheria, e dandogli le spalle sistema le mutandine nella pila di roba sporca accanto alla scrivania, dietro il cestino della carta straccia, e il reggiseno, abbastanza pulito, ben ripiegato in un cassetto. È la seconda volta in questo viaggio, pensa Harry assonnato, che le vedo il culo. Girandosi Thelma nasconde col suo corpo la luce del paralume e le pieghe che ha sul davanti restano in ombra; avanza timidamente, come se stesse attraversando un guado. I seni ondeggiano quando si china a riaccendere la luce che lui aveva spento. Si siede sul bordo del letto.
Il suo cazzo è ancora addormentato. Lei lo prende in mano: Non sei circonciso.
No, quel giorno non lo facevano all’ospedale, non so perché. O magari mia madre aveva una sua teoria. Non so, non ho mai chiesto. Mi spiace.
È bello. Sembra un cappuccetto –. Seduta sul bordo del letto, piú morbida e agile di quando è vestita, Thelma si piega e gli prende il cazzo in bocca. Il suo corpo è un pallido patchwork di lieve abbronzatura e rosa spelato e giallastro naturale. La sua pancia forma una pila di pieghe piatte come un sacco di giornali e sul dorso della mano che stringe il cazzo in un cerchio di due dita spicca un lampo di vene azzurre. Ma il suo fiato è tiepido e umido e vedendo alla luce della lampada qualche singolo capello bianco serpentino in una massa di anonimo castano gli viene voglia di sporgersi a carezzarle la testa, o toccare quella ritmica cavità nella mascella. Ma ha paura di interrompere la sensazione nascente. Lei alza veloce una mano per spingere indietro una ciocca di capelli, come per fargli vedere meglio.
Fantastico, mormora lui. Sta diventando grosso e lungo ma lei riesce ancora a spingere ogni volta le labbra fino a sfiorare le dita che lo circondano alla base. Per stare piú comoda, allarga le gambe, di cui una esce dal bordo del letto; in mezzo, vede una cordicella bianca, emergente da un cespuglietto piú rossastro e delicato di quello che si sarebbe mai aspettato. A differenza di quella di Janice, o di come immagina quella di Cindy, la figa di Thelma non è opaca; è una lanugine trasparente sopra le labbra livide che con quella lingua bianca sembrano tanto carenti e indifese. A Harry viene voglia di piangere. Anche lei sembra avere le lacrime pronte a sgorgare, forse per lo sforzo di non soffocare. Si ritrae e fissa l’occhio del glande che la fissa a sua volta, ormai gonfio e libero dal prepuzio. Tira su il cappuccio e dice, insinuante, stuzzicante: Che faccino serio –. Lo bacia lievemente una, due volte, con un guizzo di lingua, poi succhia ancora, finché deve smettere per respirare. Dio, sospira, quant’è che volevo farlo. Succhiarti. Vieni. Vieni, Harry. Vienimi in bocca. Vienimi in bocca, su tutta la faccia –. Lo dice con una voce folle e fumosa e intanto non smette di fissare la minuscola fenditura su cui è comparsa un’unica goccia opaca. La lecca via.
Davvero, le chiede timidamente, ti piaccio da un po’?
Da anni, risponde lei. Anni. E tu non te ne sei mai accorto. Stronzo. Sempre sotto il tallone di Janice o a fare lo svenevole con quell’oca di Cindy. Be’, lo sai dov’è Cindy adesso? Si sta facendo chiavare da mio marito. Lui non ci teneva, avrebbe preferito venire a letto con me –. Fa una specie di piccolo grugnito, tra pena e disgusto, e si rituffa con le labbra, e mentre una lancinante frenesia lo trascina a forza fin dentro la sua gola lui si chiede se sia il caso di accettare l’invito.
Aspetta, le dice Harry. Non dovrei prima fare qualcosa per te? Se vengo poi è finita.
Se vieni, vuol dire che verrai di nuovo.
Alla mia età? Non credo proprio.
Età, età. Parli sempre della tua età –. Thelma appoggia il viso alla sua pancia e lo guarda, per la prima volta scherzosa, con occhi sconcertanti ad angolo retto coi suoi. Non aveva mai fatto caso al loro colore: un indifferente nocciola, ma con quella luce forte lí sopra, e ravvivati da quel numero da gola profonda, hanno un fulvo pallore, la traslucentezza senza pensiero di un animale. Sono troppo eccitata per venire, gli dice, e poi, Harry, ho le mestruazioni e sono un vero fiume, un mese sí e uno no. Ho il terrore di scoprire perché. L’altro mese, solo crampi tremendi e quasi niente sangue.
Vai dal dottore, suggerisce lui.
Vado da un sacco di dottori, e sono tutti inutili. Sto morendo, lo sai no?
Morendo?
Be’, forse è un modo un po’ melodrammatico di metterla giú. Nessuno sa quanto ci vorrà, e in gran parte dipende da me. L’unica cosa che non dovrei assolutamente fare è stare al sole. Sono stata pazza a venire qui, Ronnie ha cercato di convincermi a non farlo.
E perché sei venuta?
Indovina. Te l’ho detto, Harry, sono pazza. Devo eliminarti dal mio organismo –. Sembra che stia per cedere a un altro singhiozzo di addolorato disgusto ma invece si tira indietro per guardare il cazzo. Tutti questi discorsi di morte l’hanno mezzo addormentato di nuovo.
È per via del lupus? chiede.
Già, dice Thelma. Guarda. Vedi questo sfogo? Si tira indietro i capelli sulle tempie. Carino, eh? Me lo sono guadagnato facendo la cretina venerdí. Ci tenevo talmente a essere come voi, e non un’invalida. Sabato è stato terribile. Le giunture fanno male, dentro di te non funziona piú niente. Ronnie si è offerto di portarmi a casa perché potessi fare un’iniezione al cortisone.
È molto carino con te.
Mi ama.
Il cazzo è di nuovo duro e lei si china. Thelma –. È la prima volta che dice il suo nome, stasera. Voglio farti qualcosa. Abbiamo gli stessi diritti e tutto il resto, no?
Non puoi entrare in quel lago di sangue.
Allora lascia che ti succhi queste deliziose cosine –. I suoi capezzoli non sono granulosi come quelli di Janice, ma perfetti come il pollice di un neonato. Visto che adesso è lui a offrire, si sente libero di spegnere la luce sopra il letto. Al buio lo sfogo scompare e lui la vede sorridere mentre si sistema per farsi servire. Si siede a gambe incrociate, come Cindy sulla barca, le donne sono il sesso flessibile, e si mette un cuscino in grembo perché lui possa appoggiare la testa. Gli mette un dito in bocca e giocherella contemporaneamente con la sua lingua e il proprio capezzolo. La percorre un tremito come in una radio non del tutto spenta. Harry trova con la mano il culo, i tiepidi incavi; la pelle di Thelma ha una consistenza liscia di porcellana proprio dove quella di Janice sembra finissima carta vetrata. Il cazzo, delicatamente stuzzicato dalle sue unghie, si è brillantemente ripreso. Harry, la sua voce è vicinissima all’orecchio, voglio farti qualcosa che non dimenticherai, qualcosa che nessun’altra ti abbia mai fatto. Immagino che altre donne ti abbiano fatto venire in bocca.
Lui annuisce, tirando la pelle del suo seno.
Quante ne hai scopate nel culo?
Lui lascia andare il capezzolo. Nessuna. Mai.
Neanche Janice?
Oh no. Non ci è mai venuto in mente.
Harry. Non mi stai schernendo?
Che cara, con quel «schernendo» cosí vecchio stile. Proprio un termine da professoressa delle medie. No, ti assicuro, pensavo che solo i finocchi… tu e Ronnie…
Sempre. Be’, molto spesso. A lui piace moltissimo.
E a te?
Ha un suo charme.
Non fa male? Cioè, lui è grosso.
Da principio. Bisogna usare la vaselina. Vado a prenderla.
Thelma, aspetta. Sarò all’altezza?
Lei risponde con una risata di una sillaba: Lo sei –. Scivola in bagno e mentre non c’è lui rimane enorme. Torna e lo unge con grande cura, con un tocco esperto e gelido. Harry rabbrividisce. Thelma si sdraia accanto a lui di fianco, dandogli la schiena, si raggomitola come se dovesse farsi sparare da un cannone e lo afferra per guidarlo. Piano.
Sembra che non entri, ma improvvisamente entra. Gli arriva fino al naso l’odore medicinale della vaselina spiaccicata. Alla base la morsa è stretta ma piú oltre, dove la figa è tutta una vellutata adesione, tutta una carezza, non prova alcuna sensazione: un vuoto, una mera scatola nera, uno scrigno di perfetta nullità. Lui è in quel vuoto, oltre lo stretto cerchio muscolare. Chiede: Posso venire?
Ti prego, fallo –. La sua voce è debole, rotta. La spina dorsale e le scapole sono tese.
Bastano pochi colpi, mentre con una mano le strofina la testa e con l’altra le afferra saldamente il fianco. Dove andrà a finire il suo spruzzo? In nessun posto, si mischierà con la merda. Con la dolce merda della dolce Thelma. Giacciono silenziosi e uniti finché il cazzo rimpicciolendo scivola fuori. Okay, dice Harry. Grazie. Non lo dimenticherò.
Promesso?
Mi metti in imbarazzo. Per te non è stato piacevole.
Mi fa sentire piena di te. Mi fa sentire scopata nel culo. Da Harry Angstrom il bello.
Thelma, ammette, non posso credere di piacerti tanto. Cos’ho fatto per meritarlo?
Esisti, tutto lí. Spandi luce intorno a te. Non hai mai notato che al club o alle feste sono sempre al tuo fianco?
Be’, no, in realtà. Non è che ci siano molti fianchi. Noi frequentiamo te e Ronnie…
Janice e Cindy l’hanno notato. Sapevano che eri tu quello che volevo.
Be’, senti, non per… per spremere la cosa, ma cos’è che ti eccita in me?
Oh, tesoro. Tutto. Come sei alto e il tuo modo di muoverti, come se fossi ancora un venticinquenne pelle e ossa. Il tuo modo di sederti solo dopo esserti assicurato che ci sia una via d’uscita. Quel tuo piccolo sorriso provvisorio, come un bambinetto a una festa che ha paura di essere picchiato dai piú grandi. Il tuo bel carattere. Tu credi nella gente… pendi dalle labbra di Webb mentre nessun altro gli dà retta, e sei cosí orgoglioso di Janice, è patetico. Lei non sa fare niente. Perfino col tennis, Doris Kaufmann ci diceva che in realtà…
Be’, mi fa piacere vedere che qualcosa la diverte, ha avuto una vita cosí monotona.
Vedi? Sei terribilmente generoso. Sei talmente grato di essere in un posto qualunque che persino quel club di terz’ordine e quella ripugnante casa di Cindy ti sembrano il paradiso. È fantastico. Sei cosí felice di essere vivo.
Insomma, considerando l’alternativa…
Mi fa impazzire. Ti amo talmente per questo. E le tue mani. Ho sempre amato le tue mani –. Seduta sul bordo del letto, gli prende la mano sinistra, che giace pigra, e bacia la grossa luna bianca di ogni unghia. E adesso il tuo cazzo col suo cappuccetto. Oh Harry, non mi importa se questo viaggio dovesse uccidermi, stanotte ne vale la pena.
Quel vuoto, dentro di lei. Non riesce a togliersi dalla mente quello che ha scoperto, quella nullità che il suo occhietto solitario ha esplorato. Nell’ombra, mentre un umido chiarore di luna azzurra e il fruscio delle palme filtrano attraverso le persiane, lui si confida con lei come se pregasse, le parla di sé stesso come non ha mai fatto con nessuno: di Nelson, del risentimento che lui prova per il ragazzo e del risentimento che il figlio prova per lui, di sua figlia, la figlia che crede di avere, adulta e ignara di lui. Osa confidare a Thelma, che si è fatta inculare per amore, il miracolo che è per lui essere sé stesso, sé stesso e non un altro, e l’antica sensazione, sempre piú flebile ora che le energie si riducono, che ci sia un qualcosa che aspetta di essere scoperto proprio da lui, di trovarsi su questa terra per uno scopo preciso.
Che pensiero meraviglioso, gli dice Thelma, ti rende…, non trova subito la parola, … radioso. E triste –. Gli dà qualche consiglio. Pensa che lui dovrebbe cercare Ruth e chiederle di punto in bianco se la ragazza è sua figlia, e in questo caso se può essere in qualche modo d’aiuto. Riguardo a Nelson, pensa che i problemi del ragazzo possano essere un’estensione di quelli di Harry; se lui per primo non si sentisse colpevole della morte di Jill e anche di quella di Rebecca, si sentirebbe meno minacciato da Nelson e potrebbe comportarsi in modo piú amichevole e rilassato con lui. Ricordati che è solo un giovane uomo com’eri tu una volta, in cerca della sua strada.
Ma non è come me!, protesta Harry, finalmente in presenza di qualcuno che capirà fino in fondo tutto l’orrore di questa verità, di questo degrado: È un maledetto Springer da capo a piedi.
Secondo Thelma assomiglia a Harry piú di quanto lui creda. Volare col deltaplano, non è una cosa in cui lui si riconosce? E quella faccenda con due ragazze in contemporanea. Non è mica, per caso, un po’ geloso di Nelson?
Ma non ho mai provato l’impulso di scopare Melanie, confessa, e neanche Pru, non molto. Sono tutte e due fuori dal mondo, in un certo senso.
Logico, dice Thelma: Non devi volerle scopare. Sono tue figlie. E Cindy lo stesso. Dovresti desiderare di scopare me. Io appartengo alla tua generazione, Harry. Io ti vedo. Per quelle ragazze sei solo un vacuo mucchio d’anni e di denaro.
E mentre chiacchierando scivolano lontani dalle costellazioni della sua vita, lei descrive il suo matrimonio con Ronnie, le insicurezze e le preoccupazioni che lui nasconde dietro i modi smargiassi che dànno tanta noia a Harry, come lei ben sa. Non è mai stato una star come te, non ha avuto neanche un attimo di gloria –. Quando l’ha incontrato era già piú vicina ai trenta che ai venti, e cominciava a chiedersi se sarebbe finita come una vecchia professoressa zitella. Non essendo piú di primo pelo, e avendo già una certa esperienza di uomini e un suo dono naturale per lasciarsi andare, era rimasta piacevolmente stupita dall’inventiva di Ronnie. Il mattino dopo la prima notte di nozze lui aveva spruzzato dentro il piatto con le uova strapazzate, e si erano mangiati sperma fritto insieme a tutto il resto. Se si riesce a tollerare tutto questo lato di Ronnie, bisogna dire che è estremamente leale, docile addirittura. Le altre donne non gli interessano minimamente, Thelma lo sa con certezza, ed è un’insolita certezza, data la natura degli uomini. È un padre perfetto. Quando era ancora ai gradini piú bassi lí alle assicurazioni Schuylkill, aveva perso dieci chili stando sveglio la notte a preoccuparsi. Solo in questi ultimi anni li ha recuperati. Aveva preso la diagnosi del lupus persino peggio di lei, in un certo senso. Per una donna che ha oltrepassato la quarantina, e che ha dei figli… se arrivassero i nazisti o qualcosa del genere e volessero prendere me o il piccolo Georgie, dico lui perché è quello piú indifeso, per me non sarebbe certo una scelta difficile. Per Ronnie invece credo che lo sarebbe. Perdermi. Pensa che io faccia per lui cose che non tutte farebbero. Secondo me ha torto, comunque –. Ammette che il suo cazzo le piace. Ma Harry, essendo un uomo, forse non sa che quelli grossi cosí non cambiano granché dimensioni quando sono duri, cambia solo l’angolazione. Non si trasformano da un bebè col cappuccetto in un ardito soldataccio come questo. Giocherellando pigramente mentre parlava lei lo ha rimesso in forma, mentre la notte là fuori si è acquietata, l’ultimo urlo di ubriaco, l’ultimo scampolo di musica si sono spenti molto tempo fa, niente si muove tranne l’incessante sospiro del mare e la nota stridula di certi rumorosissimi grilli locali. Si offre cavallerescamente di scoparla attraverso il sangue, e lei rifiuta con un terrore quasi virginale, tanto che lui si chiede se il flusso non sia una scusa per rifiutargli una parte di sé stessa, e tenerla separata dall’impudicizia e dall’amore, pura per il matrimonio. Gli ha spiegato: Quando mi sono accorta di essere innamorata di te ero letteralmente furiosa, era una cosa talmente fine a sé stessa. Poi ho capito che evidentemente fra me e Ronnie mancava qualcosa, forse in tutte le vite manca qualcosa, e ho cercato di accettare la cosa, di godermela perfino, mi bastava guardarti, mio piccolo cilicio –. Non l’ha ancora baciata sulla bocca, ma intuendo che si ritrae dalla scopata perché si sente in colpa lo fa adesso. Ha le labbra fresche e asciutte, tutto considerato. Dato che vuole escluderlo dalla figa, la masturba standole seduto in faccia, molto contento di essersi lavato proprio lí. La lingua di Thelma lo sonda e con le dita fredde come se fossero ancora unte di vaselina guida la sua mano che trova e poi perde e poi trova ancora il piccolo nucleo incappucciato che è lei. Viene con un grido soffocato, inarca la schiena e l’oscurità al centro della figura pallida e liscia e sconosciuta si solleva famelica sotto i suoi occhi, una nuvola con la bocca, un pesce che balza in superficie. Thelma riprende fiato e gli rende il favore e insieme guardano il liquido bianco alzarsi e crollare formando striscioline collose sulla mano di lei. Si sfrega il viso di sperma lucente. La quiete esterna comincia a illuminarsi, ogni singola foglia si staglia nell’aria cedevole. Ubriaco di stanchezza e di sincerità, Harry la supplica di farsi fare da lui qualcosa che Ronnie non le ha mai fatto. Lei lo porta nella vasca da bagno e si fa orinare addosso. È calda!, esclama, e la sua pelle giallastra si copre dei rivoletti che uomini e ragazzi disegnano talvolta nella neve. Lo rifanno al contrario. Thelma si mette goffamente a cavalcioni, e ride della propria impotenza mentre cerca il punto giusto nel labirinto delle sue intimità femminili. Il cespuglio che lo sovrasta mentre aspetta sporge quasi maschile, ma quando arriva il fiotto, è tutto di sghembo; le donne non possono prendere la mira, evidentemente. Gli sembra che lei abbia esagerato, trovandola cosí calda; sembra piuttosto tè o caffè rimasti troppo a lungo nella tazzina, e bevuti poi in due sorsi affrettati, poco piú che tiepidi. Dopo aver cercato di eliminare l’odore di ammoniaca con una doccia insieme, Thelma e Harry si addormentano fra le strisce di un’alba che ormai si riversa attraverso le persiane come se avessero davanti a loro non qualche ora rubata ma un’intera vita matrimoniale sacra e benedetta fino alla morte.
Qualcuno bussa selvaggiamente alla porta. Thelma. Harry. Siamo noi –. Thelma si infila una vestaglia e va ad aprire mentre Harry si nasconde sotto le lenzuola e sbircia. Webb e Ronnie compaiono circondati da una nuova, incandescente giornata. Webb splende in una Lacoste color mosto e braghe da golf a quadri azzurro polvere. Ronnie ha ancora i vestiti di ieri sera e deve entrare a cambiarsi. Thelma chiude la porta e si nasconde in bagno mentre Harry si rimette i vestiti sgualciti senza curarsi di farsi il nodo della cravatta. Gli sembra di puzzare ancora di orina. Corre al suo bungalow per cambiarsi. Ragazze nere che canticchiano seguite da un codazzo di uccellini gialli trasportano colazioni lungo i sentieri di cemento verde. Janice è in bagno, l’acqua scorre nella vasca.
Le grida: Tutto bene?
Lei risponde: Tanto quanto te, e non emerge.
Uscendo, Harry butta giú un croissant e qualche sorso di caffè bollente. I fiori arancioni e magenta nei cespugli di fronte al bungalow gli fanno male agli occhi. Webb e Ronnie lo aspettano al punto di incrocio dei sentieri. Mentre trascinano la loro partita, i tre uomini si scambiano molte battute scherzose ma poche occhiate. Tornano dal campo verso l’una, e Harry trova Janice seduta accanto alla piscina, con lo stesso vestito di gabardine color porpora che aveva in aereo. Harry. Ha telefonato mia madre. Dobbiamo tornare subito.
Stai scherzando. Perché? È intronatissimo, e aveva previsto un lungo sonnellino pomeridiano, in modo da essere in forma per la serata. Il prepuzio era un po’ provato da tanta attività notturna e a ogni swing bruciava un po’, e pensando a Cindy si era augurato che non avesse una vagina troppo stretta. Il suo gioco, un filo tessuto attraverso i vividi ricordi dei segreti di Thelma e la solleticante certezza che anche i suoi efficientissimi compagni erano silenziosamente carichi di immagini simili, era stato misteriosamente buono, lo swing era parso finalmente libero da impurità, finché alla quindicesima buca la fatica lo aveva stremato e tre palle colpite male erano finite lungo lo stesso solco fino al territorio senza ritorno dei cactus, del corallo e della boscaglia. Cos’è successo? Il bambino?
No, risponde Janice, e dal suo pianto facile e disinvolto capisce che non ha fatto altro tutta la mattina, seduta qui al sole. È Nelson. È scappato.
Davvero? Sarà meglio che mi sieda –. Al cameriere nero che li raggiunge al tavolino riparato da un ombrellone dice: Un piña colada, Jeff. Due, anzi. Eh, Janice? Lei annuisce confusamente, anche se ha già un bicchiere vuoto davanti. Harry dà un’occhiata agli amici. Jeff, forse è meglio se ne porti sei –. Ormai è di casa, qua. Gli altri seduti intorno alla piscina sono pallidi, appena sbarcati dall’aereo.
Cindy è uscita adesso dalla piscina, le spalle nero azzurre, il bikini bagnato aderentissimo. Tira lo slippino per coprire un margine pallido di carne sopra e sotto. Diventa ogni giorno piú grassa. Meglio sbrigarsi, pensa fra sé. Ma è troppo tardi. Quando si volta, asciugandosi la schiena con una contorsione che le fa quasi schizzare una tetta dal triangolo del bikini, ha un’espressione solenne. Lei e Thelma hanno già sentito la storia di Janice. Thelma ha addosso quella palandrana lunga fino a piedi, rosa come il suo naso, che ha comprato qui insieme al cappello di paglia. Gli enormi occhiali da sole che si è portata da casa, con la parte superiore piú scura, la rendono priva di espressione. Harry si siede accanto a lei. Le loro ginocchia per caso si toccano; lei lo tira via immediatamente.
Janice sta parlando fra le lacrime. Sabato sera ha litigato con Pru, lui voleva andare a una festa a casa di quel tizio, Slim, e Pru ha detto che ormai è troppo avanti con la gravidanza e comunque non se la sentiva di rivedere quelle scale, cosí lui è andato per conto suo –. Inghiotte. E non è tornato –. Ha la voce riarsa, a furia di inghiottire lacrime salate. Webb e Ronnie avvicinano le loro sedie al tavolino ombreggiato facendole stridere in un modo che disturba Harry. Quando Jeff porta le bibite Janice interrompe il suo terribile racconto e Ronnie tratta il menu per la colazione. Ha anche lui gli occhiali da sole. Webb no, si fida delle sue sopracciglia cespugliose e delle grinzoline attorno ai suoi occhi duri, che guardano Janice con l’espressione incoraggiante di un anziano padre di merda.
Lei ha le guance viscide di angoscia ed è tanto brutta che Harry deve amarla per forza. Te l’ho sempre detto che quel ragazzo è un cretino, le dice. Si sente vendicato. E sollevato, anche.
Non è tornato, grida quasi Janice, guardando soltanto lui, e non Webb, con quell’espressione sperduta, imbrattata e recalcitrante che lui ricorda bene dai vecchi tempi, prima che diventasse presuntuosa. Ma la mamma non voleva s-seccarci durante la nostra vacanza e P-Pru pensava che Nelson volesse solo farsi sbollire la rabbia, e fingeva di non essere preoccupata. Ma domenica la mamma ha telefonato a Slim e Nelson non si era neanche fatto vedere alla festa!
Ha preso una macchina? chiede Harry.
La tua Corona.
Oh madonna.
Per me solo uova strapazzate, dice Ronnie a una cameriera. Morbide. Capito? Non troppo cotte.
Questa volta Coniglio cerca deliberatamente di toccare il ginocchio di Thelma col suo, ma sotto il tavolo non c’è ginocchio che lo aspetti. Come Janice, è diventata anche lei una scarica di disturbo. La cameriera è vicina a lui e Harry si chiede se osare un altro sandwich di granchio o andare sul sicuro con pancetta, lattuga e pomodoro. Il viso di Janice, che il movimento del sole sta per far uscire dall’ombra, si allarga attorno agli occhi e alla bocca come se stesse per urlare. Harry non puoi mangiare, devi vestirti per partire! Ho già messo in valigia tutta la tua roba tranne il vestito grigio. La donna al banco del ricevimento è stata un’ora al telefono cercandoci un volo per Filadelfia ma in questo periodo dell’anno è impossibile. Non c’è niente neanche per New York. Ci ha trovato due posti su un volo per San Juan e ha prenotato una stanza all’hotel dell’aeroporto, in modo che possiamo prendere il primo volo per Atlanta la mattina dopo, e da lí andremo a Filadelfia.
Perché non usiamo la nostra prenotazione di giovedí? Cosa vuoi che cambi un giorno in piú o in meno?
Le ho annullate. Harry, tu non hai parlato con mia madre. Era stravolta, non l’ho mai sentita cosí, sai che lei non perde mai la testa. L’ho richiamata per dirle che arriviamo mercoledí e lei mi ha detto che non crede di farcela a guidare nel traffico di Filadelfia per venirci a prendere, è scoppiata in lacrime dicendo che è troppo vecchia.
Annullate –. L’idea gli penetra in testa. Vuoi dire che non possiamo restare qui stasera per colpa di Nelson?
Finisci la tua storia, Jan, la incita Webb. È Jan, adesso? All’improvviso Harry scopre di odiare tutti questi che hanno l’aria di sapere; vorrebbero tenerci all’oscuro del fatto che non c’è niente da sapere. Siamo tutti pieni di un nero assoluto e perfetto.
Janice inghiotte di nuovo e tira su col naso, calmata dalla voce di Webb. Non c’è niente da finire. Non è tornato né domenica né lunedí e nessuno dei suoi amici di Brewer l’ha visto e alla fine mamma non ce l’ha piú fatta e stamattina ha telefonato, anche se Pru continuava a dirle che è suo marito e la responsabilità è sua.
Povera piccola. Come dicevi tu, credeva di poter fare miracoli. Non voglio andar via prima di stasera.
E allora rimani, dice Janice. Io vado.
Harry guarda Webb in cerca di aiuto e invece ottiene solo un’inutile smorfia tipo «cazzi tuoi». Guarda Cindy, ma lei fissa il suo piña colada, le ciglia molto a fuoco. Continuo a non capire tutta questa fretta. Non è mica morto qualcuno.
Non ancora, dice Janice. Ti ci vorrebbe questo?
Dentro al suo petto c’è una corda che stringe e fa un nodo. Che grandissimo figlio di puttana, dice, e si alza, andando a sbattere contro le frange dell’ombrellone. Quando sarebbe questo aereo per San Juan?
Janice tira ancora su, colpevolmente, questa volta. Non prima delle tre.
Okay –. Sospira. In un certo senso è un sollievo. Vado a cambiarmi e prendo le valigie. Qualcuno mi ordina per lo meno un hamburger, per favore? Cindy. Thel. Ci vediamo –. Le due signore si lasciano baciare. Thelma sulle labbra, contegnosa, Cindy su una guancia di mela, tostata dal sole.
Per tutte le ventiquattro ore del viaggio verso casa Janice continua a piangere. La corsa in taxi lungo gli antichi zuccherifici, attraverso i greggi di capre e le nere città sparpagliate e l’aria che li saluta mandando bacetti; quarantacinque minuti di volo verso Puerto Rico in un ballonzolante bimotore a elica, sopra un’acqua verde tenero che nasconde sotto una patina di spruzzi scogli affioranti e banchi di squali; la sosta a San Juan dove davvero sono tutti portoricani; una lunga e stordita notte di sonno poroso in un albergo molto simile al motel sulla Statale 422 dove tanto tempo fa ha dormito la signora Lubell; e al mattino un jet per Atlanta e poi per Filadelfia: durante tutto ciò Janice sta accanto a lui con le guance lucenti e gli occhi fissi davanti a sé, le ciglia picchiettate di rugiada. È come se tutto il dolore che lo aveva attraversato durante il matrimonio di Nelson sia finalmente arrivato nella zona di Janice, lasciando lui calmo, deserto, freddo come il vuoto sospeso sotto il volo tremante dell’aereo, un frutto enorme. Le chiede: È solo per Nelson?
Lei scuote la testa con tanta violenza che la frangetta sobbalza. È tutto, sbotta, cosí forte che lui ha paura che le teste appena visibili nei sedili davanti si voltino.
Gli scambi? insiste dolcemente.
Lei annuisce, con minor violenza, stringendosi il labbro inferiore in una specie di bocca da tartaruga tipica di sua madre.
Com’era Webb?
Carino. È sempre stato carino con me. Rispettava papà –. Questo dà nuovamente la stura alle lacrime. Fa un respiro profondo per dominarsi. Mi dispiaceva talmente per te, ti è toccata Thelma quando volevi tanto Cindy –. E con questo le lacrime sgorgano irrefrenabili.
Le carezza le mani, chiuse in un pugnetto molle attorno a un kleenex fradicio. Senti, sono sicuro che Nelson sta benissimo, ovunque sia.
Lui…, sembra quasi soffocare, una hostess di passaggio le lancia un’occhiata, è molto imbarazzante, … si odia, Harry.
Lui si chiede se possa essere vero. Soffoca una risatina. Be’, mi ha fregato mica male. Ieri era la notte dei miei sogni.
Janice tira su e si strofina prima una e poi l’altra narice col kleenex: Webb dice che non è niente di straordinario. Ha parlato moltissimo delle due prime mogli.
Sotto di loro, attraverso l’ovale di plexiglas sgraffiato, c’è il Sud, campi irregolari e boschi secchi, marroni, piú boschi di quanto ci si aspetterebbe. Un tempo aveva sognato di andare a sud, di far riposare il suo cuore tormentato fra tanto cotone, e adesso eccolo sotto di lui, come il declivio pezzato di un’unica immensa collina salgono poco per volta campi e boschi e città nell’ansa o alla foce dei fiumi, strade che mangiano il verde, disgraziata America orbata, che piange i suoi ostaggi. Volano troppo alti per poter distinguere i campi da golf. Quaggiú giocano tutto l’anno, con uno swing facile. I giganteschi motori che cavalca gemono. Si addormenta. L’ultima cosa che vede è Janice con lo sguardo fisso davanti a sé, sveglia, il gonfiore delle lacrime che preme contro il gonfiore della cornea. Sogna Pru, che scoppia mentre lui cerca di manipolarle gli arti, c’è troppa acqua, Harry si lascia prendere dal panico. Cambia posizione e si sveglia. Stanno scendendo. Ripensa alla sua notte con Thelma, e gli pare che abbia la stessa consistenza del sogno. Solo Janice è reale, le pieghe vagamente catastrofiche del vestito di gabardine e la melmosa linea della mascella, la testa reclinata come se avesse l’osso del collo rotto. Si è addormentata, con la stessa rivista che aveva letto all’andata aperta sulle ginocchia. Stanno scendendo sul Maryland e sul Delaware, dove corrono i cavalli e dominano i Dupont. Ricche signore con seni da uccellino e stivaloni neri tornano dalla caccia. Passano accanto al maggiordomo e attraversano immense anticamere colpendo col frustino dei tavolini di marmo. Donne che lui non scoperà, mai. È salito piú in alto che poteva, la possibilità di avere quelle donne sta allontanandosi, cade mentre lui scende, insieme a tante altre possibilità. La terra arida non è spolverata di neve, non ce n’è sui tetti e sui campi e sulle strade dove le macchine avanzano lente come giocattolini a molla su rotaie invisibili. Eppure stando dentro quelle macchine si ha l’impressione di correre, e di essere liberi. Il fiume è un lenzuolo d’acciaio lampeggiante, l’aereo si inclina paurosamente, forse i beccucci dell’ossigeno che sibilano sopra la sua testa sono l’ultima cosa che sentirà, Janice è sveglia e sta seduta rigida. Perdono. La massa di Fort Mifflin si profila proprio sotto le ruote, la velocità dell’aereo è titanica. Dio, ti prego. Janice sta sussurrandogli qualcosa all’orecchio ma il tonfo delle ruote lo copre. Sono a terra, e rullano sulla pista. Harry stringe la mano umida di Janice, che non si era accorto di tenere fra le sue. Cosa mi dicevi? le chiede.
Che ti amo.
Davvero? Idem per me. È stato un viaggio divertente. Sono molto soddisfatto.
Durante la lunga rotolata fino al cancello di arrivo, gli chiede timida: Thelma è meglio di me?
Harry è troppo felice di essere a terra per mentire: In un certo senso. E Webb?
Lei annuisce ripetutamente, come per spremersi l’ultima lacrima dagli occhi.
Risponde lui: Quel bastardo è stato grande.
Lei gli appoggia la testa alla spalla. Perché credi che io abbia pianto tanto?
Scioccato, ammette: Per Nelson, pensavo.
Janice tira ancora una volta su col naso, cosí forte che un uomo già in piedi, intento a sistemarsi un berretto di pelo alla russa sul cranio abbronzato, li guarda di sfuggita. Lei concede: Soprattutto, infatti, e si stringono ancora una volta le mani, come due cospiratori.
In fondo a chilometri di corridoi aeroportuali c’è mamma Springer, isolata dal resto della gente in attesa. Nell’architettura futuristica di questo terminal ha l’aria curva e striminzita, col suo cappotto meno elegante, non il visone, uno di panno nero guarnito di volpi argentate e un cappellino rosso con la veletta che a Brewer può andare ma qui ha l’aria decisamente antiquata, tra cowboy e ragazzini esili di sesso indeterminato coi capelli corti alla punk tinti a ciocche di colori pastello e pollastrelle nere con chiome crespe che sembrano una versione tridimensionale delle orecchie di Topolino. Abbracciandola, Coniglio sente com’è diventata piccola questa anziana signora, terrore della sua gioventú. L’antico aspetto di chi è imbottito dell’orgoglio dei Koerner e di potenziale indignazione si è dileguato, lasciandole una pelle grinzosa ed esangue. Profonde borse fegatose le sottolineano gli occhi, e la gola a bargigli sembra un atroce relitto di carne.
Comincia subito a parlare, facendo un passo indietro per dare alla propria voce maggior risonanza: La bambina è nata stanotte. Pesa quasi quattro chili. Non ho chiuso occhio, dopo aver accompagnato Pru all’ospedale e aver aspettato la telefonata del dottore –. La voce trema, piena com’è di rimprovero. La musichetta trasmessa dagli altoparlanti, una canzone pizzicata su innumerevoli violini, accompagna questo annuncio con un ritmo talmente trionfale che Harry e Janice devono reprimere un sorriso, non osano neanche farsi avanti tra gomitate e pestoni, la vecchia signora ha un’aria talmente infantile, tutta presa dal messaggio che intende comunicare. E poi l’autostrada, i camion continuavano a suonare quei loro spaventosi clacson da nebbia. Come se io potessi spostarmi chissà dove; non potevo mica guidare la Chrysler fuori dalla strada. E dopo Conshohocken, sulla superstrada, non so come ho fatto a uscirne viva. Non ho mai visto tanto traffico, pensavo che verso mezzogiorno si sarebbe un po’ placato, e poi sapete come sono le segnalazioni, per niente chiare, anche ad avere la vista buona. Per tutta la strada lungo il fiume ho sempre pregato Fred e sono assolutamente certa che è stato lui a farmi arrivare fin qui, non ce l’avrei mai fatta, da sola.
E, queste parole implicano chiaramente, non si metterà mai piú in un’impresa del genere; Janice e Harry le sono venuti incontro al terminal dell’ultimo grande sforzo della sua vita. D’ora in avanti, è nelle loro mani.
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Capitolo 5.
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Però mamma Springer non era stata travolta dagli eventi al punto da non avere il buon senso di telefonare a Charlie Stavros per farlo tornare alla concessionaria. Sua madre aveva avuto un peggioramento in dicembre, ormai ha tutto il lato sinistro insensibile, e ha paura di camminare anche col bastone, e come Charlie aveva predetto, sua cugina Gloria è tornata a Norristown dal marito, anche se lui non dà un anno a questa riconciliazione; perciò è incastrato qui senza scampo. Questa volta è Harry che torna abbronzato. Stringe la mano di Charlie con entrambe le sue, è talmente felice di riaverlo alla Springer Motors. Comunque non ha un’aria molto pimpante. Quei viaggi in Florida gli hanno dato solo una verniciatura, per cosí dire. È pallido. Sembra che a bucargli la pelle uscirebbe sangue grigio. Sta tutto ingobbito a proteggersi il torace come uno che abbia sempre fumato tre pacchetti al giorno, mentre, in realtà, come molti mediterranei, non ha mai avuto quelle abitudini autodistruttive tipiche degli europei del Nord e degli afroamericani. Harry non gli avrebbe stretto la mano con tanto calore una settimana fa, ma dopo aver inculato Thelma si sente piú libero, di nuovo pieno di amore per il mondo.
Vecchio mastoras. Hai un ottimo aspetto, gli mente con esuberanza.
Sono stato anche meglio, gli dice Charlie, grazie a Dio finora non abbiamo avuto un vero e proprio inverno –. Attraverso la vetrina, Harry vede un paesaggio senza neve e senza foglie, con la polvere di tutte le stagioni che volteggia e galleggia, mischiata alle cartacce che arrivano col vento dal Chuck Wagon. C’è uno striscione nuovo: L’ÈRA DELLA COROLLA. Toyota = Economia Totale. Charlie prosegue: È molto deprimente, vedere Manna Muo che scende la china. Si alza dal letto solo per andare in bagno e continua a dirmi che dovrei sposarmi.
Forse è un buon consiglio.
Be’, ho fatto un passo in questo senso con Gloria, e dev’essere quello che l’ha spaventata e rispedita dal marito. Quel tizio, che merda. Gloria tornerà.
Ma non è tua cugina?
Tanto meglio. È un tipo piccantino. Sui quarantaquattro, e un po’ forte di posteriore, non ha certo classe abbastanza per te, campione. Ma carina. Dovresti vederla ballare. Erano secoli che non andavo piú alle serate dell’Associazione Ellenica, mi ci ha portato lei. Mi piaceva da matti guardarla mentre si ricopriva di sudore.
Dici che tornerà.
Già, ma non per me. Ho perso quel treno, aggiunge. Ho perso un sacco di treni.
Come tutti.
Charlie fa ruotare lo stuzzicadenti che ha in bocca. Harry non vuole guardarlo troppo da vicino, è diventato uno di quei vecchi eccentrici di Brewer, quelli che giocano dieci dollari alle lotterie dei tabacchini e poi restano a ciondolare attorno alla rastrelliera dei giornali sperando di fare quattro chiacchiere. Tu qualcuno l’hai preso, gli dice di botto.
No, Charlie, senti qua. Sono pieno di guai. Un figlio scomparso e una casa nuova senza neanche un mobile –. Eppure queste realtà, con le loro caratteristiche di vuotezza e possibilità, lo eccitano e non gli dispiacciono.
Il ragazzo si farà vivo, dice Charlie, sta solo sbollendo da qualche parte.
È quello che dice Pru. Non ho mai visto nessuno cosí calmo, tutto sommato. Ieri sera arrivando dai Caraibi siamo andati all’ospedale e Cristo se è contenta per quella bambina. Si direbbe che sia la prima donna al mondo che ne abbia tirata fuori una. Immagino che avesse paura che non nascesse normale, dopo quella caduta che si è fatta.
Piú probabile che fosse preoccupata per sé. Quel tipo di ragazze, molto tartassate dalla vita, fanno un figlio per provare a sé stesse di essere umane. Come pensano di chiamarla?
Lei non vuole chiamarla come sua madre, vorrebbe chiamarla come mamma Springer, Rebecca. Ma vuole prima sentire il parere di Nelson, visto che era il nome, sai, di sua sorella. La piccolina che è morta.
Già, Charlie capisce. Un nome che porta sfortuna. Il rumore di Mildred Kroust che batte a macchina è un ponte sul loro silenzio. In officina uno dei ragazzi di Manny sta battendo su un pezzo di metallo poco disposto a collaborare. Charlie chiede: Cosa avete intenzione di fare con la casa?
Andare a starci, dice Janice. Mi ha stupito, sentirla parlare cosí con sua madre. Stavamo ancora tornando dall’aeroporto. Le ha detto che se voleva venire a stare da noi era la benvenuta, ma non vedeva perché non potesse avere una casa sua come tante altre donne della sua età; e poi siccome Pru e la bambina dovranno per forza restare lí, lei non vuole che debba sentirsi allo stretto in casa sua. Bessie, intendo dire.
Ah. Era ora che Janice imparasse a reggersi da sola. Mi chiedo con chi abbia parlato.
Webb Murkett, viene subito in mente a Harry, durante una notte tropicale d’amore; ma le cose fra lui e Charlie vanno sempre molto meglio se non approfondiscono troppo l’argomento Janice. Dice: Il problema con la casa è che non abbiamo un mobile che sia uno. E costa tutto un maledetto capitale. Un materasso, una struttura e una rete d’acciaio fanno già seicento dollari; se vuoi anche una testiera, sono altri seicento. E i tappeti! Tre o quattrocento per uno piccolo, orientale, e vengono tutti dall’Iran o dall’Afghanistan. Il commesso mi diceva che sono un investimento migliore dell’oro.
L’oro sta andando benissimo, dice Charlie.
Meglio di noi, eh? Hai dato un’occhiata ai libri?
Ne ho visti di migliori, ammette Charlie, ma non è niente che non possa essere curato da un altro po’ di inflazione. Martedí, il primo giorno che sono tornato a lavorare, è venuta una giovane coppia, e si sono comprati quella Spider Corvette che aveva preso Nelson. Hanno detto che volevano una spider e avevano pensato che nel cuore dell’inverno sarebbe stato il momento migliore per comprarla. Non hanno dato nessuna macchina in cambio, niente rate, hanno pagato con un bell’assegno di conto corrente. Dove li prenderanno, i soldi? Nessuno dei due aveva piú di venticinque anni. E il giorno dopo, ieri, è arrivato un ragazzino con un furgone Gmc e mi ha chiesto se era vero che avevamo un gatto delle nevi da vendere. C’è voluto un po’ a trovarlo sul retro, ma appena l’ha visto gli si sono talmente illuminati gli occhi che gliene ho chiesti mille e due e alla fine ci siamo accordati su novecentosettantacinque. Gli ho detto: ma qua neve non ce n’è, e lui, non c’entra, sta per trasferirsi nel Vermont ad aspettare l’olocausto nucleare. Dice che la faccenda di Three Mile Island gli ha proprio fatto perdere la testa. Hai mai notato che Carter non riesce a dire nuclear? Dice sempre nookier.
Hai davvero fatto fuori il gatto delle nevi? Non posso crederci.
A nessuno importa piú di fare economia, sul serio. I boss del petrolio hanno fregato il capitalismo. Quello che in Russia hanno fatto gli zar, qui da noi lo fanno i boss del petrolio.
Oggi Harry non ha tempo di parlare di economia. Si scusa: Charlie, in teoria sono ancora in vacanza fino alla fine della settimana, e ho appuntamento con Janice in centro, dobbiamo fare un milione di commissioni per questa sua maledetta casa.
Charlie annuisce. Sparisci. Anche io ho da sistemare un bel po’ di cosette. Non si potrebbe certo accusare Nelson di essere un pignolo fanatico –. Mentre Harry è già in corridoio per prendersi cappotto e cappello, gli grida dietro: Saluti alla nonna!
Harry ci mette un po’ a capire che si riferisce a Janice.
Entra nel suo ufficio, dove campeggia il nuovo calendario 1980 della Toyota, con foto del Fujiyama. Si ripromette mentalmente, e non per la prima volta, di fare qualcosa per quei vecchi ritagli appesi alla parete divisoria, sono troppo ingialliti, ha sentito dire che c’è un sistema per fotografare vecchie mezzetinte in modo da farle tornare bianche come nuove, e si possono ingrandire in qualunque formato. Tanto vale ingrandirle, è un investimento per la ditta. Prende dall’attaccapanni di quercia del vecchio Springer il giaccone di montone che gli ha regalato Janice per Natale e il piccolo cappello scamosciato che lo accompagna. Alla sua età bisogna portare il cappello. Ha fatto tutto l’inverno scorso senza nemmeno un raffreddore proprio perché aveva cominciato a portare il cappello. Anche la vitamina C aiuta. Poi ci vorrà il Geritol. Spera di non essere stato brusco con Charlie ma oggi lo trovava un po’ deprimente, è lí con un piede nella fossa, e sta diventando un po’ strambo. I boss del petrolio non sanno piú dei pesci piccoli che cosa stia succedendo. Ma forse Harry in questo momento si trova a una tale altezza che tutti gli sembrano piccoli e a malpartito. È decollato; vola alto, diretto verso un’isola della sua vita. Prende un pacchetto di Life Savers al garofano nel primo cassetto a sinistra della sua scrivania, per profumarsi il fiato casomai dovessero baciarlo, ed esce dal retro. Sta attento con la porta dell’officina. Guai a macchiare di grasso il montone, non si pulisce piú.
Dato che Nelson gli ha fregato la Corona si è assegnato una Celica Supra color uva, la «Toyota al top» con cruscotto imbottito, contagiri elettrico, stereo AM/FM/MPX a quattro altoparlanti, orologio digitale al quarzo, overdrive, sospensioni computerizzate, freni a disco su tutte e quattro le ruote, e fari ad ampio raggio alogeni al quarzo. Ama questa morbida macchina. Con tutte le sue solidissime qualità, la Corona era un calabrone indigesto, mentre questa poiana azzurra ha un gran carisma. Ieri pomeriggio mentre la portava a casa, i neri di Weiser Street facevano tanto d’occhi. Dopo aver accompagnato mamma Springer in Joseph Street con la Chrysler (che in realtà era sembrata un po’ dura da guidare anche a Harry, dopo una settimana che si faceva scarrozzare in taxi sul lato sbagliato della strada) lui e Janice l’avevano messa a letto ed erano venuti in città con la Mustang perché Janice, tutta euforica per aver tenuto duro sulla faccenda della casa, voleva andare al Mobilificio Schaechner e guardare letti e orride poltrone e tavolini da salotto come quello dei Murkett ma non cosí belli perché il legno non era a scacchiera. Non erano riusciti a concludere niente; quando il negozio stava per chiudere lei lo aveva portato alla concessionaria in modo che anche lui potesse prendersi una macchina. Si era scelto questo modello con un prezzo da sei cifre. I neri lo avevano fissato restando sotto insegne al neon come JIMBO’S FRIENDLY LOUNGE e LIVE ENTERTAINMENT e ADULT ADULT ADULT mentre lui guizzava in quella buccia azzurra e vergine; aveva paura che a qualcuno di quelli che oziavano al freddo venisse in mente di approfittare di un semaforo per graffiargli il tetto con un cacciavite o spaccargli il parabrezza con un martello e vendicarsi per la loro vita. Adesso in questa zona della città si sono moltiplicate le scritte SKEETER È VIVO, ma non dicono dove.
Ha mentito a Charlie. L’appuntamento con Janice è solo all’una e mezzo e adesso l’orologio al quarzo della Supra fa le 11.17. Sta andando a Galilee. Accende la radio e il suono è ancora piú punk, piú ricco, piú ramificato e stratificato che nella radio della Corona. Anche se sposta la lancetta avanti e indietro, non riesce a trovare Donna Summer, se n’è andata insieme agli anni Settanta. Invece c’è un tipo che canta inni, e strizza la parola «Gesú» fino a farla sgocciolare. È accompagnato da un coretto misto e suadente come nelle canzoni dei tempi del liceo: i juke-box dove si vedeva il disco cadere e quella stoffa glassata e frusciante, taffetà o chissà cosa, che le ragazze si mettevano per andare a ballare, portando sul seno il bouquet del cavaliere. Il mazzolino si stropicciava man mano che ballando ci si stringeva di piú e il profumo delle ragazze saliva dal seno incipriato quanto piú i loro corpi si scaldavano e si premevano contro un partner dopo l’altro, nella luce violetta della palestra mezza buia, festoni di carta sulle pareti e i canestri del basket pieni di fiori finti, tutti quei corpi tiepidi che ballonzolavano piano in attesa dell’aria gelida immagazzinata nelle auto là fuori, le lucine del cruscotto, il calore del corpo che annebbia il parabrezza, il taffetà sporco e scompigliato, dita intirizzite che annaspano fra cappotti e pantaloni e biancheria, i vestiti trasformati in un sistema di gallerie, il corpo di Mary Ann che si accoccola fra le sue mani, lo spazio fra le gambe talmente diverso e cedevole e profumato e sicuro, un mondo a parte. E adesso, alla mezz’ora, il notiziario. La giovane donna con la voce colta è scomparsa da tempo, Harry si chiede cosa faccia adesso, la ballerina go-go o la vicepresidente alla Sunflower Beer. Il nuovo annunciatore sembra Billy Fosnacht, ha la voce unta. Il presidente Carter ha affermato di essere personalmente favorevole al boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca. Le reazioni degli atleti sono miste. Il primo ministro indiano Indira Gandhi ha fatto marcia indietro rispetto alla dichiarazione di ieri sull’Afghanistan, che suonava di appoggio ai Sovietici. Nella frenetica campagna elettorale, il rappresentante dell’Illinois Philip Crane ha definito «idiota» la proposta del senatore Kennedy, che suggeriva di trasformare la prevista centrale nucleare del New Hampshire in una a carbone. L’ex Beatle Paul McCartney è stato arrestato in Giappone con l’accusa di possesso illegale di marijuana. In Svizzera, alcuni scienziati sono riusciti a programmare dei batteri per fargli produrre una rara proteina umana, l’interferone, un agente antivirale che prodotto artificialmente potrebbe rivelarsi benefico quanto la penicillina per l’umanità. Intanto, se le otturazioni dei vostri denti costano di piú è perché il prezzo dell’oro ha raggiunto gli ottocento dollari all’oncia. Cazzo. Ha venduto troppo presto. Trenta per ottocento fa ventiquattromila, quasi diecimila piú di quattordicimila seicento, se solo avesse tenuto duro, al diavolo Webb Murkett e il suo argento. I 76er continuano con la serie delle loro vittorie, hanno battuto i Portland Trail Blazers per 121 a 110 ieri sera allo Spectrum. Poveri vecchi Eagles, che disgraziati, anche Jaworski è crollato di schianto. E adesso, proseguiamo col nostro programma di Simpatiche Canzoni per Simpatici Ascoltatori: ecco la melodia tradizionale Savior, Keep a watch over me. Harry spegne e guida accompagnato dalle fusa della Supra.
Ormai conosce la strada. La gigantesca insegna della caverna naturale, la città stretta col negozio di mangimi e la vecchia locanda e la nuova banca e i paletti per le bici e la concessionaria di trattori. La stoppia nei campi è ispida e pallida, l’oro prosciugato. Lo stagno delle oche ha i bordi gelati ma una pozza d’acqua nera in centro, in questo inverno cosí mite. Rallenta oltrepassando le cassette della posta dei Blankenbiller e dei Muth e gira nel vialetto accanto alla cassetta dei Byer. Ha i nervi cosí tesi che non gli sfugge nulla, le pietre sporgenti nei solchi di terra battuta che costituivano la strada vecchia, il bordo di erbacce secche che conservano una per una la forma che nell’estate svanita era piena di vita verde, lo scheletro spelacchiato color zucca dello scuolabus, l’erpice rugginoso, una piccola serra riverniciata di bianco secoli fa, e poi i cadenti edifici della fattoria, la baracca del grano e il fienile e la casa di pietra, a cui si avvicina da un’angolazione nuova, per la prima volta dal davanti. Dirige la Celica verso lo spazio tra le immondizie dove una volta aveva visto frenare la Corolla; spegnendo il motore e scendendo di macchina vede la siepe da cui spiava, una linea scarabocchiata di alberi e cespugli quasi completamente coperta dai meli del frutteto, molto piú lontana di quello che gli era parso, scommette che nessuno l’ha visto. Che follia. Corri.
Ma, come nella morte, c’è un momento che bisogna attraversare con una spinta, una fetta di tempo piú trasparente del vetro; è lí di fronte a lui e lui fa quel passo, traendo tanto coraggio dal vuoto amorevole che Thelma gli ha affidato. Col suo giaccone di montone e quello sciocco berretto da gnomo e il completo di lana a righine comprato a novembre dal sarto di Webb in Pine Street, calpesta il terreno dove i pietroni insabbiati un tempo costituivano un sentiero. Fa freddo, è una giornata che potrebbe portare neve, una giornata cava. Anche se è quasi mezzogiorno non c’è traccia di sole, nemmeno una chiazza argentea tradisce la sua presenza in cielo, un lungo ventre striato di basse nuvole grigie. Un tetro mucchio di legna per l’inverno coperto di paglia si erge alla sua destra. Nell’altra direzione, oltre l’orizzonte, si sente una sega che va. Prima ancora di essersi tolto un guanto e aver bussato sulla porta, dove la vernice verde veleno si stacca in lunghe scaglie ricurve, il cane in casa sente i suoi passi e dà inizio a un inferno di latrati.
Harry spera che il cane sia solo, la padrona fuori. Non si vedono auto o furgoni in giro, ma potrebbero essere parcheggiati nel fienile o nel garage di cemento col tetto di fibra di vetro ondulato. Non vede luci accese nella casa, ma in fondo non è neanche mezzogiorno, anche se la giornata è brutta e sempre piú buia. Sbircia oltre la porta e si vede riflesso col suo pallido cappello in un’altra porta, molto simile a questa, con due vetri lunghi, all’altro capo di uno spesso muro di pietra. Dietro i vetri un androne con una guida a strisce malconcia si perde in profondità non raggiunto dalla luce. Mentre si sforza di guardare, il naso e la mano non guantata intirizziscono dal freddo. Sta per voltarsi e tornare alla sua macchina riscaldata quando dentro la casa si materializza una forma che si slancia verso di lui, gonfia di rabbia. Il collie nero salta a piú non posso contro la porta interna, furioso, cerca di mordere il vetro, con quei brutti denti dei cani, inumani, e il labbro nero diviso e le gengive color lavanda, sporche. Harry lo fissa affascinato e non vede la figura che avanza dietro Fritzie finché una mano non muove il chiavistello della porta interna.
L’altra mano della donna grassa tiene il cane per il collare; Harry la aiuta aprendo lui stesso la porta verde. Fritzie lo riconosce dall’odore e smette di abbaiare. E Coniglio riconosce, sepolta sotto le rughe e il grasso ma con quegli occhi ben noti sempre scintillanti, Ruth. Cosí in un tumulto di scodinzoli e tra i gemiti provocati da quel disperato bisogno di amici che hanno i cani, i due antichi amanti si affrontano. Vent’anni fa aveva vissuto con questa donna, da marzo a giugno. Otto anni dopo l’aveva incontrata per un attimo da Kroll, e lei non gli aveva risparmiato qualche parola amara, e adesso altri dodici anni si sono riversati fra loro, devastanti. I suoi capelli, un tempo di un fiammeggiante rosso sporco, ora sono appiattiti e grigio ferro, tirati in una crocchia, da mennonita. Ha addosso una tuta abbondante e una camicia rossa da taglialegna sotto un maglione nero coi gomiti bucati e peli di cane e trucioli imprigionati fra i fili unticci. Eppure è Ruth. Il labbro superiore è sempre un po’ sporgente, come per una febbre in incubazione, e gli occhi azzurri e netti nelle orbite squadrate lo fissano ancora con un’ostilità che lo stuzzica. Cosa vuoi? gli chiede. Ha la voce spessa, come se fosse raffreddata.
Sono Harry Angstrom.
Lo vedo. Cosa vuoi?
Mi chiedevo se non potremmo parlare un attimo. Devo chiederti una cosa.
No, non possiamo parlare un attimo. Vattene.
Ma lascia andare il collare del cane, e Fritzie gli annusa le caviglie e l’inguine e vibra tutta dalla voglia di saltare, di comunicare quella quasi intollerabile felicità chiusa nel suo cranio stretto, dietro gli occhi sporgenti. L’occhio malato è ancora purulento. Buona, Fritzie, dice Harry. Giú. Giú.
Ruth deve ridere, quella sua risata svelta e tintinnante, come spiccioli buttati sul banco. Coniglio, sei sveglio. Come fai a sapere il suo nome?
Una volta ti ho sentita chiamarla. Sono stato qua un paio di volte, lassú dietro quegli alberi, ma non ho avuto il coraggio di avvicinarmi. Scemo, eh?
Lei ride di nuovo, con un tintinnio in meno, come se fosse realmente divertita. Anche se ha la voce piú rozza ed è diventata grossa il doppio e ha un po’ di lanugine mista a qualche pelo nero sulle guance e all’angolo delle labbra, è proprio Ruth, una nuvola che la sua vita ha attraversato, nuovamente solida. È sempre alta, in confronto a Janice, in confronto a tutte le donne della sua vita tranne Mim e mamma. È sempre stata una donna di un certo peso, la prima sera quando lui l’aveva sollevata lei aveva scherzato dicendo che l’avrebbe messo fuori combattimento, un peso che lo aveva allontanato, insieme a qualcos’altro che lo aveva trattenuto, una certa disponibilità a giocare, nel piccolo spazio e nel breve tempo concessi. E cosí avevi paura di noi, dice. Si china leggermente per rivolgersi al cane. Fritzie, lo facciamo entrare per un attimo? La simpatia del cane per lui, una fioca scintilla nella memoria che l’ha fatta scodinzolare, fa pendere la bilancia in suo favore.
L’anticamera ha un marcato profumo di passato, come capita sempre in queste vecchie fattorie. Mele in cantina, cannella in cucina, un miscuglio di gesso vecchio e colla di tappezzeria, chissà. In un angolo ci sono degli stivaloni infangati su un foglio di giornale, e lui si accorge che Ruth ha solo le calze: grosse calze maschili da lavoro, ma comunque sexy, quei passi silenziosi, anche se lei è enorme. Lo porta in un salottino con un tappeto ovale di stracci e una vecchia sedia a sdraio mescolati agli altri mobili. L’unico oggetto moderno è il televisore, con l’imponente occhio rettangolare spento. Un fuocherello brucia sommesso nel camino di arenaria. Harry si controlla le scarpe prima di calpestare il tappeto, non vuole lasciare tracce di fango. Si toglie il cappello scamosciato.
Come se rimpiangesse già il suo gesto, Ruth si siede proprio sul bordo di una sedia a dondolo di bambú, inclinandosi tanto da toccar quasi per terra con le ginocchia e da poter facilmente grattare il collo di Fritzie per tenerla tranquilla. Harry immagina di doversi sedere di fronte a lei, su un divano di cuoio nero screpolato sotto due fotografie color seppia in due cornici intagliate identiche, devono avere almeno un secolo, sono un tizio con la barba e sua moglie abbottonata fino al collo, ormai saranno tutti e due polvere in una bara. Ma prima di sedersi nota, all’altro capo della stanza, alla luce di una finestra con un profondo davanzale pullulante di violette africane e di quelle piante a foglia larga che si regalano per la festa della mamma, un gruppo di fotografie piú recenti, istantanee a colori allineate sul ripiano di uno scaffale pieno di romanzi d’amore e gialli che Ruth leggeva una volta ed evidentemente legge ancora. Gli dava una gran noia, in quei tre mesi, vederla sprofondare in un thriller da due soldi ambientato in Inghilterra o a Los Angeles quando lí c’era lui, in carne e ossa. Si avvicina allo scaffale e la vede, piú giovane ma già robusta, davanti alla casa, fra le braccia di un uomo piú vecchio, piú alto e piú robusto di lei; dev’essere Byer. Un pecorone grande e grosso goffo nei suoi vestiti della festa, che strizza gli occhi al sole con un’espressione simile a quella dei ritratti color seppia, la bocca ansiosa nel tentativo di soddisfare la macchina fotografica. Ruth ha l’aria divertita, i capelli ancora rossi e con una pettinatura gonfia, divertita all’idea di essere un vero trofeo per quest’uomo che le offre un riparo. Per un attimo breve e splendente come il click di un obiettivo, Coniglio è geloso della vita degli altri: questa coppia di campagna grande, grossa e rozza, in posa davanti a un angolo di stucco marrone scheggiato, su un’erba verdolina che suggerisce il mese di marzo o aprile. La natura instancabile alle prese coi suoi giochini. Ci sono altre fotografie a colori di adolescenti pettinati e sorridenti, in quelle cornicette di cartone delle foto scolastiche. Prima che lui riesca a esaminarle, Ruth dice bruscamente. Chi ti ha detto che puoi guardarle? Smettila.
È la tua famiglia.
Appunto. La mia, e non la tua.
Ma lui non riesce a staccarsi dalle immagini di questi ragazzini. Non guardano lui ma oltre il suo orecchio destro, ognuno messo nella stessa identica posa dal fotografo che fa il giro delle scuole un maggio dopo l’altro. Un ragazzo e una ragazza circa della stessa età, e poi in formato minore un bambino piú piccolo coi capelli scuri, piú lunghi e con la riga dall’altra parte. Hanno tutti e tre gli occhi azzurri. Due maschi e una femmina, dice Harry, chi è il piú vecchio?
E cosa diavolo te ne importa? Dio, non mi ricordavo che detestabile bastardo invadente sei. Dalla culla alla bara, sai pensare solo a te stesso.
Secondo me la piú vecchia è la ragazza. Quando è nata, e quando hai sposato il vecchio? Come fai a sopportarla, a proposito, la vita qui nella giungla?
Mi sta benissimo. È piú di quello che mi abbia mai offerto chiunque altro.
Non avevo molto da offrire, a quei tempi.
Però da allora hai fatto strada. Sei tutto ben messo come un finocchio.
E tu sei vestita come uno sterratore.
Stavo tagliando la legna.
Usi quelle seghe a nastro? Gesú, non hai paura di tagliarti un dito?
No. La macchina che hai venduto a Jamie va benissimo, se è questo che vuoi sapere.
Da quanto tempo sai che lavoro alla Springer Motors?
Oh, da sempre. E poi quando è morto Springer l’hanno scritto sui giornali.
Eri tu che sei passata in una station wagon il giorno in cui si è sposato Nelson?
Può darsi, dice Ruth, appoggiandosi allo schienale della sedia a dondolo che si inclina dall’altra parte. Fritzie si è allungata per dormire. Il fuoco sfavilla. Di tanto in tanto passiamo da Mt Judge. Questo è ancora un paese libero, no?
E perché hai fatto una pazzia del genere? Lo ama.
Non sto dicendo che l’ho fatto. Come potevo sapere che Nelson si sposava quel giorno?
L’hai letto sul giornale –. Capisce che ha intenzione di tormentarlo. Ruth, la ragazza. È mia. È la bimba che non volevi abortire. Perciò è nata e poi hai trovato questo vecchio bietolone d’un contadino ben felice di prendersi una figa giovane e hai avuto altri due figli da lui prima che tirasse le cuoia.
Non essere cosí volgare. Non mi stai dimostrando niente, tranne che dovevo essere proprio a malpartito per essermi messa con te. Sei un pessimo affare, com’è vero Iddio. Non sai dire altro che io, io, e dammi, dammi. Quando ho avuto qualcosa da darti te l’ho dato anche se sapevo benissimo che non avrei mai avuto niente indietro. Adesso grazie al cielo non ho piú niente da dare –. Alza una mano a fatica per indicare la stanzetta coi suoi logori mobili. Nel corso degli anni la sua voce ha acquisito la lentezza campagnola, la calma ostinata con cui la campagna rifiuta alla città quello di cui ha bisogno.
Dimmi la verità, la supplica.
L’ho fatto.
Riguardo alla ragazza.
È piú giovane del primo maschio, Scott, Annabelle e poi Morris nel ’66. È stato un ripensamento. Sei giugno 1966. Quattro sei.
Non menare il can per l’aia, Ruth. Devo tornare a Brewer. E non mentire. Ti vengono gli occhi acquosi, quando menti.
I miei occhi sono acquosi perché sono costretta a guardarti. Un vero e proprio scicchettone. Un commerciante. Il genere di persona che una volta detestavi, ricordi? E grasso. Almeno ai nostri tempi avevi quel corpo.
Ride, divertendosi alla provocazione: dopo la notte con Thelma il suo corpo è piú difficile da insultare. Tu, le risponde, chiami grasso me?
So di esserlo. E com’è che sei cosí rosso in faccia?
Abbronzatura. Siamo appena tornati dai Caraibi.
Cristo, i Caraibi. Pensavo che stesse per venirti un infarto.
Quando c’è rimasto il tuo vecchio? Che hai fatto, l’hai scopato a morte?
Lei lo fissa per un po’: Farai meglio ad andartene.
Tra poco, promette lui.
Frank è morto nell’agosto del ’76. Di cancro. Al colon. Non aveva neppure raggiunto l’età della pensione. Quando l’ho incontrato era piú giovane di noi adesso.
Okay, mi spiace. Senti, sei tu che mi fai comportare da stronzo. Parlami di nostra figlia.
Non è nostra figlia, Harry. Ho abortito. Hanno combinato tutto i miei, con un medico di Pottsville. Lo faceva lí nel suo studio e circa un anno dopo una ragazza è morta di complicazioni e l’hanno messo in prigione. Adesso basta entrare in un ospedale.
E a spese del contribuente, dice Harry.
Poi ho trovato un lavoro come cuoca in un ristorante vicino a Stogey, lo mandava avanti una cugina di Frank e da cosa è nata cosa, molto in fretta. Ho avuto Scott alla fine del 1960, ha compiuto diciannove anni il mese scorso, uno di quei bambini di Natale che sono sempre fregati sui regali.
E la ragazza, quando? Annabelle.
L’anno seguente. Lui aveva fretta di farsi una famiglia. Sua madre non aveva mai lasciato che si sposasse finché è stata viva, o comunque Frank dava la colpa a lei.
È una bugia. Ho visto la ragazza. È piú vecchia di quello che dici.
Ha diciott’anni. Vuoi vedere il certificato di nascita?
Dev’essere un bluff. Ma lui risponde: No.
Lei riprende piú dolcemente: Perché ti sei fissato sulla ragazza, a ogni modo? Perché non credi che il ragazzo sia tuo figlio?
Ho un ragazzo. Ed è già abbastanza, la frase viene naturale, un pessimo affare –. Le chiede bruscamente: E dove sono, i maschi?
Che te ne importa?
Non molto. Mi chiedevo solo perché non sono qui con te, ad aiutarti.
Morris è a scuola, torna a casa col pullman alle tre. Scott ha un lavoro nel Maryland, si occupa dell’asilo nido di una fabbrica. Andatevene, ho detto a lui e a Annie. Questo era un buon posto per me, per venire a nascondermi, ma ai giovani non offre niente. Quando lei e Jamie Nunemacher hanno deciso di metter su casa insieme a Brewer, non ho potuto dire di no, anche se la famiglia di lui era totalmente contraria. Abbiamo fatto una specie di riunione, e gli ho spiegato che i giovani oggi fanno cosí, vivono insieme, e non è piú furbo? Tanto loro sanno benissimo che sono una vecchia puttana, e non me ne frega un cazzo di cosa pensano. I vicini ci hanno sempre lasciati in pace, e noi abbiamo lasciato in pace loro. Frank e il vecchio Blankenbiller non si sono parlati per quindici anni, dopo che lui mi ha sposata –. Si rende conto di aver divagato, e dice: Annabelle non resterà con quel ragazzo per sempre. È abbastanza simpatico, ma…
Sono d’accordo, dice Coniglio, come se fosse stato consultato. Capisce che Ruth è sola, che ha voglia di parlare, e questo lo mette a disagio. Si sposta sul vecchio divano nero. Le molle scricchiolano. Uno spostamento d’aria là fuori ha mandato qualche sbuffo di fumo nella stanza.
Lei guarda fuggevolmente i due morti in cornici che sembrano bare intagliate appese sopra di lui e dice: Anche quando Frank stava bene aveva bisogno degli scuolabus per far quadrare i conti. Io adesso affitto i campi e mi limito a cercare di tener bassi i cespugli. I cespugli e i conti del gasolio –. È vero, la stanza è cosí fredda che a lui non è neanche passato per la testa di togliersi il cappotto.
Già, sospira lui, è dura –. Fritzie, svegliata da qualche imprevisto nel sogno che le faceva contrarre le zampe, si alza e gli si avvicina quatta come per abbaiare, invece crolla di nuovo sul tappeto, raggomitolandosi fiduciosa ai suoi piedi. Allungando un braccio Harry prende dallo scaffale la foto della figlia. Ruth non protesta. Studia il pallido viso illuminato nella cornice di cartoncino marrone: sullo sfondo di una strana superficie azzurra striata come cielo finto, la ragazza guarda un punto lontano. Tonda e lustra come un frutto grazie al fissante lucido della stampa, la testa, invece di svelare il suo segreto, diventa piú enigmatica, una forma strana come le creature marine illuminate dai faretti lungo la passerella del casinò. La bocca è di Ruth, aveva già notato il labbro superiore al negozio. E intorno agli occhi è squadrata allo stesso modo, la fronte è piú tonda di quella di Ruth e i capelli, spazzolati e resi scintillanti per la foto, sono meno ostinati. Le guarda le orecchie, cerca una tacca come quella di Nelson, ma bisognerebbe sollevarle i capelli. Ha un nasino talmente piccolo e delicato, all’insú quel tanto da svelare le narici, che in confronto la parte inferiore del viso sembra pesante, ancora infantile. Il candore della sua pelle e la luce ghiacciata degli occhi potrebbero risalire a quegli svedesi immersi in un mondo di neve che aveva intravisto allo specchio nel bagno dei Murkett. Il suo sangue. Harry si scopre a rivivere insieme ad Annabelle il momento in cui era arrivato il suo turno nell’indisciplinata fila scolastica ed era dovuta entrare nell’angolino di palestra avvolto di tende e, improvvisamente accecata, posare per i posteri, per l’annuario scolastico, per il fidanzato e per la mamma, per il tempo che incurante continua a correre: è la tua occasione di premere il viso contro il vuoto e, pensando le cose giuste, diventare una star. Mi assomiglia.
Adesso Ruth ride: Te lo immagini tu.
Non scherzo. La prima volta che è venuta alla concessionaria, mi ha colpito qualcosa… le gambe, forse, non saprei. Non sono le tue gambe, quelle –. Le sue erano spesse, si torcevano come bianche fiammelle quando lei girava nuda nella stanza.
Be’, anche Frank aveva delle gambe. Finché non ha smesso di tenersi in forma, era piuttosto allampanato. Piú di uno e ottanta, quando stava dritto. Si vede che ho proprio un debole per gli uomini grandi e grossi. Nessuno dei maschi ha ereditato la sua statura.
Già, neanche Nelson ha ereditato la mia. È uno scriccioletto proprio come sua madre.
Stai ancora con Janice. La chiamavi sempre quell’idiota, gli rammenta Ruth. Ormai si è sistemata comodamente nella situazione, sta appoggiata allo schienale del dondolo e muove i piedi prima sulle punte, poi appoggiati ai calcagni, poi di nuovo sulle punte. Perché io ti parlo tanto della mia vita e tu non mi dici niente della tua?
Solita roba, dice. Non avercela con me perché sono rimasto con Janice.
Oh Cristo, figurati. Mi spiace per lei, anzi.
Una sorella, risponde lui sorridendo. Le donne sono tutte sorelle, ci dicono ora.
Il grasso non è stato aggiunto al viso di Ruth con palettate regolari ma a bozzi, perciò quando solleva la testa dà un’impressione di smerlature, di ossa in piú. L’ha sollevata per un tocco di malizia. Hai affascinato Annie, gli comunica, mi ha chiesto un sacco di volte se avevo mai sentito parlare di te, questo divo della pallacanestro. Le ho detto che abbiamo frequentato scuole diverse. C’è rimasta male perché non c’eri quando finalmente lei e Jamie sono andati a ritirare la macchina. Jamie propendeva per una Fiesta.
Allora non pensi che Jamie sia la soluzione giusta per lei?
Per adesso. Ma l’hai visto anche tu. È rozzo.
Spero che lei non…
Seguirà il mio esempio? No, andrà tutto bene. Ormai non ci sono piú puttane, ma solo giovani donne sane. L’ho cresciuta molto innocente. In realtà mi sono sempre sentita molto innocente anch’io.
Lo siamo tutti, Ruth.
Le piace che lui la chiami per nome, deve farlo con cautela. Rimette a posto la fotografia e la studia ancora, Annabelle in mezzo ai suoi fratelli. Che ne diresti di un po’ di soldi? chiede, cercando di mantenere un tono leggero. Potrebbero farle comodo? Potrei darli a te, in modo che, be’, non le piovessero addosso dal cielo. Se volesse studiare, ad esempio –. È arrossito, e il silenzio di Ruth non lo aiuta. Il dondolo non si muove piú.
Finalmente dice: Immagino che sia quello che chiamano un pagamento posticipato.
Non è per te, sarebbe per lei. Non posso darti molto. Voglio dire, non sono cosí ricco. Ma se un paio di migliaia potessero servire…
Lascia in sospeso la frase, aspettandosi di essere interrotto. Non riesce a guardarla, nel viso espanso, strano. Quando parla lei ha quella voce sicura, roca e sprezzante che lui aveva sentito a letto, secoli fa. Rilassati. Non preoccuparti. Non ho intenzione di riagganciarti in questo modo. Se mi trovassi davvero alle strette potrei sempre vendere un pezzo di terreno lungo la strada, lo pagano cinquemila all’acro da queste parti. E comunque, Coniglio, credimi. Non è tua.
Benissimo. Se lo dici tu –. Il sollievo è tale che si alza.
Si alza anche lei, e quando sono tutti e due in piedi i loro spettri si scrollano di dosso la carne gonfia; i due giovani che hanno vissuto insieme in Summer Street, di fronte a una grande chiesa di calcare, sono di nuovo vicini, esclusi dal mondo, e come allora la casa è di Ruth. Sta a sentire, sibila lei con un’espressione che a lui pare radiosa, il suo viso distorto sfavilla: Non ti darei la soddisfazione di dirti che è tua figlia nemmeno se ci fosse in palio un milione di dollari. L’ho allevata io. Io e lei ne abbiamo passato di tempo qui, insieme, e tu dov’eri? Quella volta da Kroll mi hai vista, ma non c’è stato seguito, io ho sempre saputo dov’eri e cosa facevi, a te fregava meno di una merda sapere cos’era successo a me o alla mia bambina o tutto quanto.
Eri sposata, risponde conciliante. La mia bambina: suona strano, detto qui.
Puoi scommetterci, lo assale ancora, e con un uomo migliore di te, con tutte le tue arie. I ragazzi hanno avuto un padre meraviglioso e lo sanno. Quando è morto abbiamo continuato ad andare avanti esattamente come se ci fosse, tanto era forte. Ora io non so come diavolo vada la tua miserabile vita su a Mt Judge…
Stiamo traslocando, le dice, a Penn Park.
Che eleganza. È proprio il posto per te, tra tutti quei tipi falsi. Avresti dovuto lasciare la tua idiota vent’anni fa, per il tuo bene e il suo, ma non l’hai fatto e adesso cuoci nel tuo brodo; cuoci nel tuo brodo ma lascia in pace la mia Annie. Mi fai venire i brividi, Harry. Se penso che la credi tua figlia mi sembra di vederla tutta spalmata di merda.
Lui sospira attraverso il naso: Vedo che hai sempre una lingua zuccherina.
Lei è imbarazzata; le si sono scompigliati i capelli e li appiattisce con le mani come se cercasse di schiacciare qualcosa che ha in testa. Non avrei dovuto dire una cosa del genere ma mi fa paura vederti arrivare qua vestito come un damerino e con la pretesa di reclamare mia figlia. Mi fai pensare, e se io non avessi abortito, se non avessi lasciato che i miei facessero a modo loro, magari sarebbe andato tutto in un altro modo, e adesso io e te potremmo avere una figlia. Ma tu…
Lo so. Hai fatto la cosa migliore –. Sente che lei sta lottando con l’impulso di toccarlo, di abbarbicarsi a lui, di farsi schiacciare come una volta fra le sue braccia maldestre. Cerca un ultimo argomento di conversazione. Le chiede goffamente: Cosa farai quando Morris sarà grande e se ne andrà? Si ricorda del cappello e lo prende stringendo fra tre dita la morbida cupola nuova.
Non so. Terrò duro ancora per un po’. Qualunque cosa succeda, il valore della terra non cala. Ogni anno in piú che resisto qui sono soldi in banca.
Lui sospira di nuovo attraverso il naso. Benissimo, Ruth, se la metti cosí. Allora vado. Davvero non vuoi un piccolo contributo per la ragazza?
No, naturalmente. Pensaci bene. Immaginiamo che sia tua. A questo punto la cosa la confonderebbe soltanto.
Lui sbatte gli occhi. È un’ammissione? Dice: Non sono mai stato granché bravo a pensare bene alle cose.
Ruth sorride al pavimento. L’ammacco squadrato sopra gli zigomi, visto cosí dall’alto, era stata una delle prime cose che aveva notato in lei. Robusta, dura, ma affettuosa a modo suo. Un altro cuore umano che gli diceva sei un coniglietto, vicino a un parchimetro e sotto un’insegna al neon, la prima volta che si erano conosciuti. Allora i treni attraversavano ancora il centro di Brewer. Per gli uomini non è indispensabile, dice. «Non rimangono incinta».
Il cane aveva cominciato ad agitarsi quando si erano alzati tutti e due e Ruth si era arrabbiata, e adesso Fritzie li guida fuori dalla stanza e aspetta, scodinzolando inquisitoria, col naso attaccato a una fenditura della porta di casa. Ruth apre quella e la porta esterna quel tanto perché riesca a passare il cane e non Harry. Vuoi una tazza di caffè? gli chiede.
Ha detto a Janice da Schaechner all’una. Gesú, ti ringrazio, ma devo tornare al lavoro.
Sei venuto solo per Annabelle? Di me non vuoi sapere niente?
Mi hai parlato di te no?
Se ho un innamorato o no, se ho mai piú pensato a te?
Be’, sí, credo che mi interesserebbe saperlo. Ma a quanto ho capito te la sei passata benissimo. Frank, Morris e, come si chiama l’altro?
Scott.
Giusto. E hai la terra. Mi spiace, be’, di averti lasciata nei pasticci quella volta.
Insomma, risponde Ruth, con una ponderata lentezza in cui lui immagina di sentire la voce del marito defunto. Immagino che ciascuno si crei i propri pasticci.
Adesso non gli sembra piú soltanto grassa e grigia, ma anche disorientata. Un mostro irsuto, solitario. Harry non vede l’ora di uscire dalla doppia porta ed essere fuori, nell’aria invernale dove non cresce niente. Una volta era fuggito dicendole, «Torno fra un attimo», ma adesso non c’è bisogno nemmeno di quello. Sanno tutti e due quello che nessuno dovrebbe mai sapere, che non si rivedranno. Lui nota sulla mano stretta al pomello della porta un sottile cerchietto d’oro quasi perso fra le pieghe del dito. Il suo cuore batte, si sente in trappola.
Ruth ha pietà di lui. Stammi bene, Coniglio. Scherzavo, riguardo al tuo aspetto. Sei in gran forma –. Harry si tuffa in avanti come per baciarla ma lei dice: No –. Il tempo di arrivare sul porticato di cemento e l’ombra di lei non si vede già piú, dietro i vetri scuri della porta. Il grigiore della giornata si è accentuato, producendo qualche fiocco di neve secca che non concluderà un bel niente, svolazzano di lato come particelle di cenere. Fritzie trotterella accanto a lui fino alla lucente Celica azzurro uva, e bisogna impedirle di saltare sul sedile posteriore.
Quando è sulla strada principale, passate le cassette della posta che dicono BLANKENBILLER e MUTH, Harry si ficca in bocca una Life Savers e si chiede se sarebbe dovuto andare a vedere il bluff sul certificato di nascita. E se Frank avesse avuto un’altra moglie, e Scott fosse il suo figlio di primo letto? Se la ragazza avesse solo diciott’anni come dice Ruth andrebbe ancora a scuola. Ma no. Lasciamo perdere. Dio non vuole che lui abbia una figlia.
Janice, che lo aspetta nel surriscaldato negozio di Schaechner circondata da sontuosi mobili nuovi, gli sembra tutta piccolina e ricca e, con quell’abbronzatura tropicale, dimostra molto meno di quarantaquattro anni. Quando la bacia sulle labbra lei dice: Mmmm. Garofano. Cos’hai da nascondere?
Cipolle a colazione.
Affonda il naso nel risvolto della giacca. Sai di fumo.
Ah, Manny mi ha dato un sigaro.
Lei non sta neanche a sentire le sue bugie, è elettrizzata e senza fiato per delle notizie sue: Harry, Melanie ha chiamato la mamma dall’Ohio. Nelson è con lei. Va tutto bene.
Janice continua a parlare, Coniglio vede la bocca che si muove, la frangetta tremolante, gli occhi che si allargano e si strizzano, e le sue dita eccitate che tormentano il filo di perle lasciato allo scoperto dai risvolti del cappotto, ma non riesce a seguire le parole, ricordandosi un luccichio intravisto quando si era chinato sul vecchio viso di Ruth, un bagliore sulla pelle stanca sotto gli occhi, e lo colpisce lo stupidissimo pensiero, che forse dovrebbe imbottigliare e vendere, che le nostre lacrime sono sempre giovani, l’acqua salata resta la stessa dalla culla, come diceva lei, alla bara.
La piccola casa di pietra che Harry e Janice hanno comprato per 78 000 di cui 15 600 già versati, è su un quarto di acro di terreno cespuglioso in fondo a una stradina cieca e dietro due vasti esemplari di quella che è localmente nota come la «pretenziosità di Penn Park»: un alto edificio in stile Tudor con frontoni che sembrano guglie e tetti di tegole rosse e mattoni vetrati che sporgono dagli angoli piú impensati, e una specie di presbiterio coloniale di mattoni sottili e sereni di un giallino limonata, con una veranda a vetri e dall’altra parte una sfilza di finestre palladiane, probabilmente, pensa Harry, in corrispondenza della sala da pranzo. Sta ispezionando la sua proprietà, cercando un punto luminoso dove piantare l’orticello in primavera. Quello dietro casa di mamma Springer era troppo all’ombra. Trova un angolino che dovrebbe andare, potando i rami della quercia che appartiene al vicino. In questa zona rigogliosa e matura il terreno in generale è ben ombreggiato; il prato di casa sua è per metà muschio, che questo mite inverno ha seccato ma conservato visibile ed elastico. Trova anche una vasca per i pesci di cemento col fondo dipinto di azzurro, asciutta e cosparsa di aghi di pino. Qualcuno ha conficcato delle conchiglie nel cemento del bordo quando era ancora fresco. Quante cose si comprano comprando una casa. Pomelli delle porte, davanzali, termosifoni. Tutto suo. Se fosse un pesce, in primavera potrebbe nuotare in questa vasca. Cerca di immaginarsi il momento in cui qualcuno, uomo, donna, bambino o tutti e tre insieme, ha sistemato qui queste conchiglie, all’ombra di alberi un po’ meno alti di cosí, in un pomeriggio d’estate. La flebile luce invernale illumina completamente il giardino, trasformato in una ragnatela dall’ombra dei rami spogli. Coniglio ha la sensazione che ci sia un deposito di interessamento che passa da proprietario a proprietario. La casa è stata costruita nel decennio depresso ma scrupoloso in cui è nato Harry. Dalle cave a nord della contea avevano trasportato il docile calcare grigio, intagliato e sistemato da uomini che avevano il tempo di farlo con cura. Piú avanti, dopo la guerra, un proprietario aveva buttato giú parte di un muro laterale e aveva costruito un’aggiunta di assi e mattoni bianchi ormai screpolati. La pittura si sta già sfaldando sulle assi sotto la finestra di quella che ormai è la cucina di Janice. Harry si ripromette di spuntare i rami che sfiorano la casa, per ridurre l’umidità. A dire il vero ci sono parecchi alberi che potrebbero tranquillamente diventare legna per il fuoco, ma finché non metteranno le foglie in primavera non può stabilire quali tagliare. In casa ci sono due camini, uno nel grande soggiorno rettangolare e l’altro, con la stessa canna fumaria, nella stanza piú piccola che Harry considera uno studio. Il suo studio.
Lui e Janice hanno traslocato ieri, sabato. Pru tornava a casa con la bambina e se loro se ne fossero già andati avrebbe potuto prendersi la camera da letto col bagno, lontana dalla strada. E poi avevano pensato che in quella confusione la madre di Janice avrebbe sofferto meno per la loro fuga. Webb Murkett e gli altri erano tornati dai Caraibi giovedí sera come previsto, e sabato mattina Webb era arrivato con uno dei camion della sua ditta, con scale allungabili su entrambi i lati, e li aveva aiutati a traslocare. Quel porco di Ronnie aveva detto che doveva andare in ufficio per sbrogliare un po’ del lavoro accumulatosi durante la sua assenza, anche venerdí sera aveva lavorato fino alle dieci; ma Buddy Inglefinger era venuto con Webb e i tre uomini e in due ore avevano traslocato gli Angstrom. Non avevano molti mobili da trasportare, piú che altro vestiti, e il cassettone di mogano di Janice, e qualche scatolone di stoviglie recuperate dall’ultima casa effettivamente loro, quella bruciata nel 1969. La roba di Nelson l’avevano lasciata tutta. Una delle lesbiche era comparsa sul portico, e li aveva salutati con la mano; le notizie viaggiano nel vicinato, anche se non ci sono rapporti amichevoli. Harry aveva sempre avuto intenzione di chiedere a una di loro com’era, e perché. Può capire che non piacciano gli uomini, nemmeno a lui piacciono granché, ma perché mai preferire le donne, se si è donna? E specialmente preferire delle donne che martellano tutto il giorno, come uomini.
Giovedí pomeriggio lui e Janice hanno comprato da Schaechner, convincendoli a consegnare tutto venerdí, una Tv a colori Sony (Coniglio odia l’idea di far affluire altro denaro nelle tasche dei giapponesi ma «Consumer Reports» dice che in questo campo la loro qualità non si discute) e un paio di grosse poltrone a orecchioni imbottite, rosa-argento (ha sempre desiderato delle poltrone a orecchioni, odia avere i bordi che premono sul collo, c’è gente che è morta per questo), un materasso doppio e l’intelaiatura di metallo a molle ma senza testiera. Lui, Webb e Buddy trasportano il letto al piano di sopra, in una stanza sul retro, col soffitto parzialmente mansardato ma spazio abbastanza per uno specchio, se lo vorranno, sulla parete di fronte accanto alla porta dello spogliatoio, mentre la Tv e le sedie non vanno nel soggiorno, troppo grande per pensare di ammobiliarlo subito, ma nella stanzetta posteriore, molto piú intima, adibita a studio. Ha sempre sognato una tana tutta sua, dove gli altri non potessero raggiungerlo tanto facilmente. Quello che gli piace di piú in questa piccola stanza, oltre al camino e agli scaffali a muro dove potrà mettere dei libri oppure le porcellane e i soprammobili di mamma Springer quando lei morirà, e i liquori negli stipetti in basso, c’è perfino il posto per un piccolo frigorifero, è la moquette, un specie di melange verde e arancione che gli rammenta i pon pon delle cheerleader a scuola e le piccole finestre a ghigliottina composte di pannelli a losanga impiombati come si vedono nei libri di fiabe. Pensa che forse in questa stanza comincerà a leggere dei libri, invece che solo giornali e riviste, e magari imparerà qualcosa di storia, ad esempio. Bisogna scendere per entrare nella sua tana, è di un gradino piú bassa rispetto al pavimento di legno del soggiorno, e questa minima differenza di livelli gli suggerisce molte possibilità di riforme e consolidamenti, come nuovi germogli su un albero potato.
Il vicoletto in cui stanno è un mozzicone che parte da una strada elegante, Franklin Drive; il loro indirizzo è Franklin Drive 14 1/2, e il mozzicone non ha nome, dovrebbero chiamarlo via Angstrom. Webb ha suggerito vicolo Angstrom, ma Harry di vicoli ne ha avuti abbastanza quando stava a Mt Judge, e la proposta di Webb lo irrita. Prima ti fa vendere l’oro troppo presto, poi si scopa tua moglie, e adesso ti svilisce la casa. Harry non ha mai vissuto a un numero civico cosí basso. Con papà e mamma e Mim stavano in Jackson Road 303; al 301, la casa d’angolo piú luminosa, ci stavano i Bolger. L’appartamento in Wilbur Street, se ne ricorda a malapena, era un numero molto alto su per la collina, 447, appartamento 5 al terzo piano. Il ranch di Penn Villas era al 26 di Vista Crescent, mamma Springer all’89 di Joseph Street. Anche se il 14 e mezzo è piuttosto indentro rispetto a Franklin Drive, il postino che arriva su una jeep bianca rossa e blu sa dove trovarli. Hanno già ricevuto della posta: volantini pubblicitari che si sono ammucchiati mentre erano ai Caraibi, e sabato verso l’una e mezza, dopo che Webb e Buddy se n’erano andati, mentre Janice e Harry stavano sistemando nella cucina nuova cucchiai e padelle che non si ricordavano piú di avere, lo sportellino della posta aveva sbattuto e sul pavimento nudo dell’anticamera erano comparse una cartolina e una busta bianca. La busta, una di quelle anonime che si comprano dal tabaccaio, aveva il timbro di Brewer, e non c’era mittente. Era indirizzata al SIG. HARRY ANGSTROM nello stesso stampatello inclinato che nell’aprile scorso gli aveva mandato il ritaglio su Skeeter. Dentro la busta c’era un ritaglio piccolissimo e la stessa mano precisa che aveva scritto l’indirizzo aveva aggiunto a biro lungo il margine superiore: DAL «GOLF MAGAZINE». La notizia era:





UN BIRDIE SALATO


Il dottor Sherman Thomas avrà la pelle d’oca al pensiero di quella che ha ucciso sul campo da golf. Il tribunale gli ha inflitto una multa di 500 dollari per il suo gesto.
Janice aveva fatto una risata forzata, leggendo accanto a lui nell’anticamera spoglia, che dà sul soggiorno attraverso un’arcata bianca.
Lui l’aveva guardata con aria colpevole e si era trovato d’accordo col pensiero inespresso di lei. Thelma.
Janice era diventata rossa in faccia. Un attimo prima stavano estasiandosi per un vecchio Mixmaster che dopo dieci anni nella soffitta di mamma Springer funzionava ancora. Janice era esplosa. Non ci lascerà mai in pace. Mai.
Thelma. Ma certo che lo farà, i patti erano questi. È stata molto chiara in proposito. Non lo sei stata tu, con Webb?
Naturalmente, ma le parole non sono niente per una donna innamorata.
Chi? Tu di Webb?
No, bestia. Thelma. Di te.
Mi ha detto che ama Ronnie. Anche se non so come faccia.
Lui è la routine di tutti i giorni. Tu sei l’uomo dei sogni. La ecciti davvero.
Sembri stupita, la accusa.
Oh, non è che tu non mi ecciti, capisco quello che lei vede in te, è solo…, si era girata per nascondere le lacrime. Ovunque guardi, c’è una donna che piange…, questa intrusione. Pensare che è stata lei a mandare anche quell’altro ritaglio tempo fa, e che ci sorveglia tutto il tempo, in attesa di balzarti addosso… Sono gentaglia, Harry. Non voglio vedere mai piú nessuno di loro.
Oh, dài –. Aveva dovuto abbracciarla, lí nell’anticamera deserta. Adesso gli piace quando lei si agita e si turba in quel modo, il fiato caldo e in un certo senso piú corto per la pena; gli sembra piú sua, la pietra angolare della sua ricchezza. Una volta quando lei era in questo stato la sua paura lo contaminava e lui fuggiva: ma arrivato alla mezza età è talmente consapevole del fatto che non fuggirà che può ridere di lei, questo suo cocciuto premio. Sono esattamente come noi. Quella è stata una vacanza. Nella vita quotidiana sono dei perfetti conformisti.
Janice aveva ribattuto con veemenza: Sono furibonda con lei, comportarsi cosí da civetta, subito dopo. Non ci lasceranno mai in pace, mai, adesso che abbiamo una casa. Finché stavamo da mamma eravamo piú protetti.
Ed era vero, la sera prima, la prima serata degli Angstrom nella casa nuova, erano arrivati gli Harrison e i Murkett e Buddy Inglefinger con la sua nuova ragazza altissima, che adesso tiene i capelli a treccine imperlinate, portando champagne e brandy, ed erano rimasti fino alle due, cosí la domenica è acida e piena di sensi di colpa. Harry non si è ancora formato delle abitudini in questa casa, senza abitudini e senza i vecchi mobili di mamma Springer a circondarlo come un cuscino, la sua vita si allunga vuota su tutti i lati, e ha l’impressione che se facesse un passo in una direzione qualunque non potrebbe che cadere.
L’altra cosa arrivata per posta sabato, la cartolina, era di Nelson.
 Cari mamma e papà, il semestre prossimo comincia il 28 perciò sono a posto. Ho bisogno di un assegno di 1087 dollari (397 tassa di iscrizione, 90 tassa comune, 600 sovratassa per chi non è dell’Ohio) piú soldi per vivere. Diciamo 2000-2500. Vi chiamo quando avrete il telefono. Saluti da Melanie. Baci, Nelson.
Sull’altro lato della cartolina c’era un moderno edificio di mattoni sormontato da certi grossi affari piatti simili a fori per l’aria calda, identificato come La sede amministrativa dell’Università Statale di Kent. Harry aveva chiesto: E Pru? Il ragazzo è diventato padre e sembra che neanche lo sappia.
Lo sa. È solo che non può fare tutto in una volta. Ha telefonato a Pru e le ha detto che appena si sarà iscritto tornerà a vedere la piccola e a riportare la macchina. Anche se forse, Harry, potremmo lasciargliela per ora.
È la mia Corona!
Sta facendo proprio quello che volevi tu, tornare al college. Pru capisce.
Capisce che è legata a un perdente nato, aveva risposto Harry, ma senza troppa convinzione. Per adesso il ragazzo non rappresenta una minaccia per lui. Harry è il re del castello.
E oggi è la domenica del Super Bowl. Janice cerca di farlo alzare per andare in chiesa, lei accompagna sua madre, ma lui è troppo intontito e vuole tornare nella calda sacca di un sogno che stava facendo, un sogno con una ragazza, una giovane sconosciuta, con capelli piuttosto scuri, si erano incontrati a una festa e sono in un piccolo bagno insieme, non parlano ma fra loro c’è un rapporto, è come se avessero appena fatto l’amore o stiano per farlo, il sesso è una presenza molto reale e casuale ma non sta succedendo proprio in quel momento, il pavimento di piccole piastrelle squadrate sale ad angolo intorno a loro, lo spazio ristretto del bagno li circonda come la piccola coppa cromata circonda la fiamma dell’accendino perenne dal vecchio tabaccaio in centro, la beatitudine di una nuova relazione, vorrebbe che continuasse ancora, ancora, ma ormai è sveglio e non riesce a tornare indietro. Questa camera da letto, col suo luminoso soffitto inclinato, è strana. Devono mettere al piú presto le tende. Sarà in grado, Janice? Povera idiota, non ha mai dovuto fare granché. Cerca di combinarsi una colazione con un unico arancio trovato nel frigo quasi vuoto, piú qualche nocciolina rimasta dalla festa di ieri sera, piú una tazza di caffè solubile sciolto con un po’ di acqua calda presa direttamente dal rubinetto. Anche casa sua, come quella di Webb, ha i rubinetti con un unico miscelatore che sembra un cazzo slanciato punto in cima da un’ape. Il frigorifero faceva già parte della casa e, una delle cose che lo avevano convinto a comprarla, ha incorporata una macchinetta per il ghiaccio che sforna tonnellate di cubetti a forma di mezzaluna. Anche se il vecchio frullino funziona, non ha dimenticato la promessa fatta a Janice di comprarle un Cuisinart. Forse queste sue difficoltà a mettere in tavola un pasto decente derivavano dall’antiquata cucina di mamma Springer. Si aggira per la casa, esultando cautamente per i termosifoni di ghisa, le maniglie di ottone delle finestre, le eleganti piastrelle ottagonali del bagno, e le porte col bloccaserratura sul pomello: questi particolari del suo acquisto brillano in tutto il loro splendore per l’assenza di mobili e presto scompariranno dalla vista, quando il trascorrere dei giorni li ingombrerà. Per adesso sono nudi e primordiali.
Sopra, nel ripostiglio mansardato adiacente a quella che doveva essere la camera dei bambini, le pareti coperte di segni di puntine da disegno e pezzetti di scotch usato per attaccare manifesti, trova delle pile di «Playboy» e «Penthouse» dell’ultimo decennio. Va fuori a prendere uno dei grossi bidoni per la spazzatura che lui e Janice hanno comprato ieri, ma prima di buttarci dentro i giornali, li sfoglia uno per uno cercando il paginone centrale, un mese dopo l’altro, un anno dopo l’altro, la censura recede e il pelo pubico prima fa capolino e poi schiumeggia audace in primo piano e queste ragazze perfette come la carrozzeria di un’automobile si aprono i négligé sul davanti e rotolano su pelle di leopardo in modo che gli occhi dell’abbonato possano finalmente banchettare con tutta la loro vergogna e il loro tesoro. Una forza invisibile mese dopo mese attraverso le stagioni dell’anno le costringe dolcemente ad aprire sempre piú le loro impeccabili cosce, finché pressappoco nei numeri del Bicentenario si raggiunge il trionfo costituzionale della pelliccia aperta, e le ragazze del Texas e delle Hawaii e del Sud Dakota offrono a riflettori e obiettivi un’apertura rosa verticale che sembra guardare da inferi profondi e sanguinosi, niente di carino, un confine estremo che funge comunque da barriera per un qualche segreto piú oltre, piú dentro, ancora celato mentre la luce invernale cala dietro le finestre silenziose. Fuori c’è uno scoiattolo che lo guarda, il dorso grigio inarcato, l’occhio nero all’erta. Harry vede che la Natura è dappertutto. Questo albero che arriva cosí vicino alla casa dovrebbe essere un ciliegio, ha la corteccia a cerchiolini. Lo scoiattolo, sentendosi a sua volta spiato, si allontana precipitosamente. Il carico di riviste rende il bidone cosí pesante che Harry non riesce a sollevarlo e lo trascina faticosamente al piano di sotto. Janice torna dopo le due, ha fatto colazione con sua madre, Pru e la bambina.
Mi sono sembrate tutte di ottimo umore, riferisce, compresa la bambina.
E ce l’ha un nome, la bambina?
Pru ha chiesto a Nelson per Rebecca e lui ha detto che non vuole assolutamente. Allora lei sta prendendo in considerazione Judith. Come sua madre. Io le ho detto di scordarsi Janice, non è mai piaciuto molto neanche a me.
Pensavo che odiasse sua madre.
Non è che la odi, diciamo che non la rispetta. È suo padre quello che odia. Ma si sono parlati per telefono un paio di volte e credo che lui sia stato molto, come si dice, conciliante.
Oh, splendido. Magari potrebbe venire su e aiutarmi a mandare avanti la concessionaria. Potrebbe sistemarci le caldaie. E cosa ne dice Pru di Nelson che se l’è battuta proprio alla vigilia?
Janice si toglie il cappello, un berretto di lana viola lavorato a maglia che porta sempre d’inverno e che insieme al cappotto di montone la fa sembrare un soldato ragazzino diretto alla guerra. Ha i capelli dritti per l’elettricità. In quel soggiorno vuoto non sa dove posare il cappello e lo getta su un davanzale bianco. Be’, dice, ha un atteggiamento interessante. Dice che per il momento è ben felice di non averlo intorno, sarebbe solo un altro problema da affrontare. Piú in generale pensa che lui dovesse assolutamente rimettere insieme i suoi stracci, è l’espressione che ha usato lei. Credo che si renda conto di averlo messo alle strette. Pensa che quando sarà laureato si sentirà piú in pace con sé stesso. E non mi sembra assolutamente preoccupata di perderlo per sempre o roba del genere.
Ah. Vorrei proprio sapere cosa si deve fare per essere biasimati, al giorno d’oggi.
Sono molto tolleranti l’uno con l’altro, risponde Janice, e secondo me è bello –. Sale le scale, e Harry la segue, da vicino, ha paura di perderla nell’ampia nuovezza della loro casa.
Le chiede: Ha intenzione di andare laggiú e vivere con lui in un appartamento o cosa?
Pensa che veder arrivare lei e la piccola ora come ora getterebbe Nelson nel panico. E naturalmente per mamma è molto meglio se restano.
E non è per niente seccata riguardo a Melanie?
No, dice che Melanie lo terrà d’occhio per lei. Non fanno tante storie di gelosia come noi, se si deve credergli.
Se.
A proposito, Janice fa cadere il cappotto sul letto e si china, culo in alto, per tirar giú la lampo degli stivali, Thelma ha telefonato da mamma per sapere se stasera volevamo andare da loro per una cenetta e guardare insieme la finalissima di Football. Immagino che ci saranno anche i Murkett.
E tu hai detto?
Ho detto di no. Non preoccuparti, sono stata gentilissima. Ho detto che avevamo già invitato mamma e Pru a vedere la partita sul nostro nuovissimo Sony. È vero. Le ho invitate –. Si raddrizza e mette le mani sui fianchi del suo vestito nero come per sfidarlo ad ammettere che preferirebbe uscire e vedere quella banda di cretini invece di stare a casa con la sua famiglia.
Splendido, dice lui, in realtà non vedo…
Oh, e un’altra cosa, molto triste. L’ha saputa mamma da Grace Stuhl, che a quanto pare è molto amica della zia di Peggy Fosnacht. Mentre noi eravamo via Peggy è andata dal dottore per un controllo e quella sera stessa l’hanno ricoverata all’ospedale e le hanno asportato un seno.
Mio Dio –. Un seno che lui aveva succhiato. Povera vecchia Peggy. Spazzato via da un’unghia di Dio, con la sua grossa luna. Alla fin fine la vita è troppo grossa per noi.
Naturalmente dicono di aver tirato via tutto ma tanto lo dicono sempre.
Ultimamente sembrava che stesse andando incontro a qualche disgrazia.
Era grottesca. Dovrei telefonarle, ma non oggi.
Janice si infila una tuta per fare i lavori di casa. Dice che hanno lasciato la casa lurida ma a lui non pare, a parte le pile di «Playboy». Lei non è mai stata maniaca della pulizia nelle altre case dove hanno vissuto. La luce invernale non filtrata da tendine rimbalza sul pavimento nudo e sulle mura spoglie rendendo argentea la biancheria intima di Janice e le sue braccia e spalle hanno un guizzo di vita come pesci che saltano prima di scomparire in una vecchia camicia e un golf mangiato dalle tarme. Dietro di lei c’è il letto nuovo, sfatto, non ci hanno ancora scopato, ieri notte erano troppo ubriachi ed esausti. A dire il vero non lo fanno piú da quella volta sull’isola. Le chiede seccato cosa c’è per la sua colazione.
Janice chiede: Non hai trovato niente in frigo?
C’era un arancio e l’ho mangiato stamattina.
Avevo comprato uova e prosciutto ma immagino che Buddy e comesichiama…
Valerie.
Che capelli incredibili, eh? Non pensi che si droghi? Devono essersi fatti fuori tutto con quella frittata che hanno preparato a mezzanotte. Non è una caratteristica dei drogati, una fame anormale? Dev’essere avanzato un po’ di formaggio, Harry. Non puoi arrangiarti con formaggio e crackers finché esco a comprare qualcosa per cena? Non so ancora quali sono i negozi aperti di domenica qui nella zona, e non posso continuare a sprecare benzina per correre al Superette di Mt Judge.
No, conviene lui, e si arrangia con formaggio e crackers e una birra rimasta dalle tre confezioni da sei che hanno portato Ronnie e Thelma. Webb e Cindy hanno portato il brandy e lo champagne. Per tutto il pomeriggio aiuta Janice a far pulizie, lava i vetri e pulisce gli infissi mentre lei passa lo straccio sui pavimenti e sfrega addirittura il lavandino del bagno e della cucina. Hanno anche un bagno al pianterreno, ma lui non sa dove si compra la carta igienica a fumetti. Janice si è fatta prestare da sua madre la lucidatrice e la cera e lui incera il lungo pavimento biondo del soggiorno, ogni spira nella grana del legno, ogni chiodo lievemente sporgente, ogni lieve traccia di suole altrui è sua, è la sua casa. Mentre dà la cera con gesto circolare Coniglio continua a inseguire gli stessi due o tre pensieri nel suo cervello, stupido come lo sono sempre i cervelli di chi sta facendo un lavoro manuale. La sera prima aveva continuato a chiedersi se le altre due coppie avevano fatto ancora cambio, Ronnie e Cindy insieme per la seconda volta, dopo che lui e Janice se ne erano andati, come se loro quattro fossero il vero cuore del gruppetto e gli Angstrom e il povero Buddy e la famelica Valerie fossero una specie di secondo scaglione o terzomondisti. Thelma si era ubriacata piú del solito, e la sua terrea pelle luccicante gli aveva fatto tornare in mente la vaselina, anche se quando l’aveva ringraziata per il ritaglio sull’oca lei lo aveva fissato, poi aveva lanciato un’occhiata a Ronnie, poi aveva di nuovo fissato lui come una mentecatta. Probabilmente alla fine verrà fuori quello che è successo laggiú dopo la loro partenza, nessuno sa tenere un segreto, ma gli fa male pensare che Thelma abbia lasciato fare a Webb le stesse cose o che Cindy desiderasse davvero andare di nuovo con Ronnie e alzare con mano materna i seni pesanti perché quell’idiota chiassone potesse succhiarli e poi parlarne, con quel cranio pelato neanche fosse un bebè. È insensato tenere i segreti, ben presto saremo tutti morti, siamo già dei sopravvissuti, i ragazzini sono dappertutto, fanno la musica, leggono i notiziari. Da quando è andato da Ruth si sente amputato, si è spento un intero mondo che lui aveva appena intravisto con la coda dell’occhio. Janice e la lucidatrice gemono e sbattono alle sue spalle e il modo in cui il suo cervello continua a ronzare gli rammenta qualcosa che ha letto l’anno scorso sul giornale o sul «Time», riguardo alla teoria di un professore di Princeton, secondo il quale ai tempi antichi gli dèi parlavano direttamente alla gente attraverso la metà sinistra, o era la destra? del cervello, erano come robot con una radio nella testa che gli diceva tutto quello che dovevano fare, e poi circa nel periodo degli antichi Greci o degli Assiri il sistema aveva smesso di funzionare, le batterie ormai troppo deboli, anche se resta ancora qualche scintilla ed è per questo che andiamo in chiesa, e magari con tutti questi negri e finocchi che girano sui pattini a rotelle con paraorecchi transistorizzati stiamo tornando a quello. In fondo lui di sera subito prima di scivolare nel sonno sente la voce di sua madre chiara come un sussurro in un angolo della stanza che dice: «Hassy», un nome morto com’è morto il ragazzo che lo portava. Forse i morti sono dèi, c’è sicuramente una gran gentilezza in loro, che si fanno da parte e ci lasciano spazio. Ma invecchiando si perdono i testimoni, quelli che ti hanno osservato fin dall’inizio con molta partecipazione, come spettatori in tribuna. Mamma, papà, il vecchio Springer, la piccola Becky, la cara vecchia Jill (forse quel sogno si riferisce al periodo in cui se l’era repentinamente presa in casa, tranne che lei non era bruna, era cosí intenso, quel sogno, non c’è niente come un rapporto nuovo con qualcuno), Skeeter, il signor Abendroth, Frank Byer, Mamie Eisenhower recentemente, John Wayne, Lyndon Johnson, J.F.K. lo Skylab, l’oca. Con la madre di Charlie e Peggy Fosnacht sulla buona strada. E sua figlia Annabelle Byer che si è spenta insieme a un intero mondo intravisto con la coda dell’occhio come quei pianeti cancellati da un momento all’altro in Star Wars. Sembra che piú morti conosci piú vivi che non conosci ci siano. Le lacrime di Ruth mentre lui se ne stava andando: forse Dio è nell’Universo come il sale è nel mare, gli dà un sapore. Non riuscirà mai a capire perché la gente non beve l’acqua salata, non può far piú male di Coca-Cola e patatine fritte.
Dietro di lui c’è Janice che manda sistematicamente a sbattere la lucidatrice contro lo zoccolo delle pareti e capisce improvvisamente perché si stanno dando tanto da fare, non vogliono lasciarsi prendere dal panico qui in questa casa dove non dovrebbero essere, tanto lontana da Joseph Street. Perduti nello spazio. Deve sentirsi proprio cosí un’anima quando si sveglia nel corpo di un bambino tanto lontana dal paradiso: non solo spaventata, e infatti piangono, ma colpevole, colpevole. Un buco enorme da riempire. I soldi che ci vorranno per ammobiliare queste stanze quando prima avevano tutto gratis: Harry si è rovinato. E le rate del mutuo: 62 400 dollari al 13 e mezzo per cento fa quasi 8500 dollari solo di interessi, 700 al mese per vent’anni, erodendo il capitale finché lui avrà 66 anni. Cos’è che diceva Ruth del suo figlio minore? 6/6/66. I numeri sono buffi, non mentono ma ti giocano degli scherzetti. Settant’anni di vita, dice la Bibbia, e quante cose non riuscirà piú a fare: sistemare Cindy in una posa tipo fighe di «Penthouse» sulla pelle di leopardo e poi mettersi a quattro zampe di fronte a lei e mangiare, mangiare, mangiare.
La sera prima Buddy, cosí ubriaco da avere gli occhiali appannati, si era avvicinato a lui e gli aveva detto che sapeva di essere pazzo, sapeva quello che avrebbero detto tutti, è troppo alta e ha tre figli e tutto il resto, ma Valerie era proprio quella che ci voleva per lui. È l’unica, Harry. Glielo aveva detto con le lacrime agli occhi. La grande notizia al club è che Doris Kaufmann sta per risposarsi. Con un tizio che Coniglio conosce appena, Don Eberhardt, che si è arricchito comprando proprietà immobiliari in centro quando nessuno le voleva, prima della crisi energetica. La vita è dolce, cosí dicono.
Alle cinque quando finiscono c’è ancora un po’ di luce alle finestre, lungo i davanzali bianchi, in questo periodo dell’anno le giornate si allungano controvoglia. I pianeti proseguono il loro corso, qualunque cosa facciamo noi. Ai piedi delle scale, nell’anticamera appena incerata, Harry tocca Janice sotto il mento, dove la carne è morbida ma non ripugnante e suggerisce un riposino al piano di sopra, ma lei gli dà un bacio caldo e competente, la competenza cancella il calore, e gli dice: È un’idea adorabile Harry, ma non so quando arriveranno, dipende tutto da un sonnellino che voleva fare mamma, è davvero piú fragile di una volta, e dall’orario del pasto della bambina, e poi non ho ancora fatto la spesa. Non starà cominciando la finale del Super Bowl?
Comincia alle sei, è in California. Alle quattro e mezzo c’è una specie di spettacolo prima della partita ma è solo un gran casino, non se ne regge piú di tanto. Avrei voluto vedere gli Open di Phoenix alle due e mezzo ma tu avevi questa frenesia di far pulizie solo perché deve venire tua madre.
Potevi dirmelo. Avrei fatto da me.
Mentre lei è fuori con la Mustang lui va di sopra, dato che sotto non saprebbe dove sdraiarsi. Spera di rivedere lo scoiattolo, ma se ne è andato. Pensava che gli scoiattoli andassero in letargo, ma forse questo inverno è troppo strano. Mette le mani su un termosifone, suo, e con grande orgoglio e soddisfazione sente che è ben caldo. Si sdraia sul letto nuovo con la trapunta che si sono portati da Mt Judge e cade addormentato quasi immediatamente. Sogna che lui e Charlie sono nei pasticci alla concessionaria, sono sparite delle carte importantissime, e nel salone al posto delle macchine nuove ci sono solo dei crateri frastagliati nel pavimento, accuratamente dipinti a stelle e strisce. Si sveglia accorgendosi di avere paura. C’è stata un’altra esplosione attutita: è Janice che chiude la porta di ingresso. Sono le sei passate. Sono dovuta andare fin quasi al campo giochi prima di trovare un MinitMart aperto. Naturalmente non avevano roba fresca, ho preso quattro piatti cinesi surgelati, dalla figura sulla scatola si direbbero squisiti.
Non sono robaccia piena di additivi chimici? Non vorrai avvelenare il latte di Pru.
E ti ho comprato un sacco di salumi e uova e formaggio e crackers, perciò smettila di lamentarti.
Appena sveglio si era sentito come se qualcuno l’avesse violentemente colpito in faccia con una palla di vestiti bagnati, ma adesso il riposino comincia a entrargli nelle ossa e si sente piú di buon umore. L’oscurità ha cancellato la fissità profonda di quella giornata; le finestre potrebbero essere lastre fotografiche nere in cornice. Thelma e Nelson si aggirano là fuori, aspettando di entrare. Janice ha comprato trenta dollari di roba al MinitMart e mentre lei riempie il frigo luminoso Harry vede in un angolo altre due birre sfuggite agli avvoltoi di ieri sera. Gli ha comprato anche un barattolo di noccioline da 1 dollaro e 29 per la partita. La prima metà è a fasi alterne. Lui tifa perché gli Steelers perdano, li odia per quello che hanno fatto agli Eagles e in ogni modo non gli piace la superiorità schiacciante, tiene per i Rams come tiene per i ribelli afgani contro la macchina bellica dei russi.
Durante l’intervallo un mucchio di ragazze con vestiti coloratissimi e ragazzi che sembrano finocchi ballano mentre un migliaio circa di ottoni californiani imitano le Grandi Orchestre di una volta con un frastuono stonato: i ragazzini cercano di fare lo jitterbug ma gli manca lo swing, quella pausa di una battuta sui calcagni prima della giravolta. Invece si agitano tipo discoteca. Poi un raggio di sole sotto forma di una specie di paggetto che canta Sentimental Journey, ma non c’è piú l’anima anni Quaranta alla Doris Day, e come potrebbe? Tutti questi ragazzi sono nati al piú presto verso il 1960 e, quel che è peggio, sono già sessualmente maturi. Sull’«a-all aboard» serpeggiano tutti insieme con l’idea di evocare il trenino di Chattanooga Choo Choo e poi tirano fuori, qui nella limpida California, dei fogli argentati luccicanti che dovrebbero fungere da pannelli solari. L’energia è la gente, cantano, la gente è energia!, Chi ha bisogno di Khomeini e del suo petrolio? Chi ha bisogno dell’Afghanistan? In culo i russi. E in culo anche i giapponesi, già che ci siamo. Ce la faremo da soli, tra due oceani scintillanti.
Stanco di star seduto da solo nella sua tana insieme a qualche altro milione di idioti, Harry va in cucina a prendersi la seconda birra. Janice è seduta al tavolo da gioco che mamma Springer ha concesso in prestito molto di mala voglia, anche se gioca a carte solo alle Poconos. Dove sono le nostre ospiti? le chiede.
Janice sta lí seduta ad aiutare i surgelati cinesi a scaldarsi nel forno e intanto legge una copia di «House Beautiful» che deve essersi comprata al MinitMart. Si saranno addormentate. Passano metà della notte in piedi, meno male che non stiamo piú lí.
Harry riassesta le labbra intorno al sapore amarognolo della birra. Grano andato a male. Gli uomini amano il loro veleno. Be’, immagino che vivere qui sia il modo ideale per dimagrire. Non mi dànno mai da mangiare.
Mangerai, dice lei, girando una pagina patinata.
Geloso della rivista, dell’amore per questa casa che Janice sente crescere in lei, Harry si lamenta: È come aspettare la manna dal cielo.
Lei gli lancia un’occhiata scura e non del tutto ostile: Pensavo che ultimamente te ne fosse caduta addosso parecchia.
Dal tono immagina che sia un’allusione a Thelma, che però per ora è lontanissima dai suoi pensieri.
Le loro ospiti arrivano solo verso la fine della partita, subito dopo che Bradshaw, ormai disperato, ha lanciato una bomba verso Stallworth; lui e il difensore saltano insieme e quel fortunato bastardo fa una presa da circo. Coniglio continua a sentire che vinceranno i Rams. Janice grida che mamma e Pru sono arrivate. Mamma Springer chiacchiera in anticamera, togliendosi il visone, racconta l’attraversamento di Brewer, per fortuna non c’era quasi traffico probabilmente per la partita. Sta insegnando a Pru a guidare la Chrysler e Pru è stata bravissima appena hanno capito come spostare indietro il sedile: non si era mai accorta che Pru ha le gambe cosí lunghe. Pru, stringendosi al petto un fagottino rosa, ha l’aria esausta e la faccia smagrita ma è piú in linea, come un letto lisciato. Saremmo arrivate prima ma stavo scrivendo una lettera a Nelson e volevo finire, si scusa.
Sono preoccupata, continua mamma Springer, dicono che porta sfortuna far uscire un neonato prima che sia stato battezzato.
Oh, mamma, dice Janice; è ansiosa di far vedere a sua madre la casa tutta lustra, e la conduce di sopra, anche se le uniche luci sono delle appliques a muro a cui mancano quasi tutte le lampadine.
Harry si sistema di nuovo davanti alla partita in una delle poltrone rosa-argento, e sente l’anziana signora trascinarsi sulle gambe malandate proprio sopra la sua testa, ispezionando, cercando la camera dove un giorno o l’altro potrebbe venire a stare. Immagina che Pru sia con loro, ma i passi sul soffitto non sono abbastanza, e Teresa scende silenziosa l’unico gradino che conduce al suo studio e gli depone in braccio quello che stava aspettando. Piccola visitatrice oblunga, imbozzolata, la bambina esibisce il profilo ai lampi di luce colorata che guizzano dal Sony, la minuscola cucitura senza punti di una palpebra chiusa e obliqua, labbra spinte in fuori sotto un naso arricciato come in segno di soave sdegno, sa di essere bella. Lo senti dalla curva del cranio che è femmina, si vede già dal primo giorno. Durante tutto questo tempo c’era lei che spingeva per arrivare qui, in braccio a lui, fra le sue mani, una presenza reale quasi senza peso ma viva. Ostaggio della sorte, desiderio del cuore, una nipote. Sua. Un altro chiodo nella sua bara. Sua.
...
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...
FINE.